Questa è la storia.

Il 13 ottobre 1997 stavo guidando sull’Autostrada Genova-Livorno, avevo ventisei anni e, contrariamente al luogo comune romanzesco secondo cui tutti i ragazzi sono ambiziosi e le ragazze sensibili, non solo non sapevo cosa volevo, ma non avevo nemmeno troppa fretta di scoprirlo. Avevo iniziato a scrivere un romanzo, ma non era ancora una cosa seria. Quel giorno stavo andando a trovare una ragazza a Genova: una fotografa filiforme e mezza matta di nome Micky. Ricordo la nebbia – come un gigantesco crampo dello scrittore – e una spia che si accende: una lampada di Aladino arancione e una scritta digitale: «tanke bitte». Mi fermo all’autogrill Brugnato Est. Parcheggio davanti alla Taverna del Buongustaio (uno di quegli empori autostradali in cui si vendono prosciutti, coltellini e busti del Duce). Scendo. Cammino verso le pompe, chiedo a un benzinaio di farmi il pieno dell’olio. Gli lascio le chiavi e faccio quattro passi per sgranchire le gambe. Arrivo fino al ponte meccanico: hanno tirato su una Fiat Ritmo con le portiere aperte. Nessuno nei paraggi. Seminascosta dai piloni del ponte e da una catasta di pneumatici c’è una Mercedes. Nera. Oltre il lunotto posteriore, controluce, una crocchia di capelli rossi e una coda di cavallo s’agitano al di sopra del poggiatesta. È il posto del guidatore. Mi faccio più vicino. I capelli rossi sussultano come se fossero di qualcuno che stia prendendo a cazzotti il volante. Tenendomi sempre a una certa distanza, compio una manovra avvolgente e scarto sulla sinistra. Non sono affari miei, ma…

C’è una seconda persona a bordo. Riesco a indovinarne soltanto i capelli brizzolati. Sono a dieci passi dalla portiera anteriore sinistra. Distolgo lo sguardo quando mi sembra di vedere la donna voltarsi verso di me. Accendo una sigaretta (ancora fumavo). Guardo di nuovo. Il viso della donna è bianco latte. Porta un paio di occhiali scuri. Mi sta fissando. È Mina.

Scende dall’auto e mi viene incontro tremante, le grandi labbra verniciate di rosso contratte in una smorfia nervosa. Istintivamente vado verso la sua lunga gonna nera che svolazza; poi per sì e no tre secondi tutto si ferma e io la guardo, la guardo come se fosse un animale preistorico di cui ho soltanto immaginato l’aspetto contemplandone la ricostruzione dello scheletro in qualche museo di scienze naturali… Quando siamo a pochi centimetri l’uno dall’altra, lei tende le mani e io ascolto la sua Voce: «Mi aiuti».

Mi bastano tre passi verso l’auto per riconoscere il passeggero sulla Mercedes. Mi sta guardando da dietro il finestrino abbassato: la luce scava profonde anse grigie sulla sua silhouette, gli entra nella bocca semispalancata, deformandone i contorni. Ma è lui, non c’è ombra di dubbio. È Battisti.

***

Appartengo forse all’ultima generazione per cui leggere un libro, ascoltare un disco o vedere un film sono attività più appaganti che fotografarsi con la bocca a culo di piccione in cima alla Tour Eiffel. Che Mnemosine o il dio dell’arte – chiunque esso sia – ricompensi in eterno monsieur Marcel Proust, sir Paul McCartney e mister Orson Welles: non solo sono loro umilissimo fruitore, ma scavo nelle loro biografie come un devoto nelle vite dei Santi. Degli artisti che mi piacciono voglio sapere tutto. Cosa sarebbe successo se a Waterloo Napoleone non si fosse svegliato con un tremendo mal di testa? Alessandro avrebbe pugnalato Clito se a Samarcanda si fosse risparmiato l’ultima coppa di vino? Lord Byron sarebbe diventato un eroe nazionale greco se il suo spirito per l’avventura non avesse casualmente incontrato nella biblioteca paterna la traduzione delle Mille e una notte ad opera del capitano Burton?

Quando Battisti decise di abbandonare definitivamente il nostro pianeta per iniziare una personalissima cosmonautica nel Regno dell’Assenza, annunciò: «Non parlerò mai più, perché un artista deve comunicare solo per mezzo del suo lavoro. L’artista non esiste. Esiste la sua arte». E così è stato. Per uno come me, che studiava le sue canzoni con la perizia che Dahlhaus usava con le opere di Wagner e scavavo nella sua biografia come un devoto nelle vite dei Santi, fu uno shock. Chiunque abbia vissuto negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso con la vaga percezione di cosa sia la cultura pop, potrà testimoniare il senso di disagio che provocava il solo evocare quel nome: Lucio Battisti. La sua assenza era tangibile: e poteva essere inquietante pensare che in quel preciso momento, da qualche parte Lucio Battisti esisteva davvero. Più lui e la sua musica diventavano eterei, fino all’impalpabilità, più il peso della sua necessità diventava insopportabile. Lo vedono a Roma, a Rimini, nelle piazze degli autogrill, a fare windsurf sul Garda, ma è come se non ci fosse. Lo scovano davanti a un supermercato ma lui si nega e insolentisce i disturbatori. Lo fotografano mentre sta lavorando in villa, con la vestaglia da prepensionato, cuffia in testa e metro da falegname in mano, ma in genere per riprenderlo ci vuole il teleobiettivo. Negli anni Ottanta dove conta più apparire che essere, e il look è più importante della sostanza, Battisti diventa il Fantasma nella Macchina. La sua distanza è un gesto estetico protratto oltre ogni misura.

