Ogni volta che un automobilista inserisce la pistola nel serbatoio, una parte consistente di ciò che paga non remunera né il petrolio né la raffinazione, il trasporto o il distributore. Finisce direttamente nelle casse pubbliche. Sono le accise e l’Iva, le due componenti fiscali che, con il ritorno della benzina sopra i due euro e del gasolio oltre quota 2,10, sono tornate al centro dello scontro politico.
Domenica 23 agosto, secondo i dati del ministero delle Imprese, il prezzo medio nazionale in modalità self era di 2,010 euro al litro per la benzina e 2,130 per il gasolio. In autostrada si saliva rispettivamente a 2,087 e 2,203 euro. Sul diesel resta però ancora in vigore, fino al 26 agosto, una riduzione temporanea di circa 17 centesimi al litro, Iva compresa. Dal 27, in assenza di un nuovo decreto, lo sconto è destinato a sparire.
Che cos’è davvero l’accisa
L’accisa è un’imposta indiretta applicata alla quantità di carburante immessa in consumo. A differenza dell’Iva, non cresce automaticamente con il prezzo: è fissata in euro ogni mille litri, quindi in centesimi per ogni litro. L’obbligo fiscale nasce quando il prodotto esce dal deposito fiscale ed entra nel circuito commerciale. Materialmente sono le compagnie e gli operatori autorizzati a versare l’imposta all’erario, ma il costo viene incorporato nel prezzo e trasferito fino al consumatore finale.
La legge di Bilancio per il 2026 ha portato l’aliquota ordinaria di benzina e gasolio allo stesso livello: 672,90 euro ogni mille litri, cioè 67,29 centesimi al litro. Il GPL è invece tassato per peso, con un’aliquota ordinaria di 267,77 euro per mille chilogrammi. Le aliquote sono riportate nei prospetti dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli.
La crisi energetica legata alla guerra in Medio Oriente ha però prodotto una successione di riduzioni temporanee. In primavera benzina e diesel erano stati portati fino a 47,29 centesimi al litro. L’ultimo intervento riguarda soltanto il gasolio: l’accisa è stata fissata a 532,90 euro ogni mille litri, vale a dire 53,29 centesimi al litro.
Come si forma il prezzo di un litro
Il prezzo esposto al distributore è composto da tre blocchi: il costo industriale del carburante, legato alle quotazioni internazionali del prodotto raffinato; il margine lordo della distribuzione; le imposte, cioè accisa e Iva. L’Iva del 22 per cento viene applicata sulla somma del prezzo industriale, del margine e dell’accisa. È questo il motivo per cui si parla di una “tassa sulla tassa”: anche sull’accisa si paga l’Iva. Con la benzina self a 2,010 euro, per esempio, l’accisa vale 67,29 centesimi e l’Iva incorporata nel prezzo circa 36,25 centesimi. Complessivamente, poco più di 1,03 euro al litro va al fisco, oltre il 51 per cento del prezzo finale. Sul gasolio a 2,130 euro, durante lo sconto, l’accisa è di 53,29 centesimi e l’Iva vale circa 38,41 centesimi. Il prelievo fiscale è quindi intorno a 92 centesimi al litro, poco più del 43 per cento. Senza l’agevolazione, la sola accisa tornerebbe a 67,29 centesimi e, aggiungendo l’Iva, l’aumento teorico alla pompa sarebbe di circa 17,1 centesimi al litro.
A chi vanno i soldi
Le accise sui carburanti sono tributi erariali: vengono riscosse dall’Agenzia delle Dogane e confluiscono nel bilancio dello Stato. Non esiste un salvadanaio separato destinato alle strade, alla ricostruzione dopo i terremoti o alle missioni militari.
È quindi fuorviante presentare ancora oggi l’accisa come la somma di una serie di prelievi che continuerebbero a finanziare la guerra d’Etiopia, la crisi di Suez, il disastro del Vajont, le alluvioni o i diversi terremoti italiani. Quegli eventi furono, nel corso dei decenni, la motivazione politica per aumentare le aliquote. Ma i singoli aumenti sono stati progressivamente incorporati in un’unica imposta, disciplinata dal Testo unico delle accise. Oggi non è possibile dividere i 67,29 centesimi della benzina stabilendo quanti centesimi vadano al Vajont o alla guerra d’Etiopia: quella ripartizione non esiste più. Il gettito finanzia indistintamente la spesa pubblica generale. Una quota dei tributi erariali può essere poi attribuita alle Regioni a statuto speciale secondo i rispettivi statuti, ma non esiste una destinazione diretta del singolo pieno a uno specifico ente o intervento.
i costi dell’energia
Petrolio, sei Paesi Ue chiedono la tassa sugli extraprofitti: “La crisi non la paghino cittadini e imprese”
Perché lo Stato non le taglia stabilmente
La ragione è soprattutto finanziaria. Le accise sui prodotti energetici assicurano ogni anno decine di miliardi di euro di entrate. Una riduzione di dieci centesimi al litro applicata a benzina e gasolio per un periodo prolungato apre quindi un buco di diversi miliardi, al quale si aggiunge il minor gettito Iva.
Per finanziare gli ultimi due giorni di sconto sul diesel, il governo ha attivato il meccanismo delle cosiddette accise mobili, utilizzando 20,8 milioni di maggiore gettito Iva generato proprio dall’aumento del petrolio. Il principio è semplice: se il greggio rincara, lo Stato incassa più Iva; una parte di quelle entrate viene usata per abbassare temporaneamente l’accisa. Il meccanismo, tuttavia, funziona soltanto se l’extragettito viene accertato e non consente automaticamente riduzioni durature. Il governo deve ora decidere cosa fare dopo il 26 agosto.
Senza nuove coperture, il diesel tornerà all’aliquota ordinaria e il rincaro fiscale potenziale sarà di circa 17 centesimi al litro. Per un pieno da 50 litri significa oltre 8,50 euro in più. Sul tavolo resta la proposta avanzata da Italia, Germania, Austria, Polonia, Portogallo e Spagna per una tassa europea sugli extraprofitti delle compagnie petrolifere. L’opposizione chiede invece un intervento nazionale immediato. Ma il nodo non cambia: ogni centesimo tolto alla pompa deve essere trovato da un’altra parte del bilancio pubblico.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
A CURA DELLA REDAZIONE
Source link




