A tre settimane dalla morte di Francesco Guccini, ho fatto due cose che non so se qualificare come cerimonia d’addio o elaborazione del lutto o addio a quelle armi che erano le parole con cui mi ero formata. La prima è stata ordinare a pranzo un bicchiere di Traminer, onde constatare che fa schifo proprio come quando gli eroi erano giovani, belli, e con pessimi gusti enologici.
La seconda è stata riascoltare per intero e nell’ordine originale “Fra la via Emilia e il West”, che fu il primo Guccini di molti miei coetanei, e poi stare di malumore tutto il giorno, constatando che il mio inutile verboso articolo su woke e brisa woke sarebbe stato sostituibile con un solo rigo di quel tizio: bisogna saper scegliere in tempo, non arrivarci per contrarietà.
(«Brisa», adesso che le città sono completamente sputtanate dall’indotto di Ryanair, è una catena di panetterie fighette bolognesi, ma in origine fu la prima – e per molti anni unica – parola di dialetto locale che imparai, significa «mica»).
Avevo delle certezze, come tutti gli ottusi. Pensavo che il filmato più spaventoso che avrei visto ieri sarebbe stato Corona che parlava di Ranucci. Si dice che il tizio di cui già non ci ricordiamo più ma che per tre quarti d’ora fu il Ranucci del momento, il tizio che era andato da Corona a dire che Signorini l’aveva insidiato, si dice che quel tizio lì a Corona abbia fatto causa perché, per quella interpretazione dell’innocente Cécile de Volanges insidiata dal perfido Valmont, Corona gli avrebbe promesso ventimila euro che non gli ha poi mai dato. Non so se sia vero, ma nel caso: processo del secolo. Non so se sia vero, ma: cambia qualcosa?
Non cambia mica niente, e infatti ieri eravamo tutti lì pronti a vedere il video su cui Corona faceva da giorni scaldamutandismo, il video in cui due disgraziate avrebbero raccontato d’essere state insidiate da Ranucci, ma poi il video è arrivato e non era niente di che. Certo non all’altezza del post con cui, la sera prima, Corona raccontava che la ragazza era in cerca di guadagni facili e pronta a vendersi le interviste, e insomma non le faceva fare esattamente la parte di Cécile. Eppure, la sventurata ritwittava (o come si dice ora), evidentemente consapevole che l’importante è starci, nella conversazione collettiva, mica uscirne senza macchia. La reputazione è solo un altro indifferenziato intercambiabile.
Ieri ho visto un filmato televisivo del 1976, instagrammato da un account di buona volontà che, nel mostrare donne che dicevano che è giusto comandino gli uomini perché sono più intelligenti, diceva che stiamo ancora così e d’altra parte cinquant’anni sono un soffio. Considerato che negli ultimi vent’anni il mondo è cambiato come neanche con l’avvento della corrente elettrica, direi che il neofemminismo è come sempre lucidissimo.
Una delle cose che sono più cambiate, in questi decenni di rivolgimenti, è il confine tra dicibile e indicibile. No, non nel senso di «buonasera a tuttu»: c’entra di nuovo Guccini. Red Ronnie sta mettendo su Instagram delle vecchie interviste (unico aspetto buono del morire in questo secolo: si rivedono robe scomparse, suggerirei di cominciare a usare l’archivio finché la gente è viva, almeno si ride invece di piangere).
In una è il 1984, ci sono Guccini e Bonvi che preparano il manifesto del concerto che diventerà “Fra la via Emilia e il West”. E a un certo punto parlano di “Canzone per un’amica”, che come tutti sanno è quella che parla d’una loro amica morta in un incidente stradale, quella con cui Guccini ha aperto per quarantacinque anni i concerti. Racconta Bonvi che, quando uscì, la Rai non la mandava mica: «In autostrada si va in vacanza, non si muore». Sembra ieri che i mezzi di comunicazione si preoccupavano dei messaggi.