Niente, quindi, avrebbe potuto prepararmi a quell’epifania autostradale; a tal punto sconvolgente – e inverosimile – che fino a oggi ne ho taciuto con tutti: Battisti e Mina insieme in un autogrill? Chi ci avrebbe mai creduto?

***

A ottant’anni Tolstoj era famoso come Alessandro Magno A novantadue non ne poteva più, e quando il mondo lo andò a ripescare in una stazioncina ferroviaria, le sue ultime parole furono: «Svignarsela! Bisogna svignarsela!».

L’addio alle scene di Mina è stato più precoce e travagliato. L’aveva già dato nel 1972, quando tenne una serie di concerti con una grande orchestra alla Bussola, in Versilia. Rilasciò un’intervista a Playboy in cui confessava che dal vivo doveva «superare un trauma che ogni volta è più grave» e aggiunse: «Poi, adesso è diventato talmente pazzesco che potrei uscire, fare tre passi e tornar dentro: non gliene frega un… se canto bene, se canto male, se non canto addirittura o se scrivo a macchina».ù

Nel 1974, magrissima e tesa, presentò Milleluci con Raffaella Carrà e cantò la sigla di chiusura: «Non gioco più, me ne vado…». Per quattro anni non si fece più vedere, restandosene a Lugano, a mangiare felicemente, a fumare e giocare a scopone. E a incidere dischi. Poi tornò: era il 1978, e il 24 giugno fece la sua rentrée alla Bussoladomani; andò avanti coi concerti per tre mesi, poi si prese una bronchite virale, annullò le ultime date. L’ultimo suo concerto in assoluto data 23 agosto 1978. Sul palco si presentò grassa e avvolta in un peplo nero, bersagliata dai flash di cento fotografi, straziata dalle urla degli adoratori. Da quel momento Mina diventa la Grande Assente – in perfetta sincronia con Lucio Battisti: la Garbo, la Salinger della musica italiana. Nessun concerto, nessuna apparizione televisiva, nessuna intervista, solo qualche rara foto, spesso sfocata, rubatale mentre gira per le strade di Lugano o passeggia lungo la spiaggia di Forte dei Marmi.

Quella è la spiaggia della mia infanzia, è l’estate: una stagione interminabile che ancora oggi, se chiudo gli occhi, riesco a ricostruire a partire da qualche dettaglio, come le livree dei bombi e le corazze scintillanti dei calabroni alla luce di mezzogiorno, quando già da ore con mio fratello avevamo subito il rito dell’incremazione: con l’energia e la perizia di un verniciatore di barche nostra madre passava sui nostri corpicini strati e strati di biacca che avrebbero dovuto proteggerci dal sole, ma che avevano come unico effetto quello di renderci simili a dei golem nani, non appena arrivavamo ci rotolavamo nella soffice sabbia perlacea, ancora fresca dopo la notte. Sotto un cielo perennemente felice, d’un azzurro smaltato, l’Eden aveva l’odore delle creme solari e dei bomboloni di Orlando, che compariva dal nulla sulla spiaggia con sottobraccio un canestro di legno a due ante verniciato di bianco e gridava: «Focaccine! Bomboloni! Duri di menta!» per poi dileguarsi verso gli altri bagni.

È probabile che a tutti capiti di avvertire sempre nella polpa della più assoluta felicità il gusto della futura tristezza. A me succede sempre. Quell’infanzia paradisiaca a Forte dei Marmi, ad esempio, quell’epoca dolcissima – incremazione a parte – fatta di piste per le biglie, vulcani e castelli di sabbia, palline da tennis ancora bianche, passeggiate in bicicletta a cercare le more e pomeriggi trascorsi a scegliere nuovi soldatini di plastica dal giocattolaio in via Carducci, ha come supremo momento simbolico il giorno in cui in piazza Marconi, affisso sul muro accanto alla Farmacia Di Ciolo, i miei sgranati occhioni di ottenne videro un manifesto che reclamizzava la clamorosa rentrée di Mina, quella lunga e magra signora in bianco e nero, con le mani e gli occhi enormi, che avevo visto muoversi e sgolarsi dentro la scatola della televisione. Sul manifesto c’era scritto che il 24 giugno (il giorno dopo!) Mina si sarebbe esibita alla Bussoladomani, un tendone a pochi passi dal mare, a quindici minuti di bicicletta da casa nostra.

«Mamma, papà: mi ci portate?». Erano ancora quelli i tempi – davvero dorati – in cui l’estate durava tre mesi. E per tre mesi i concerti di Mina sarebbero andati avanti. I miei comprarono i biglietti per lo spettacolo del 25 agosto. L’estate diventò una lunga e penosa vigilia. I prodromi del brusco mutamento dal sogno al mio trauma infantile s’annunciarono con una copertina di Novella 2000 in cui si vedeva Mina sul palco di Bussoladomani, grassa e avvolta in uno sformato peplo nero, bersagliata dai flash di cento fotografi, con l’espressione straziata dalle urla degli adoratori. Dove era finita quell’allampanata e lunare signora che avevo visto in tv? Lo avrei scoperto di persona, comunque: mancavano ormai pochi giorni al mio D-Day. Ma non ci fu alcun D-Day. Sul Tirreno mio padre lesse che s’era presa una bronchite virale e che le ultime date erano annullate. Piansi. Mia madre mi disse: «Andremo a vederla l’estate prossima». Si sbagliava di grosso. Il 23 agosto 1978 fu il giorno dell’ultimo concerto di Mina in assoluto.

