Quando il Corridoio economico India-Medio Oriente-Europa (Imec) fu annunciato al G20 di Nuova Delhi, nel settembre 2023, un Recep Tayyip Erdoğan visibilmente furioso reagì sostenendo che «Non può esserci un corridoio senza la Turchia».
L’Indo-Mediterraneo è la culla di quattro delle grandi religioni del mondo moderno: induismo, islam, cristianesimo ed ebraismo. È stato anche uno dei grandi spazi commerciali della storia dell’umanità. Oggi torna a essere uno dei teatri nei quali si decide il futuro equilibrio di potere.
I commerci tra l’India e il Mediterraneo prosperavano già in epoca romana, quando spezie, tessuti e pietre preziose indiane raggiungevano l’Europa attraverso il Mar Rosso e l’Egitto, in particolare Alessandria. Questa antica arteria commerciale subì una profonda interruzione dopo la conquista dell’Egitto da parte del Califfato Rashidun, nel 641-642 d.C., che portò la principale porta mediterranea dei commerci con l’India sotto un nuovo ordine politico islamico.
Secoli dopo, nel 1453, Costantinopoli cadde nelle mani dei turchi ottomani, diventando poi Istanbul, capitale dell’Impero ottomano e sede dell’ultimo Califfato dell’Islam. La conquista ostacolò profondamente i commerci tra Europa e India, spingendo le potenze europee alla ricerca di rotte marittime alternative.
Meno di un mese dopo l’annuncio dell’Imec, nel 2023, Hamas lanciò il brutale attacco terroristico contro Israele del 7 ottobre. La trasformazione dell’assetto di sicurezza del Medio Oriente che ne è seguita è oggi accompagnata dal Patto della Mecca, che riunisce Arabia Saudita, Turchia e Pakistan in quella che viene presentata come una sorta di «NATO islamica».
L’Egitto non figura tra i firmatari iniziali, ma una sua eventuale adesione creerebbe una configurazione Saudi-Turkey-Egypt-Pakistan, Step, riunendo quattro dei più importanti Stati sunniti. L’Egitto rimane però vicino agli Emirati Arabi Uniti, proprio mentre le tensioni tra Abu Dhabi e Riad diventano sempre più evidenti. Una difficoltà per entrambe le parti, senza dimenticare la storica rivalità tra il Cairo e Ankara.
I quattro Paesi hanno sistemi politici, priorità strategiche e interpretazioni dell’islam politico differenti. Competono inoltre per l’influenza sul mondo musulmano. Sono solo alcune delle ragioni per cui questo patto potrebbe rimanere superficiale.
Ciò che sta emergendo è però una rete che collega apparati militari, servizi di intelligence e leadership politiche, sostenuta dalla potenza finanziaria saudita. Riad sta cercando di finanziare un ecosistema che combina armi pakistane e di origine cinese, soldati e addestramento militare pakistani, tecnologia della difesa turca e, sullo sfondo politico, la deterrenza nucleare del Pakistan.
L’equazione è relativamente semplice. La Turchia possiede tecnologia militare, capacità di intelligence e ambizione geopolitica. Il Pakistan dispone di un enorme apparato militare, armi nucleari e decenni di esperienza nell’esportazione di addestramento e personale militare. Entrambi attraversano, in misura diversa, difficoltà finanziarie. Nessuno dei due dispone delle risorse di Riad.
Tra le figure più importanti dietro questa architettura emergente c’è Hakan Fidan, lo storico custode dei segreti di Erdoğan. L’ex capo dell’intelligence turca, oggi ministro degli Esteri, incarna il confine sempre più sfumato tra intelligence e politica estera ad Ankara. La sua straordinaria attività tra Siria, Iraq, Iran, Libia e Golfo suggerisce che la Turchia stia costruendo qualcosa di più ampio di una semplice rete di rapporti bilaterali, ora sostenuta finanziariamente dall’Arabia Saudita.
Nel 2012 Fidan fu preso di mira da magistrati associati al movimento gülenista, un episodio che mise in luce la crescente frattura tra l’establishment di Erdoğan e la rete di Gülen, entrambi radicati in differenti ramificazioni della tradizione Naqshbandi-Khalidi. Anche le origini curde di Fidan sono significative, in un momento in cui Ankara cerca una nuova apertura sulla questione curda, mentre la Siria sostenuta dalla Turchia negozia il futuro rapporto tra Damasco e le SDF a guida curda.
L’Arabia Saudita fornisce l’ingrediente mancante: il denaro. Mohammed bin Salman cerca da anni di affermare il Regno come potenza politica indispensabile del mondo arabo. Il bilancio di Riad nei conflitti regionali rimane tuttavia incerto. Lo Yemen ha mostrato i limiti della potenza militare saudita, mentre l’Iran e la sua rete di partner e proxy hanno ripetutamente sfidato l’influenza del Regno.
Che cosa garantisce realmente il Patto della Mecca? La domanda è diventata ancora più pertinente quando gli Houthi hanno attaccato infrastrutture di Saudi Aramco a Jizan, poco dopo la firma dell’accordo. A due settimane dall’attacco non vi è stata alcuna risposta militare collettiva.