Guardavo Enrico Mentana in quell’intervista a Cortina della quale tutti hanno riportato l’ultimo inutile minuto, quello sul suo restare o no a La7, ma nell’ora precedente c’erano un sacco di cose interessanti, la più agghiacciante delle quali è che a un certo punto l’intervistatore gli dice che l’America è più forte di Trump (voleva dire «il cielo dell’America son mille cieli sopra a un continente», ma non aveva il repertorio); e Franti risponde la verità: che mica Trump è impazzito all’improvviso, era così, lo sapevano, ce l’avevano avuto e l’hanno rivotato (a nome della mozione antididascalica ringrazio Mentana per aver detto che non è Trump in sé ma Trump nell’elettorato senza esplicitare la citazione).
Ma non è mica Mentana su Trump, il filmato più spaventoso che ho visto ieri. È Harari su sé stesso, su di noi, sul futuro. La direttrice dell’Economist ha intervistato Yuval Noah Harari, nel podcast in cui già aveva intervistato Elon Musk, quello sponsorizzato da Anthropic. Hanno parlato quasi solo di intelligenza artificiale, e pensavo che la ragione per cui in molti punti mi sembrava che Harari dicesse delle cose agghiaccianti fosse che io in genere dell’intelligenza artificiale mi disinteresso, ma verso la fine pure lei gli ha detto che, su quel tema lì, era la conversazione più cupa che avesse mai avuto.
Una cosa su cui se fossi un commediografo mi concentrerei è che hanno parlato moltissimo del fatto che l’intelligenza artificiale dà per la prima volta la possibilità di massificare la confidenza e la familiarità, e quindi ti truffa meglio, perché quando abbiamo un rapporto personale abbassiamo le difese e ora siamo convinti di avere un rapporto personale con un bot. Harari dice che se chiedessimo alle popolazioni «volete che i vostri figli abbiano una fidanzata che è un’intelligenza artificiale?» riusciremmo a fermarne la pervasività per ribellione popolare.
E in tutta questa conversazione in cui si fa finta sia normale gente che ha relazioni con entità non solo invisibili ma inesistenti (e neanche in nome del miraggio della vita eterna), nessuno dei due dice mai: ma questi ragazzini d’oggi non scopano? Perché, al di là del fatto che un’intelligenza artificiale possa convincerti a suicidarti o a intestarle tutti i tuoi averi, c’è però, per la relazione a due com’eravamo abituati a pensarla noi del mondo di prima, questa piccolissima lacuna, nel rapportarsi a un cervello elettronico: non si scopa neanche nel gaberiano sabato pomeriggio.
Ma, forse perché non ho figli e mi pare che quelli altrui siano talmente scemi che fidanzarsi col computer non sarebbe tra i loro primi cento problemi, il dettaglio più agghiacciante è che Harari racconta che ora ci sono i deep fake delle sue conferenze. Cioè: filmati falsi così verosimili che sembrano veri.
Che sembrano veri perché Harari ha all’attivo molte apparizioni pubbliche, e più esistono immagini tue, più ci sono campioni della tua voce, più tu ci sei in pubblico, e più è facile rifarti uguale preciso pittato. Che l’epoca in cui è più pericoloso mostrarsi in pubblico sia anche l’epoca in cui più smaniamo per mostrarci in pubblico non depone a favore della nostra intelligenza – quella naturale.
Comunque: i filmati sembrano così veri che sua sorella gliene ha mandato uno perché le sembrava un po’ strano ma non abbastanza da capire fosse falso. E anche lui, dice, si è guardato per un po’ dicendo «ma io non mi ricordo di aver mai detto questa cosa», ma mica ha capito subito che era un tarocco di sé stesso.
Una non vorrebbe sempre dire che le manca il Novecento. Una non vorrebbe sempre dire che mai l’umanità è andata con tanta sicumera e rapidità verso il dirupo. Una non vorrebbe sempre dire che si stava meglio quando si stava senza l’autostima e la libertà d’espressione e tutti quei portati del benessere e della modernità. Una non vorrebbe, ma come si fa a evitarlo, sempre dire: stoviglie color nostalgia. Una non vorrebbe, non essendo neanche fluent in modenese, citare il Guccini privato, ma, ecco: in capésen un cazz’.
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