***

Ad Amherst, in Massachussets, la signorina Emily Dickinson era diventata un personaggio: perennemente vestita di bianco, non usciva di casa da quindici anni e si diceva che fosse un genio. Alla sua morte furono trovate centinaia di poesie scritte su foglietti ripiegati e cuciti con ago e filo.

La reclusione volontaria è uno dei metodi usati per aumentare la creatività sin dai tempi in cui Giorgio Vasari si ritirava in un monastero per ritrovare sé stesso. Nei tempi moderni è stata giudicata anche come una forma di narcisismo: «quando uno scrittore non mostra la propria faccia» ha scritto Don DeLillo in Mao II, «diventa il sintomo locale della nota riluttanza di Dio ad apparire». Vero. Ma è anche un estremo segno di vanità: tutti mi cercano? Io mi nascondo. Molto spesso è vero che tutti ti cercano perché ti sei nascosto.

Con Pynchon tutto è iniziato nel 1963, quando George Plimpton scrisse sul New York Times che l’autore di V. viveva a Città del Messico come un recluso. Da quel giorno sappiamo poche cose sicure sul suo conto: pare che abbia vissuto a Seattle, a Houston e a Los Angeles (dove teneva con sé un maiale di nome Claude), prima di trasferirsi a New York – una città che conta oltre novemila telecamere a circuito chiuso: l’incubo per uno che non vuol farsi vedere in faccia. Dicono che ogni tanto esce a cena e va al cinema con amici scrittori. Il motivo per cui per sessant’anni è riuscito a nascondersi così bene dagli occhi del mondo è che nessuno – o quasi – lo ha mai tradito. Il motivo? Pare sia una persona amabile a cui nessuno vorrebbe mai dare un dispiacere. Oggi ha ottantaquattro anni, ma l’indubbio vantaggio dei reclusi è che nella nostra immaginazione non invecchiano mai.

Lucio Battisti, ad esempio: negli anni Ottanta e Novanta invecchiava, ingrigiva e ingrassava senza che noi potessimo accorgercene; rimaneva fissata per sempre la sua immagine ventenne col folto casco di riccioli e il foulardino al collo. Magari quello che indossava il 23 aprile 1972, durante il medley con Mina nella trasmissione Teatro 10. Fu la ultima apparizione alla televisione italiana.

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Liza Minnelli una volta ha detto che Mina è per la canzone quello che De Niro è per la recitazione. «Se facesse un concerto «ha aggiunto, «andrei nel backstage a chiederle l’autografo».

Quel giorno, in autogrill, era fuori di sé dalla rabbia. Mi ha spiegato che aveva la macchina in panne, che i benzinai non l’aiutavano e che dovevano assolutamente arrivare in tempo da qualche parte – non mi ha detto dove. Era agitatissima. Battisti, invece, rimaneva dentro l’auto senza fare niente. Aveva il volto seminascosto da un paio d’occhiali da sole con la montatura bianca.

Bowie lo adorava. Pete Townshend, che lo aveva conosciuto a Londra, voleva collaborare con lui. Aveva sentito Emozioni, che giudicava una cosa unica. Battisti l’aveva pubblicata su singolo nel 1970, appena tornato da quella che sarebbe stata la sua ultima tournée: dieci date all’Altro Mondo di Rimini, alla Bussola e nel locale di Gino Paoli a Sestri Levante, accompagnato dalla Formula 3. L’ultimo concerto in assoluto lo terrà il 27 aprile 1971 al Circolo della Stampa di Milano, davanti ai giornalisti che tanto detestava. Di un anno più tardi è il suo clamoroso addio alla televisione italiana con il medley assieme a Mina. Nel 1973 rifiuta di farsi intervistare da Enzo Biagi e di suonare, su invito di Gianni Agnelli, al Teatro Regio di Torino, per un compenso di due miliardi di lire. Nel 1979 concede la sua ultima intervista: «Tutto mi spinge verso una totale ridefinizione della mia attività professionale» dice, prima di annunciare che non parlerà mai più. Il 14 luglio 1980 è la data della sua ultima apparizione pubblica, quando canta in playback Amore mio di provincia alla tv svizzera (pare dopo aver perso una scommessa con degli amici). Da quel momento, per diciotto anni, fino alla sua morte, il silenzio sarà totale.

«Abbiamo bisogno di arrivare a Talamone entro le quattro».

La voce che giungeva alle mie spalle – sottile, con un forte accento romano – era quella che avevo sentito cantare un milione di volte “Mi ritorni in mente”, “I giardini di marzo” e tutta quella roba là. Battisti aveva abbassato il finestrino dell’auto e appoggiava il gomito allo sportello.

Mancavano poco meno di tre ore alle quattro. Si poteva fare. Ma, esattamente, fare cosa? Mi stavano chiedendo di accompagnarli con la mia auto? Non avevano nessuno a cui chiedere aiuto? Mina e Battisti?

Lei era seduta davanti, accanto a me. Lui, dietro. Nessuno dei due possedeva un cellulare. «Volete chiamare qualcuno col mio telefono?» ho chiesto, prima di partire. Hanno risposto di no, in coro. Durante il viaggio, Battisti all’inizio ha parlato molto poco, rivolgendosi solo a Mina. A un certo punto mi ha detto: «Puoi mettere la radio?». Il primo pezzo che abbiamo intercettato è stato Discoteque degli U2. «Lascia» ha detto Battisti. Poi, dopo I’ll Be Missing You di Puff Daddy, il dj ha annunciato:
«E ora un Battisti d’annata, per tutti voi che siete in auto in questa che è proprio Una giornata uggiosa».
«Meglio se spegni» ha detto Battisti.
«Non facciamo niente da quel disco, Lucio?».
«No».
«E tu, che lavoro fai?» mi ha chiesto Mina.
Le ho raccontato, vergognandomene, i miei sogni di gloria letteraria.

