L’ultimo ammainabandiera nel Mar Grande di Taranto

Questa sera, nel Mar Grande di Taranto, la Nave Giuseppe Garibaldi chiude definitivamente la sua lunga stagione italiana. Dopo oltre quarant’anni di servizio, l’ex ammiraglia della Marina Militare ammaina per l’ultima volta il Tricolore prima di lasciare il Paese e iniziare una nuova vita sotto la bandiera dell’Indonesia.

Non è una partenza qualunque. Per Taranto significa salutare una sagoma familiare, rimasta per decenni parte del paesaggio portuale e della memoria militare della città. Per la Marina Militare rappresenta invece la conclusione simbolica di una fase storica: quella in cui l’Italia ha ricostruito una capacità aeronavale moderna, capace di operare ben oltre il Mediterraneo.

La Garibaldi non finirà alla demolizione. Continuerà a navigare, ma con un altro equipaggio, un’altra bandiera e una nuova missione.

Perché la Garibaldi viene ceduta gratuitamente all’Indonesia

La decisione di trasferire gratuitamente la Nave Garibaldi all’Indonesia nasce prima di tutto da una valutazione economica. L’unità, posta in riserva nel 2024, conserva un valore inventariale residuo stimato in circa 54 milioni di euro, ma mantenerla in Italia avrebbe continuato a pesare sui conti pubblici per circa 5 milioni di euro l’anno.

A questi costi si sarebbero aggiunte le spese di una eventuale demolizione, quantificate in circa 18,7 milioni di euro, con tempi stimati non inferiori a due anni. In questo quadro, la cessione gratuita è stata presentata come la soluzione più conveniente per evitare ulteriori oneri di mantenimento e smaltimento.

Ma la vicenda non è solo contabile. Il passaggio della Garibaldi a Giacarta si inserisce in un più ampio rafforzamento dei rapporti strategici tra Italia e Indonesia, in particolare nel settore della difesa e della cooperazione industriale.

Le ricadute industriali e il nodo politico

Nella documentazione parlamentare collegata alla cessione vengono richiamate possibili opportunità per l’industria italiana della difesa. Tra queste figurano, a titolo indicativo, programmi navali e aeronautici come la possibile fornitura di sei sommergibili, velivoli M-346 e tre aerei da pattugliamento marittimo.

Non si tratta però di contratti automaticamente collegati al trasferimento della Garibaldi. Sono prospettive commerciali inserite nel quadro più ampio della cooperazione tra Roma e Giacarta.

Proprio questo punto ha alimentato il dibattito politico. La cessione dell’ex ammiraglia è stata accompagnata da interrogazioni parlamentari che hanno chiesto maggiore chiarezza sul rapporto tra il trasferimento della nave e le possibili ricadute per le aziende italiane del comparto difesa. Il governo, da parte sua, ha presentato l’operazione come uno strumento per consolidare il dialogo con un Paese considerato sempre più rilevante nello scenario dell’Indo-Pacifico.

Cosa farà l’Indonesia con la Garibaldi

L’Indonesia acquisirà la Garibaldi dopo la rimozione delle capacità offensive. L’unità sarà riconfigurata per essere impiegata come portaelicotteri, piattaforma di comando, nave per addestramento e supporto logistico. Nelle ipotesi indicate, potrebbe essere utilizzata anche come unità per operazioni con droni.

Per la Marina indonesiana si tratterebbe di un passaggio di forte valore simbolico e operativo: la Garibaldi diventerebbe la prima unità di questo tipo nella sua flotta.

Secondo quanto riferito da media indonesiani, l’arrivo della nave è atteso il 20 settembre 2026, prima di successivi interventi di ammodernamento e riconfigurazione.

La prima portaerei italiana del dopoguerra

La Nave Giuseppe Garibaldi fu varata il 4 giugno 1983 a Monfalcone ed entrò in servizio nel 1985. È stata la prima grande unità “tutto ponte” costruita per la Marina Militare italiana nel dopoguerra.

Lunga 180,2 metri, con una velocità massima di circa 30 nodi, poteva imbarcare fino a 18-20 tra aerei ed elicotteri, a seconda della configurazione operativa. Il suo equipaggio poteva arrivare a circa 825 persone.

Per decenni è stata il simbolo della proiezione marittima italiana. Non solo una portaerei leggera, ma una piattaforma mobile di comando, capace di trasportare uomini, mezzi, elicotteri e velivoli a decollo corto e atterraggio verticale.

Il paradosso degli Harrier

Uno degli aspetti più particolari della storia della Garibaldi riguarda proprio la sua componente aerea.

La nave era stata progettata per ospitare aerei a decollo corto e atterraggio verticale, ma quando entrò in servizio la Marina Militare non aveva ancora la piena possibilità normativa di impiegare propri velivoli da combattimento imbarcati. La svolta arrivò solo nel 1989, con la legge che consentì alla Marina di dotarsi di una propria Aviazione navale ad ala fissa.

Solo allora la Garibaldi poté diventare davvero ciò per cui era stata concepita.

La scelta cadde sull’AV-8B Harrier II Plus, velivolo capace di decollare in spazi ridotti e atterrare verticalmente. I primi aerei da addestramento furono consegnati alla Marina negli Stati Uniti nel 1991 e raggiunsero poi l’Italia proprio a bordo della Garibaldi.

