L’esercito russo se n’è andato, ma la guerra è rimasta sotto terra. È nascosta nei campi, lungo le strade, dentro le case abbandonate. Viaggia nel cielo con i droni che sorvegliano ogni movimento e sopravvive nei paesi liberati dove mancano abitanti, elettricità e servizi. Dalla primavera del 2022 l’Ucraina ha riconquistato circa 45 mila chilometri quadrati, ma una parte di quelle terre non è ancora tornata realmente a Kyiv.

È la terza Ucraina: non è occupata dalla Russia, ma non può neppure essere considerata pienamente restituita alla vita civile. Comprende campi minati, centri abitati distrutti, aree spopolate e territori nei quali coltivare, ricostruire o semplicemente percorrere una strada significa rischiare la vita.

Secondo le elaborazioni basate sulle rilevazioni dell’Institute for the Study of War, Kyiv ha recuperato quasi il 40% delle nuove conquiste realizzate dalla Russia dopo il 24 febbraio 2022. Ha liberato la regione della capitale, gran parte di quella di Kharkiv, la città di Kherson e la riva occidentale del Dnipro. Mosca, tuttavia, controlla ancora circa il 19-20% del territorio nazionale, compresa la Crimea e le aree del Donbass occupate prima dell’invasione su vasta scala.

Ma liberare una terra non significa poterci tornare immediatamente a vivere. L’ultimo censimento del Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo, aggiornato al 2026, indica che circa 133.300 chilometri quadrati, il 21,5% del territorio ucraino, devono ancora essere controllati e potenzialmente bonificati dalla presenza di mine e ordigni inesplosi. È una superficie superiore a quella dell’intero territorio ucraino attualmente occupato dalla Russia e più grande della Grecia.

I due dati non possono essere sovrapposti automaticamente. Nella superficie potenzialmente contaminata rientrano territori occupati, zone attraversate dal fronte e aree già liberate. Ma il confronto fotografa la portata del problema. Soltanto 21 mila chilometri quadrati risultano oggi accessibili alle squadre impegnate nello sminamento. Dal febbraio 2022 ne sono stati controllati e restituiti all’utilizzo civile circa 40.700, secondo l’Undp.

Il fronte, intanto, non è più soltanto una linea. Una ricostruzione di Reuters, realizzata attraverso testimonianze militari, immagini e informazioni geolocalizzate, descrive una “kill zone” profonda fino a trenta chilometri lungo buona parte dei circa 1.200 chilometri del campo di battaglia. All’interno di questa fascia migliaia di droni controllano strade, sentieri ed edifici. Un veicolo può essere individuato e colpito prima ancora di raggiungere la linea di contatto.

È una terra di nessuno che si estende sia sul lato russo sia su quello ucraino. I civili faticano a rientrare, i soccorritori devono spostarsi di notte o approfittare delle cattive condizioni meteorologiche, gli agricoltori non possono raggiungere i campi. Anche dove l’esercito di Kyiv mantiene il controllo, la presenza dello Stato rischia così di ridursi a quella militare.

Sotto il terreno prosegue l’altra guerra. Mine anticarro e antiuomo, munizioni a grappolo, granate, missili e droni inesplosi continuano a uccidere anche lontano dai combattimenti. Secondo l’Autorità nazionale ucraina per l’azione antimine, citata dall’Undp, dal febbraio 2022 questi ordigni hanno provocato 461 morti e 1.602 feriti. Nei primi sei mesi del 2026 il numero delle vittime è aumentato del 27% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Il costo non è soltanto umano. Uno studio realizzato dal ministero dell’Economia ucraino insieme al Tony Blair Institute for Global Change ha stimato che la contaminazione da mine sottrae al Paese oltre 11 miliardi di dollari di prodotto interno lordo ogni anno, equivalenti a circa il 5,6% dell’economia nazionale. A pesare sono soprattutto il crollo delle attività agricole, la riduzione delle esportazioni e le minori entrate fiscali.

I terreni possono essere formalmente liberati, ma restano incolti perché nessun raccolto vale il rischio di far saltare un trattore. Secondo le stime riportate dallo stesso studio, circa il 2,5% dei terreni agricoli ucraini è inutilizzabile a causa degli ordigni. La bonifica completa richiederà decenni e investimenti per decine di miliardi di dollari.

Poi ci sono le città. L’ultima valutazione della Banca Mondiale, realizzata insieme al governo ucraino, alla Commissione europea e alle Nazioni Unite, ha portato a 588 miliardi di dollari il costo della ricostruzione e della ripresa economica nei prossimi dieci anni. I danni diretti hanno raggiunto i 195 miliardi, mentre le perdite economiche e sociali accumulate sfiorano i 667 miliardi.

I settori più colpiti sono le abitazioni, i trasporti e l’energia. Il 14% del patrimonio residenziale risulta danneggiato o distrutto. Una parte delle città liberate continua a dipendere dagli aiuti per garantire acqua, elettricità, riscaldamento, assistenza sanitaria e alloggi alla popolazione rimasta o rientrata. La guerra ha così cambiato il significato stesso della parola “territorio”. Non basta che un esercito si ritiri o che venga ripristinata un’amministrazione. Perché una terra torni realmente a uno Stato servono persone, case, elettricità, strade, scuole e campi nei quali sia possibile entrare senza rischiare la vita.

L’Ucraina ha cancellato una parte importante dell’avanzata russa del 2022. Ma adesso deve liberare i territori riconquistati dalle conseguenze dell’occupazione. È la battaglia che non compare nei bollettini militari: quella per trasformare una superficie nuovamente controllata da Kyiv in un luogo nel quale sia possibile tornare a vivere.


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