«Ah, guarda: leggere è l’unica cosa che mi piace. Adesso sono sprofondata in Joseph Roth. Come si fa a non impazzire per uno così?» .
«La marcia di Radetzky…» provo a dire.
«La cripta dei cappuccini!» fa lei.
«Adesso sto rileggendo La leggenda del santo bevitore. L’hai visto il film di Olmi?».
«No».
«Meglio il libro. Del resto, è quasi sempre così. Anche se ci sono eccezioni, come La fiamma del peccato: mooolto meglio il film di Billy Wilder del romanzo».

Dopo una mezz’ora, Battisti mi ha chiesto di fermarmi a un autogrill perché doveva fare una telefonata. Evidentemente non voleva chiamare col mio cellulare. Mina e io abbiamo aspettato in auto.
«Non vedevo Lucio da un secolo» mi ha detto. Io a quel punto ho provato a fare la domanda che mi assillava: «Ma… avete qualche progetto insieme?».
«A Talamone?» mi chiede lei, ridendo.
«Da qualunque parte».
«Questa mattina ci siamo incontrati dopo venticinque anni. In tutto questo tempo, nemmeno una telefonata. Almeno fino alla settimana scorsa, quando ho deciso di chiamarlo».

***

Separarsi dal mondo in attesa che il mondo si disperi della tua assenza, non è forse il supremo atto di vanità? Tutti pensavano che Salinger fosse indifferente a ogni forma di pubblicità a sé stesso, ma la verità è che nei cinquantasette anni di autoreclusione (da quando decise di traferirsi nel New Hampshire, fino alla morte) monitorava ossessivamente ogni parola detta su di lui e teneva moltissimo alla propria reputazione. Voleva scomparire per dedicarsi unicamente alla letteratura, ma scriveva lunghissime lettere a delle ragazzine sconosciute. Si rifiutava di parlare coi giornalisti, ma quando la stampa si dimenticava di lui troppo a lungo, trovava sempre il modo di interagire coi giornalisti – specie se erano giovani giornaliste – parlando al telefono per mezz’ora con Lacey Fosburgh del New York Times o invitando a cena la bella Betty Eppes del Baton Rouge Advocate per un’intervista. Salinger, insomma, era un recluso a cui piaceva flirtare col pubblico vendendogli la sua reclusione. Se sei invisibile, sei ovunque.

***

Non appena è risalito in auto, Battisti ha annunciato a Mina: «Ho detto a Andy che le prime tre sono Abbracciala, abbracciali, abbracciati, La mente torna e Amarsi un po’».

«Io spero solo che non ci siano troppe zanzare e che l’umidità non mi morda le ossa» ha detto Mina. «La verità è che la natura non mi piace: già un albero mi innervosisce, mi spiace, Lucio, so che ti sto dando un dolore; ma io me ne sto anche quindici giorni senza uscire di casa: mi piace giocare a scopone e poker, mi piace la vita debosciata, non voglio fare niente, la ginnastica mi fa schifo, lo sport l’ho sempre seguito solo alla televisione, soprattutto il calcio… Tu lo segui il calcio, Leonardo?».

«Sì, molto».
«Di che squadra sei?».
«Roma».
«Ahia» dice Battisti. Che è laziale.
«Leonardo prima mi ha chiesto se abbiamo qualche progetto insieme».
«Sì, e glielo andiamo a dire a lui…».
«Dovreste fare un disco insieme» dico, temerario.
«Eh, ci siamo andati vicini» fa Mina.
«Una volta» dice Battisti.
«L’anno scorso».
Il cuore quasi mi si ferma. «L’anno scorso?» domando, sicuro di non aver sentito bene.
«Diglielo, Lucio».

E Battisti inizia a raccontare di quando a casa sua, a Molteno, si è presentato Celentano. «Mi continuava a chiedere di Mogol, figuriamoci. E che ne so io di Mogol? Non lo sento da quasi vent’anni! E mica per tutte le stupidaggini che hanno raccontato in giro. Io faccio sempre scelte professionali, e quella è stata una scelta professionale: ero arrivato a un punto che non dovevo più dimostrare niente a nessuno, non mi divertivo più a fare quel tipo di canzoni. Comunque, Adriano è una cara persona, le nostre mogli sono amiche. Io gli ho detto che avremmo dovuto vederci di più, magari per fare qualcosa insieme; non necessariamente per il pubblico, ma per divertirci noi. Ma gliel’ho detto così, per ridere…».

«Ma Adriano t’ha preso sul serio» interviene Mina. «Qualche giorno dopo averti incontrato mi chiama e mi fa: “Mi è venuta un’idea storica. Un disco veramente rotondo: tu, io e Battisti. Ho pensato anche al titolo: H2 O”. Io gli ho detto subito: “Quando si comincia?”. Ma poi lui ti ha cercato per venti giorni, ovunque, e tu eri sparito; neanche la Sony sapeva dov’eri. E quando alla fine gli hai risposto e lui ti ha parlato del progetto, mi ha detto che hai risposto in modo freddo e ha capito che non se ne sarebbe fatto niente».

«Non è vero che sono stato freddo. Quando mi ha detto il titolo del disco gli ho solo chiesto: “E il 2 al centro chi sarebbe?” Adriano m’ha detto: “Io” e io l’ho salutato e ho riattaccato» conclude Battisti ridendo.