I movimenti più significativi sono avvenuti altrove. Fidan si è recato in Libia, aprendo un importante dialogo con il generale Khalifa Haftar nonostante il tradizionale sostegno turco alle autorità rivali di Tripoli. Ankara ha ampliato il proprio sostegno militare alla Siria, sfidando Israele alle sue porte. Nel frattempo, le relazioni pakistane nel settore della difesa in Libia e Sudan indicano una rete sempre più complessa di denaro saudita, capacità militare pakistana e proiezione geopolitica turca.
Tutto questo riguarda direttamente l’Europa.
Le storiche dispute tra Turchia e Grecia sulle acque territoriali, lo spazio aereo, i confini marittimi e la sovranità nell’Egeo sono tornate ad acuirsi con un atteggiamento turco più aggressivo. Una Turchia più potente e finanziata dall’esterno modifica gli equilibri strategici all’interno della stessa Nato.
Le conseguenze si estendono al Caucaso. La straordinaria vicinanza strategica dell’Azerbaigian alla Turchia comincia a mettere sotto pressione l’importante rapporto di Baku nel settore della difesa con Israele.
Siria e Libia riguardano ancora più direttamente l’Europa e, in particolare, l’Italia. Una maggiore competizione militare in entrambi i Paesi incide sui flussi migratori, sulla sicurezza energetica e sulla stabilità della frontiera mediterranea meridionale dell’Europa.
Un’alleanza Step spingerebbe inevitabilmente i Paesi sull’altro lato di questa nuova frattura geopolitica a coordinare maggiormente difesa e intelligence. India, Israele ed Emirati Arabi Uniti dispongono già di forti rapporti bilaterali, mentre i loro interessi si intrecciano sempre più con quelli di Grecia, Cipro e Armenia.
L’attore più paradossale potrebbe essere l’Iran. Teheran non ha alcun interesse a vedere emergere attorno a sé un’architettura di sicurezza sunnita finanziata dall’Arabia Saudita, legata alla Turchia e a un Pakistan dotato di armi nucleari. L’India acquisisce quindi un’ulteriore importanza strategica per l’Iran, ben oltre Chabahar, pur mantenendo Nuova Delhi rapporti eccezionalmente stretti con Israele e le monarchie del Golfo.
Anche il Pakistan si trova davanti a una contraddizione. Islamabad ha aumentato il proprio valore per Washington come canale di comunicazione con Teheran. Ma la crescente attività diplomatica di Fidan in Iraq e Iran offre potenzialmente un altro intermediario. Più la Turchia diventa indispensabile, meno unico diventa il ruolo di mediazione di Asim Munir.
Se il Patto della Mecca avrà successo, la nuova architettura di sicurezza potrebbe ruotare sempre più attorno a Mohammed bin Salman come finanziatore e sponsor politico, con il feldmaresciallo pakistano Asim Munir a fornire il peso militare e Hakan Fidan gran parte dell’architettura diplomatica e di intelligence. Se l’Egitto aderisse, il presidente Abdel Fattah el-Sisi aggiungerebbe la più grande popolazione del mondo arabo e una delle sue maggiori forze armate.
Ma le difficoltà sono formidabili. Il Pakistan affronta conflitti politici interni, dal Kashmir amministrato dal Pakistan al Balochistan, e uno scontro sempre più violento con i talebani afghani, un tempo suoi proxy e protetti. L’Egitto presenta un problema ideologico diverso. Sisi fu nominato ministro della Difesa dal presidente dei Fratelli Musulmani Mohamed Morsi, che poi sostituì con il golpe militare del 2013. L’Egitto considera la Fratellanza Musulmana uno dei suoi principali nemici, mentre la tradizione politica di Erdoğan ha mantenuto profonde affinità con l’islam politico legato alla Fratellanza. La stessa Arabia Saudita ha una storia complessa e spesso ostile con la Fratellanza, che considera la famiglia reale saudita un proprio avversario.
Anche il rapporto tra Erdoğan e Fidan merita attenzione. La crescente visibilità diplomatica di Fidan, le sue connessioni nell’intelligence e la sua statura internazionale lo rendono straordinariamente utile al presidente turco. Se questa influenza possa un giorno trasformarsi in una fonte di insicurezza politica per Erdoğan è un’altra questione.
Queste contraddizioni potrebbero impedire a Step di diventare quella Nato sunnita immaginata dai suoi sostenitori. Alla vigilia dell’Accordo di libero scambio tra Unione Europea e India, definito «la madre di tutti gli accordi commerciali», la posta in gioco è però molto più grande di un altro accordo di difesa mediorientale. Il successo dell’Imec dipende, in ultima analisi, da chi controllerà, proteggerà e influenzerà lo spazio fisico e politico tra India ed Europa.
L’Europa ha quindi un interesse diretto a impedire che i finanziamenti sauditi consentano un’espansione turca incontrollata in Africa e nel Caucaso, mentre l’India ha un interesse altrettanto forte nel contenere l’espansione strategica pakistana in Asia meridionale e oltre.
C’è un’ironia storica. Cinque secoli dopo che il controllo ottomano di Costantinopoli pose una formidabile potenza sulle rotte tra Europa e Asia, una nuova competizione geopolitica sta emergendo attorno ai corridoi che collegano l’Oceano Indiano al Mediterraneo.
Nel 2023 Erdoğan disse che non poteva esserci alcun corridoio senza la Turchia. Tre anni dopo, la domanda è se Turchia, Pakistan e Arabia Saudita stiano cercando di costruire un’architettura di sicurezza capace di rendere vera quella affermazione.
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Vas Shenoy
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