Il processo contro Meta mette sotto esame sicurezza dei minori, raccolta dei dati e meccanismi di engagement di Facebook e Instagram

Il numero fa impressione persino per gli standard di Silicon Valley: 1.400 miliardi di dollari, una cifra che, quando è emersa dagli atti giudiziari a luglio, era vicina all’intera capitalizzazione di Meta, allora nell’ordine di 1.500 miliardi. Ma per capire perché il processo federale entrato nel vivo a Oakland sia molto più importante di una gigantesca richiesta di denaro bisogna guardare oltre quella cifra. In gioco non c’è soltanto quanto potrebbe eventualmente essere costretta a pagare la società di Mark Zuckerberg, ma fino a che punto un tribunale americano possa intervenire sul modo in cui Facebook e Instagram vengono progettati, utilizzati dai minorenni e monetizzati.

Il procedimento è cominciato il 18 agosto davanti alla Corte federale del Northern District of California, presieduta dalla giudice Yvonne Gonzalez Rogers, e rappresenta il test giudiziario più importante finora per una tesi destinata a pesare sull’intera industria: i social network possono essere chiamati a rispondere non semplicemente dei contenuti pubblicati dagli utenti, ma delle caratteristiche con cui i prodotti vengono costruiti, del modo in cui vengono presentati al pubblico e delle informazioni raccolte sui minori. Ventinove Stati americani fanno parte dell’azione federale, mentre California, Colorado, Kentucky e New Jersey guidano in questa fase anche le contestazioni fondate sulle rispettive leggi statali a tutela dei consumatori.

Le accuse sono pesanti e Meta le respinge. Secondo gli Stati, Facebook e Instagram sarebbero stati progettati in modo da aumentare il coinvolgimento degli utenti più giovani attraverso caratteristiche capaci di prolungarne la permanenza sulle piattaforme; la società avrebbe inoltre fornito al pubblico una rappresentazione ingannevole della sicurezza dei propri servizi. Tutti e 29 gli Stati contestano poi a Meta la raccolta e l’utilizzo improprio di informazioni personali appartenenti a bambini sotto i 13 anni, in violazione del Children’s Online Privacy Protection Act, il COPPA, la legge federale che impone specifiche protezioni e, nei casi previsti, il consenso verificabile dei genitori per la raccolta dei dati dei più piccoli.

È qui che nasce anche il famoso conto da 1.400 miliardi. Non è, almeno per ora, una multa e non significa che Meta sarà condannata a pagare quella somma. La cifra è stata resa pubblica dalla stessa società in un deposito giudiziario di luglio, nel quale Meta ha ricostruito le possibili conseguenze del metodo di calcolo proposto dai quattro Stati. Durante un’udienza precedente, le autorità avevano spiegato di voler determinare le sanzioni moltiplicando il numero delle presunte violazioni per gli importi previsti dalle singole normative statali, utilizzando come base il numero stimato di adolescenti e giovani utenti interessati dalle condotte contestate. Applicando quella logica su scala enorme si arriva, secondo Meta, fino a circa 1,4 trilioni di dollari. La società sostiene che un importo simile non abbia precedenti nell’applicazione delle norme di tutela dei consumatori e che il calcolo non sia sostenuto né dai fatti né dal diritto.

La precisazione è essenziale perché il processo rischia altrimenti di essere raccontato come se sul tavolo ci fosse già una richiesta definitiva da 1.400 miliardi. Non è così. La quantificazione finale, qualora Meta venisse ritenuta responsabile, spetterà alla corte. Anche il ruolo degli otto giurati è particolare: il loro sarà un verdetto consultivo, mentre sarà la giudice Gonzalez Rogers a decidere sulla responsabilità della società e, eventualmente, sulle sanzioni e sulle misure correttive da imporre a Facebook e Instagram.

Il processo al modello dell’attenzione

È proprio questo secondo aspetto a rendere il caso potenzialmente più destabilizzante della cifra-monstre. Gli Stati non cercano soltanto un risarcimento economico, ma anche cambiamenti al funzionamento delle piattaforme. Prima dell’apertura del processo Reuters aveva indicato tra le misure richieste restrizioni legate all’età, interventi sulle caratteristiche progettate per aumentare il tempo trascorso online e altre modifiche profonde all’esperienza degli utenti più giovani. In altre parole, il bersaglio è una parte del modello economico sul quale i social network hanno costruito la propria crescita: più tempo passato all’interno del servizio significa maggiori opportunità di raccogliere segnali sulle preferenze dell’utente, mostrare pubblicità e generare ricavi.