***

Anche prima di incontrare Mina e Battisti sono sempre stato attratto dagli artisti misteriosi: Syd Barrett, Terrence Malick, Glenn Gould, Cormac McCarthy, i Residents, Banksy, i Daft Punk… Ci sono casi davvero affascinanti. Come quello di Yayoi Kusama, novantenne star dell’arte contemporanea (è quella delle zucche e degli specchi a pois). Si è volontariamente rifugiata in un ospedale psichiatrico oltre quarant’anni fa, e lo lascia solo per andare a lavorare nel suo studio, dall’altra parte della strada. Kusama non vede e non sente nessuno, non si è mai sposata, ha ribrezzo del sesso e ha una sola relazione platonica con il pittore Joseph Cornell, autorecluso in casa della mamma fino a cinquant’anni.

E poi c’è la Garbo e quell’estrema sovversione che fu il suo silenzio, la sua negazione di esistere dal 1941 alla sua morte, avvenuta nel 1990.

«Era lei il modello?» ricordo di avere chiesto a Mina. Ci eravamo fermati a un distributore sull’Aurelia perché Battisti doveva fare un’altra delle sue misteriose telefonate

«Lo sai che alcuni produttori la contattarono per interpretare la diva decaduta in Viale del tramonto?» mi dice Mina. «Ma lei rifiutò e la parte andò a Gloria Swanson. Che film meraviglioso! Io adoro Billy Wilder. Tutti parlano di Bergman, di Kurosawa, di Kubrik; ma Billy Wilder li batte tutti».

«L’idea di scomparire l’ha avuta dalla Garbo?».
«Ma no! Il fatto è che io non mi sono mai abituata a cantare in pubblico: ho paura di tutto, di dimenticare le parole, di inciampare e cadere come un sacco, ho paura che mi sparino, come in Nashville, come in Quinto potere. Ho sempre pensato a questa cosa: che mentre canto qualcuno mi ammazza. È una sensazione schifosa che mi devastava quando ero lì che annaspavo sotto i riflettori e non vedevo niente perché oltre tutto sono mezza orba, ho un occhio da diciotto diottrie…».
«E Battisti?».
«Ah, non lo so. Chiedi a lui. Sai, non è che io lo conosca poi molto, Lucio. Anzi, non lo conosco affatto. Non ci siamo mai frequentati. Io cantavo le sue canzoni. Le adoravo, le adoro. Sono un meccanismo inattaccabile, costruite con quella apparente semplicità, con quel naturale, delizioso, totale mood cosmico, che fa pensare alla fluidità di Puccini, al prezioso andamento di certi canti gospel; e insieme sono così piantante nella tradizione della canzonetta italiana da far cantare i garzoni mentre vanno in bicicletta a consegnare il pane, i bambini e tutte le madri d’Italia. Che talento straordinario, che dono raro quello di essere capiti da tutti!».
«Come lei» dico.

E non sono neanche nata per cantare. Davvero. Non ci crede nessuno quando lo dico. Se c’è una cosa che non mi va quasi mai di fare è cantare. Figuriamoci in pubblico! A me non piace cantare davanti alla gente».
«Purtroppo» dico io.

Mina fa finta di non sentirmi: «Ma Lucio», continua, «Lucio è stato il più grande nel realizzare il miracolo che ci fa sentire tutti figli della stessa materia. Sai, in tutti questi anni avevo un sogno, una pazzia. Ho un giovane corista che si chiama Moreno, molto bravo, che ama Battisti almeno quanto me: avevamo deciso che se Lucio avesse fatto di nuovo un concerto, saremmo andati a fargli il coro. E nella nostra follia avevamo già pensato alla scaletta, a quali pezzi fare, alla formazione dell’orchestra, persino ai vestiti. Ogni volta che ci incontravamo in sala d’incisione aggiungevamo qualche dettaglio al nostro progetto. Tutto era variabile tranne la presenza di due soli coristi: noi due».
«Che peccato! Sarebbe stato l’evento più memorabile della storia della musica italiana». «Sarebbe?» fa Mina guardando dritto davanti a sé, oltre il parabrezza.
«Sarà! Non l’hai ancora capito, mio caro?».
«Capito cosa?».
«Che se non ci diamo una mossa arriveremo in ritardo al nostro concerto».

***

Anche la loro era una fuga. Una fuga dalla fuga. Dai giorni tutti uguali, dalle torri in cui s’erano rinserrati, dalla loro irrevocabile decisione di scomparire per sempre. Una fuga al quadrato, insomma. Il concerto era stato organizzato sulla spiaggia del Parco della Maremma.
«Ci hanno concesso di chiuderlo al pubblico» mi ha spiegato Battisti mentre varcavamo i cancelli. «Non ci sono spettatori?».
«Chiuso per manutenzione».

Rideva, ma si vedeva che era nervoso.
«Dio non canta, vero?» ha detto Mina mentre tagliavamo verso il mare attraversando la macchia mediterranea; una dozzina di cavalli bradi galoppava controluce.
«Forse non ha mai cantato. Si vede che non gli serviva. Ha dato il canto a tutti gli elementi che popolano questo mondo e che si danno da fare per tenerlo vivo. Il rumore dell’esistenza è canto: canta l’acqua, canta il vento, cantano le fronde degli alberi, senti… cantano gli animali, canta l’uomo. Il canto è un grido, una liberazione. Una manifestazione della verità. E non ha bisogno di spettatori».

Quando siamo arrivati alla spiaggia dell’Alberese, un magnifico sole autunnale cominciava ad abbassarsi all’orizzonte. Un piccolo palco, da sagra di paese, era stato montato in perpendicolare al mare, a pochi passi dalla battigia. Da tre pulmini neri alcuni roadies stavano scaricando l’attrezzatura: strumenti, amplificatori, tre o quattro flight cases, il mixer.