La nave era già operativa, ma la componente che l’avrebbe trasformata in una portaerei a tutti gli effetti arrivò alcuni anni dopo.

Dalla Somalia al Kosovo: il battesimo operativo

La prima grande missione della Garibaldi arrivò nel 1994, in Somalia, durante l’operazione Restore Hope, a supporto delle attività del contingente italiano.

Nel 1995 tornò nell’Oceano Indiano per la missione Ibis III, contribuendo al ritiro del contingente ONU. Fu in quel contesto che gli Harrier imbarcati ebbero il loro primo vero battesimo operativo: vennero effettuate oltre cento sortite, in una missione che segnò l’ingresso concreto della componente aerea imbarcata italiana nelle operazioni reali.

Negli anni successivi la Garibaldi fu coinvolta anche negli scenari dei Balcani e del Kosovo, consolidando il proprio ruolo di piattaforma avanzata per la proiezione della forza e per il comando di operazioni complesse.

Enduring Freedom, la missione più lontana

Uno dei capitoli più significativi della storia della Garibaldi resta l’operazione Enduring Freedom, dopo gli attentati dell’11 settembre 2001.

La nave partì da Taranto il 18 novembre 2001 e operò in supporto alla coalizione internazionale impegnata in Afghanistan. Per 87 giorni rimase in mare senza scali tecnici, percorrendo circa 20mila miglia.

Gli Harrier della Garibaldi effettuarono 288 missioni per un totale di 860 ore di volo, arrivando a operare sull’Afghanistan da una distanza superiore a 1.500 chilometri dalla nave.

Nel 2006, otto piloti degli AV-8B Harrier ricevettero la prestigiosa Air Medal statunitense per le attività aeree svolte a sostegno della coalizione durante la missione in Afghanistan. Un riconoscimento che testimonia il livello operativo raggiunto dalla componente imbarcata italiana.

I 78 giorni davanti alla Libia

L’ultimo grande capitolo operativo della Garibaldi è legato alla crisi libica del 2011.

Durante l’operazione NATO Unified Protector, la nave rimase in mare per 78 giorni consecutivi, svolgendo il ruolo di portaerei e piattaforma di comando. Dal suo ponte operarono gli Harrier della Marina Militare impegnati nelle missioni della coalizione.

In quel periodo furono registrate 1.218 ore di volo, 173 sortite e 148 lanci di bombe, secondo la documentazione della Marina.

È forse il momento che meglio riassume la parabola della Garibaldi: nata negli anni Ottanta, in piena Guerra fredda, si ritrovò quasi trent’anni dopo a operare in una campagna aerea nel Mediterraneo, in uno scenario completamente diverso da quello per cui era stata originariamente immaginata.

Un nome con una lunga tradizione nella Marina italiana

La Nave Giuseppe Garibaldi non è stata la prima unità della Marina italiana a portare il nome dell’Eroe dei Due Mondi. È stata la quarta.

Prima di lei ci furono una pirofregata entrata in servizio nel 1860, un incrociatore corazzato varato nel 1899 e un incrociatore leggero varato nel 1936, poi trasformato nel primo incrociatore lanciamissili italiano.

Anche il motto della nave richiama direttamente la figura storica di Giuseppe Garibaldi: “Obbedisco”. Una parola entrata nella tradizione nazionale e diventata il segno identitario dell’unità.

Dopo oltre quarant’anni di servizio sotto bandiera italiana, quel motto accompagna ora l’ultimo passaggio: non verso la demolizione, ma verso una nuova fase operativa.

Il museo mancato a Taranto

Negli ultimi mesi era stata avanzata anche l’ipotesi di trasformare la Garibaldi in un museo galleggiante, mantenendola a Taranto come simbolo della storia della Marina Militare e del rapporto tra la città e la flotta.

La proposta non ha però trovato una soluzione concreta. Il Parlamento ha autorizzato la cessione gratuita all’Indonesia, ritenuta più sostenibile dal punto di vista economico e più utile nel quadro della cooperazione bilaterale.

Per Taranto resta il peso emotivo di un addio. La Garibaldi non è stata soltanto una nave ormeggiata nel Mar Grande, ma una presenza costante nella vita della città, un riferimento visivo e simbolico per generazioni di militari, famiglie e cittadini.

L’ultimo viaggio dell’ex ammiraglia

Con l’ultimo ammainabandiera si chiude la storia italiana della Garibaldi. La nave che ha accompagnato la Marina Militare dalla Guerra fredda alle missioni internazionali del nuovo secolo lascia Taranto e prende la rotta verso l’Asia.

Non sarà una nave fantasma diretta al disarmo definitivo. Continuerà a navigare, con un nuovo compito e sotto una nuova bandiera.

Per l’Italia resta l’eredità di un’unità che ha segnato un’epoca: la prima portaerei moderna della Marina Militare, la piattaforma degli Harrier, la nave delle missioni in Somalia, Afghanistan e Libia, l’ex ammiraglia che per quarant’anni ha portato il Tricolore nei mari più difficili.


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 Andrea Valenti

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