La prima settimana del processo ha già portato in aula uno dei testimoni più attesi, Arturo Béjar, ex director of engineering di Meta e successivamente consulente della società sui temi della sicurezza. Béjar ha sostenuto che all’interno dell’azienda crescita ed engagement avessero spesso avuto la precedenza sulla sicurezza dei più giovani e ha descritto l’atteggiamento verso la presenza di bambini sotto i 13 anni su Instagram come una sorta di “don’t ask, don’t tell”. Ha inoltre criticato strumenti come “Take a Break”, osservando che la loro efficacia sarebbe limitata dal fatto di non essere necessariamente attivati di default. Si tratta della testimonianza di Béjar e delle accuse degli Stati, non di fatti già definitivamente accertati dal tribunale; Meta contesta questa ricostruzione e sottolinea gli investimenti effettuati negli anni per rendere più sicura l’esperienza dei minori.

La difesa ha infatti impostato il processo su una linea opposta. Meta sostiene di avere sviluppato numerosi strumenti di protezione, di vietare l’apertura degli account ai minori di 13 anni e di lavorare per identificare e rimuovere gli utenti che non rispettano il requisito anagrafico. Contesta inoltre l’idea che possa essere dimostrato di avere ingannato i consumatori sull’“additività” dei propri prodotti, ricordando tra l’altro che la cosiddetta “social media addiction” non costituisce una diagnosi psichiatrica formalmente riconosciuta nei termini utilizzati dall’accusa. La questione che la corte dovrà risolvere è dunque molto più precisa del dibattito generale, spesso ideologico, sui danni provocati dai social: dovrà stabilire se determinate condotte attribuite a Meta abbiano violato precise norme federali e statali.

Perché il processo riguarda tutta Silicon Valley

Per gli altri grandi gruppi tecnologici, Oakland è un’aula da osservare con estrema attenzione. Snap, TikTok e la sua controllante ByteDance, YouTube e Alphabet sono coinvolti insieme a Meta in migliaia di procedimenti promossi negli Stati Uniti da governi locali, famiglie, distretti scolastici e singoli utenti, con accuse che in varie forme contestano la progettazione di prodotti capaci di favorire un utilizzo compulsivo tra bambini e adolescenti. Una vittoria degli Stati contro Meta offrirebbe quindi ad altri ricorrenti un precedente e, soprattutto, una strategia processuale già testata.

La pressione giudiziaria non parte da zero. In New Mexico, poche settimane prima dell’apertura del processo di Oakland, Meta ha subito una delle decisioni più pesanti finora pronunciate nel contenzioso americano sui minori: dopo un precedente verdetto da 375 milioni di dollari, un giudice ha ordinato alla società di versare altri 567 milioni in un fondo destinato alla prevenzione e al trattamento dei problemi di salute mentale dei giovani, portando l’impatto complessivo del caso a 942 milioni di dollari. La decisione ha inoltre imposto in New Mexico una verifica dell’età più severa, limiti temporali per gli utenti minorenni e restrizioni alle notifiche, oltre ad altre misure. Meta ha annunciato ricorso.

Anche quel precedente aiuta a comprendere perché il vero rischio di Oakland non possa essere sintetizzato soltanto nei 1.400 miliardi. Una penalità di quella dimensione rimane uno scenario estremo, dipendente dall’esito del processo e dal modo in cui la giudice valuterà la responsabilità e quantificherà eventuali sanzioni. Una decisione che imponesse invece nuovi standard sul design dei servizi, sull’età degli utenti, sulla raccolta dei dati o sulle caratteristiche utilizzate per aumentare l’engagement avrebbe conseguenze potenzialmente più profonde e più difficili da circoscrivere geograficamente.

Per Meta il processo arriva, quindi, al cuore del rapporto tra tecnologia ed economia. Facebook e Instagram non sono semplicemente due prodotti digitali: sono macchine pubblicitarie costruite sulla capacità di conquistare e mantenere l’attenzione di miliardi di persone. Stabilire per via giudiziaria che alcune delle tecniche utilizzate per ottenere quell’attenzione diventano illecite quando riguardano i più giovani significherebbe tracciare una nuova linea di confine tra innovazione, responsabilità del produttore e tutela del consumatore.

È per questo che Oakland fa tremare i social network molto più dei titoli sulla multa record. Il processo durerà circa sei settimane e tra i testimoni attesi figurano anche Mark Zuckerberg e il responsabile di Instagram Adam Mosseri. Alla fine, il conto potrebbe essere enorme oppure molto più contenuto dei 1.400 miliardi evocati negli atti. Ma la domanda destinata a sopravvivere alla sentenza è un’altra: se un tribunale può stabilire non soltanto quanto debba pagare una piattaforma, ma anche come debba essere progettata, allora per Silicon Valley il processo a Meta può diventare il processo a un intero modello di business.


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 Rita Galimberti

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