In meno di mezz’ora tutto era pronto. Mina e Battisti, intanto, erano scomparsi dietro un camper. Alle cinque meno dieci eccoli di nuovo, ultimi di una fila di nove a entrare in scena: tutti maschi, tranne Mina, tra i venticinque e i sessant’anni. Due chitarre, basso, batteria, tastiere, e tromba, più un corista e percussionista (Moreno?). Il sole tramontava, nel freddo pungente, tingendo di rosa la sabbia e i tronchi d’albero spiaggiati. Davanti al palco, dietro il mixer, tre tecnici. Lì accanto, seduto su un grosso tronco, quasi incapace di respirare per l’emozione, io: l’unico spettatore del primo duetto tra Mina e Battisti dal 1972. Non mi avevano dato il permesso; credo si siano semplicemente dimenticati di me.

Tre colpi di batteria pieni di eco: tum-tum-paf… e il sintetizzatore allunga una nota all’infinito, mentre ne varia altre utilizzando il nucleo armonico basato sull’alternanza di due accordi di settima maggiore che nella musica novecentesca era stato anticipato dalla prima delle Gymnopédies di Erik Satie. Non appena inizia a cantare Abbracciala abbracciali abbracciati, la voce di Battisti è mascherata da filtri ed echi, come se fosse anch’essa uno strumento in lotta con gli altri, un mezzo in mezzo alla musica, contribuendo a creare quello stile cosmico – una miscela di pop, progressive e psichedelia con ritmi e sfumature propri della musica latino-americana – che ha fatto dell’album Anima latina un capolavoro amato persino da David Bowie.

Il mare violanero inghiotte il sole durante il crescendo leggero e luminoso delle tastiere; la tromba annuncia l’ingresso della voce di Mina, che gioca anche lei a nascondersi tra gli strumenti, salvo poi perforare qualsiasi barriera tra lei e noi innalzandosi fino a vette sublunari. È buio attorno al palco quando, dopo sei minuti, Battisti si riprende la canzone domandando:

Mia cara, cara amica,
che ne dici se noi
portiamo a termine
la nostra dolcissima fatica?

***

Tra il 29 e il 30 agosto 1998, dieci mesi dopo quel concerto sulla spiaggia, si diffuse la notizia del ricovero di Lucio Battisti in una clinica milanese. L’8 settembre venne spostato nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale San Paolo, dove morì la mattina del 9 settembre, a cinquantacinque anni. Pare che soffrisse da anni di glomerulonefrite, un’infiammazione ai tessuti dei reni, e che per questo fosse in dialisi. Avrebbe anche subito il trapianto di un rene, in Francia; ma l’operazione non andò bene. Al suo funerale furono ammesse solo venti persone, tra cui Mogol

Per vent’anni aveva vissuto in mezzo a noi, invisibile. «Una volta» mi ha raccontato un discografico della Sony, «chiesi a un ragazzo di guardare davanti a sé. Lui affilò gli occhi e stava per svenire. Perché la gente pensa di trovarsi di fronte a un Lucio Battisti ingrassato, deformato dall’età e un po’ invecchiato. Invece ha gli stessi capelli ricci di sempre e parla con la stessa voce aspra. È gentile e riesce a liquidarti nel momento in cui le domande cominciano a spingersi più in là del consentito. Una volta gli chiesi perché non tornava a fare qualcosa dal vivo e lui rispose: “Secondo te dovrei?”. E io: “Forse sì”. “Be’, a me non interessa”. E se gli chiedi qualcosa sull’album che al momento sta registrando ti dice che il nuovo disco è forte. E se ne va».

Gli piaceva dormire, ma era l’unico sfizio che si concedeva, perché il suo metodo di lavoro si sintetizzava in un motto: il vero artista è un impiegato. Perciò lavorava sei ore al giorno, dal lunedì al venerdì. Week-end libero, invece, come un bancario qualsiasi. In casa aveva uno studio di registrazione attrezzatissimo. Tra le sue fobie c’era quella di venir derubato della propria musica. Così ogni volta che usciva di casa si portava dietro i nastri registrati, chiusi in un inelegante borsello da cui non si separava mai. Era un lettore forte: tra i suoi libri preferiti i Cantos di Ezra Pound. Passava molte sere in casa (rarissime le uscite coi pochi amici) e guardava parecchia televisione. Seguiva il Festival di Sanremo divertendosi a commentare sarcasticamente le performance dei colleghi. Ammirava molto De Gregori, mentre sulla lista nera c’erano Battiato, Fossati e Baglioni. Con Baglioni aveva chiuso, perché una volta, a Los Angeles, gli aveva detto in faccia che lo considerava il continuatore della tradizione italiana alla Claudio Villa. Raccontano che fu un botta e risposta piuttosto teso. Baglioni si offese a morte. Battisti ascoltava soprattutto musica classica, comunque. Individualista radicale, spiegava il suo isolamento con la necessità di separare l’uomo, imperfetto, dall’artista, che dev’essere infallibile. Considerava l’arte una scienza esatta che deve rifuggire dall’improvvisazione. Quando morì, gli mancavano solo due esami per laurearsi in matematica.

Qui sotto, ecco la scaletta di quell’ultimo concerto. L’ho trafugata dal banco del mixer, prima che smontassero tutto e sparissero dalla mia vita senza neanche salutarmi. Non credo sia stata maleducazione, ma (per usare una parola al Battisti prima maniera) più comprensibilmente l’emozione del momento.

Le L e le M tra parentesi stanno a indicare Lucio e Mina.

Quando c’è scritto «L&M» vuol dire che la voce guida è quella di Lucio (per «M&L» vale il contrario); «ac.» significa acustico: sono le due canzoni che Lucio eseguì da solo alla chitarra. Alla fine era molto stanco, tanto è vero che l’ultima canzone, La voce del viso (ultima traccia di Hegel, ovvero dell’ultimo album che ha pubblicato in vita), è stata tagliata.

È rimasto per anni per me il mistero di quel «S.E.G.» tra parentesi in fondo alla scaletta. In alcuni dischi degli anni Settanta, compariva la stessa scritta in coda ai crediti. È stato Alberto Radius, che ha suonato la chitarra su parecchi pezzi di Battisti, a chiarirmi cosa significasse: «S.E.G. stava per “Scusa Er Guanto”. Lucio lo diceva sempre quando era contento di una registrazione. Era un po’ come dire: tiè, beccatevi questa».

***

Amo così tanto Mina e Battisti non perché non esistono, ma perché mi sono stati sottratti; la loro assenza è una ancor più radicale presenza. E io non mi stancherei mai di cercarne il succo vitale nei pochi indizi che ci hanno lasciato (come le scarpe bianche, sporche di sabbia, di Battisti sulla copertina di E già, con l’ombra della gamba sinistra che si allunga fino a trasformarsi in una serie di disegnini infantili; o Mina che diventa la Gioconda – ma nascondendo il proverbiale sorriso – sulla copertina di Olio). Vogliono che noi li lasciamo in pace o che diamo almeno una sbirciatina?

Da un paio d’anni di analisi è venuto fuori che il mio problema maggiore è l’ansia dell’abbandono. Senza farvela troppo lunga, per me l’amore nasce dall’assenza ed è sempre collegato all’angoscia. Il risultato è che sono attratto da chi si allontana da me, m’innamoro degli anaffettivi. «Gli assenti non mancano mai» mi ha detto un mio amico, quando ho provato a spiegargli la cosa. E con perfetta scelta di tempo si è acceso una Gauloise, come in un film di Melville.

Quando ho incontrato Mina e Battisti e li ho portati a duettare sulla spiaggia la magia è finita. Non appena sono diventati reali e mi hanno parlato, li ho amati di meno.

Persino Pynchon – il più refrattario di tutti alle luci della ribalta – una volta ha rotto il silenzio – e nel modo più imprevedibile. In un episodio dei Simpsons del 2004, Marge scrive un romanzo dal titolo Il cuore arpionato e Pynchon si offre volontario per firmare la fascetta promozionale: «Ho amato questo libro almeno quanto amo le macchine fotografiche». Nella scena, mentre si ascolta la sua vera voce, lo si vede al telefono con un sacchetto in testa con sopra disegnato un punto interrogativo; Pynchon è nel giardino di casa sua e dietro di lui si scorge un cartello con scritto: «La casa di Thomas Pynchon. Entrate pure!». Uno dei produttori esecutivi della serie, Matt Selman, ha postato su Twitter la foto del copione relativo all’episodio, sulla quale si possono leggere le modifiche richieste dall’autore alla sua parte. Tra queste, la richiesta di non chiamare Homer Simpson “ciccione”: «Mi dispiace ragazzi, ma Homer è il mio esempio e non voglio offenderlo».

Non sono d’accordo con chi liquida Pynchon come un mediocre parodista della satira menippea, anche se detesto l’attitudine tipica dei suoi devoti lettori di accostarsi ai suoi libri come se fossero opere sapienziali. Il gusto per il pastiche, lo stile debordante, lo humor nero, il citazionismo pop, l’erudizione enciclopedica, il tono comico-apocalittico, la fissazione per la tecnologia, le tendenze paranoiche e una visione cospirazionista del mondo sono alcune delle caratteristiche principali del migliore scrittore in prosa di invenzioni epiche dai tempi di James Joyce. Il suo terzo romanzo, L’arcobaleno della gravità, pubblicato nel 1973, è il più grande tentativo mai compiuto da uno scrittore del Novecento per esorcizzare l’horror vacui. Dopo averlo scoperto con quel mostruoso romanzo, ho letto tutto quello che Pynchon ha scritto: V., L’incanto del lotto 49, i racconti raccolti in Un lento apprendistato, Vineland, Mason & Dixon… Nel 2006, dopo dieci anni di silenzio, uscì Contro il giorno, un romanzo in cui Pynchon ricorreva senza economia a tutti i suoi trucchi più celebri: un’estenuante lunghezza (1.085 pagine nell’edizione americana), un plot talmente labirintico da scoraggiare ogni tentativo di sinossi, un cast di personaggi che tende all’infinito – con la solita incursione di alcune figure vere, da Nikola Tesla a Bela Lugosi a Groucho Marx – un incastro apparentemente caotico di piani temporali (reversibili, sovrapposti, spiroidali), l’Atlante usato con disinvolta bulimia (si va da Chicago a Venezia, dal Messico all’Asia centrale, oltre a un paio di luoghi che nessuna mappa ha mai segnato) per ambientare scene che sembrano vetrini di una lanterna magica. Non mancavano l’inevitabile routine della canzoncina suonata all’ukulele, astruse formule matematiche e ovviamente la mania del complotto, con robuste dosi di anticapitalismo, controcultura, anarchia, eros, entropia e misticismo. Nel risvolto di copertina – redatto inequivocabilmente dallo stesso Pynchon – si leggeva: «Se quello narrato nel romanzo non è il mondo, è perlomeno il mondo come dovrebbe essere con un paio di aggiustamenti. Secondo alcuni, è questo lo scopo principale della narrativa».

Molti critici americani non abboccarono. Sul New Yorker, Louis Menand si arrese di fronte a «un testo che eccede la nostra umana capacità di tenere tutto in mente. Succedono troppe cose tra troppi personaggi in troppi posti diversi». Secondo Michiko Kakutani, «i personaggi sono così debolmente delineati che i loro sforzi per entrare in contatto fra loro appaiono macchinosi e patetici».

Ciò che mi inquietava di più, leggendo il libro, oltre alla sensazione che il mio amato Pynchon avesse perso lo smalto dei giorni di gloria, c’era anche il sospetto che nell’incipit fosse nascosto un messaggio ai lettori: «Adesso mollate gli ormeggi!».

«Di buona lena, su… fate attenzione… molto bene! Preparatevi alla partenza!».

Non c’è solo quella prima frase, «Now single up all lines!», dove lines può essere letto come “ormeggi” ma evoca anche le righe di un testo. L’inveterato parodista, infatti, ha ricalcato il suo attacco dalla prima scena della Tempesta di Shakespeare, che, sebbene cronologicamente sia seguita dall’Enrico viii, resta il momento conclusivo, il punto d’arrivo e il sigillo del bardo:

capitano: Nostromo!
nostromo: Eccolo, capitano. Che c’è?
capitano: Forza! Tieni sù i marinai. E sotto! Alla svelta, ché qui si va a traverso. Dài! Sotto! Sotto!

Da qui il sospetto che Against the day fosse nelle intenzioni di Pynchon il suo addio alla letteratura; e che le ultime parole di Prospero potessero essere il suo segreto epitaffio:

Non ho più, a darmi manforte, i miei spiriti alleati e obbedienti; né artifici o incantamenti. Disperata è la mia sorte, se non venga in mio soccorso una vostra intercessione così viva e persuasiva che mi aiuti a conquistarmi l’indulgenza e il perdono ai miei errori. E se a voi, cari signori, piace d’esser perdonati dei peccati, date adesso a me la licenza di partir libero e assolto dalla vostra alta clemenza.

Purtroppo, non è stato così. A Contro il giorno sono seguiti (finora) altri due romanzi, Vizio di forma e La cresta dell’onda: due enormi delusioni.

Emanuele Trevi, che condivide con me la passione per Pynchon, con uno dei suoi vertiginosi paradossi una sera ha cercato di convincermi che si tratta di due libri significativi: «se i silenzi di Tolstoj sono eloquenti, come diceva Lenin, altrettanto si può dire, credo, dei fallimenti di Pynchon. Prendi La cresta dell’onda».

«Una noia mortale».
«Sì. Una perdita di tempo. Però non si può negare che quando leggi le prime pagine si rimane ammirati: la mano del maestro non trema, come se gli anni non fossero passati. Tutti i talenti di questo impareggiabile signore della parola si fanno riconoscere, strizzano l’occhio al pubblico come altrettante ballerine del varietà in rivista. La cornucopia delle delizie è spalancata: la sublime arte del dialogo icastico, l’ironia, l’estro teatrale degno di un maestro dell’avanguardia russa, l’occhio infallibile e l’udito fine. Eppure, vai avanti e ti ritrovi in un paradosso di Zenone o in un koan buddista: la macchina funziona perfettamente, ma allo stesso tempo non funziona. A un certo punto, mentre dal cappello magico del maestro continuano a uscire personaggi memorabili e coinvolgenti segmenti dell’intrigo, non ce ne importa più nulla. Oltre un certo limite, l’incalzare degli eventi e delle informazioni produce un unico effetto possibile, che è un’assoluta indifferenza».

«È così. E la cosa più strana è che tutto: il ritmo, lo
stile… tutto è uguale a L’arcobaleno della gravità».
«Esatto! Tanto che un sinistro sospetto, Leo, mi conduce fino alle soglie dell’apostasia. Non sarà che avevamo troppo sopravvalutato ciò che adesso ci annoia e ci delude così dolorosamente?».
«Non penso».
«Ho fatto la prova. Ho aperto L’arcobaleno della gravità a caso e mi sono divertito come un matto: la potenza è rimasta intatta».
«E quindi?».

«Pynchon non ha perduto nulla del mestiere, ed esegue in scioltezza tutti i suoi numeri. La sua maniera di interpretare il mondo rimane sbalorditiva. Eppure queste perfette repliche di sé stesso suonano fasulle, disertate da quell’energia, da quello slancio vitale che non si sa mai come definire, ma decide di tutto il resto».
«Il re è nudo».
«Sì, la prestazione non riesce a coprirlo. A meno che…». «A meno che?».
«Be’, io un dubbio ce l’ho: e se con questa insignificanza che appare addirittura programmatica il maestro avesse voluto insegnarci ancora qualcosa, non potendolo fare altrimenti? Questa stramba parodia di sé stesso non sarà una forma estrema di ascetismo, un  memento mori, una sottile denuncia dell’irrimediabile inutilità di ogni intrigo, di ogni indagine e in definitiva di ogni storia?».
«Mi sembra, più che altro, un pio desiderio del fan».
«Credo anch’io. La verità è che la vita, molte volte, è più lunga dell’ispirazione. E certi re, tutto sommato, se lo possono pure permettere di fare nudi l’ultimo pezzo della passeggiata».

Questo racconto di Leonardo Colombati è tratto dal quarto numero di K, la rivista letteraria de Linkiesta, dedicato alla felicità. È stato pubblicato per la prima volta nella primavera 2022. Si può acquistare qui, allo store de Linkiesta.


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 Leonardo Colombati

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