Mentre la morsa della discriminazione di genere continua a stringersi sotto il regime talebano, negando i diritti basilari alla popolazione femminile, l’Afghanistan assiste a un fenomeno che sfida apertamente il paradosso imposto dal regime: la crescita esponenziale dell’imprenditoria femminile. Lontane dall’essere relegate al mero ruolo di vittime, le donne afghane stanno dimostrando una straordinaria determinazione e resilienza. Come illustrato da Elena Noacco, insieme ad Arianna Briganti, le idee delle donne si sono tradotte in realtà concrete che spaziano dalla ristorazione alla manifattura, dalla moda all’artigianato, fino alla trasformazione agroalimentare, con piccole imprese di pasta tipica e la produzione di succhi di frutta supernutrienti. Noacco e Briganti sono cooperanti internazionali, tra le fondatrici di NOVE Caring Humans un’organizzazione non profit fondata a Roma nel 2012 insieme a Susanna Fioretti. Attraverso il loro lavoro con l’associazione e in sinergia con reti internazionali e partner italiani, si occupano da anni di sostenere la resistenza silenziosa delle donne afghane, promuovendo progetti di microimprenditoria, formazione e inclusione per superare i divieti e le restrizioni imposte dal regime talebano. Dallo scorso anno l’associazione NOVE ha lanciato il Women Business Prize, un progetto dedicato a sostenere imprenditrici e idee di business al femminile, arricchito da percorsi di peer learning per favorire lo scambio reciproco di competenze. Alla sua prima edizione, il progetto ha coinvolto circa 140 imprenditrici provenienti da 11 province, comprese le aree più remote del Paese, un traguardo importante che testimonia la resilienza e la vitalità dell’imprenditoria femminile anche nei contesti più difficili. Questo fermento economico si muove proprio attraverso una fitta rete di cooperazione internazionale, in particolare grazie alla partnership tra Italia e Afghanistan. Di fronte a divieti severissimi, come l’impossibilità di uscire di casa senza un accompagnatore maschile o di gestire autonomamente il denaro, le imprenditrici si sono reinventate, sfruttando strumenti digitali all’avanguardia ed e-commerce per aggirare le restrizioni. Molte di loro si erano formate nel ventennio precedente al ritorno dei talebani e oggi guidano le nuove generazioni. Queste ultime, purtroppo tagliate fuori dall’istruzione superiore e dalle università da cinque anni, trovano nei peer learning circles e nelle reti di supporto reciproco un’ancora di salvezza formativa e professionale. La forza di questo modello economico risiede anche nella sua capacità di adattamento domestico e sociale. Molte donne producono beni direttamente da casa, affidando ai componenti maschili della famiglia il compito di recarsi al mercato per la vendita. In questo modo, le attività femminili finiscono per sostenere interi nuclei familiari, sopperendo alla drammatica mancanza di lavoro che colpisce gli uomini in un Afghanistan strozzato dalla crisi economica e dalla disoccupazione. Le dimensioni di queste realtà variano dalle piccole imprese con 6-15 dipendenti fino a realtà medie che ne contano fino a 50. Accanto alla tradizionale e immensa filiera dei tappeti, emergono donne che gestiscono la logistica e persino imprese di costruzioni. Un gruppo di giovani donne, ad esempio, gestisce con successo un’applicazione per l’acquisto di biglietti per mezzi di trasporto, dimostrando come l’expertise femminile sia determinante, anche quando è costretta a operare “dietro le quinte”. Qasid, questo il nome della startup, è una piattaforma digitale di logistica e biglietteria nata a Kabul con l’obiettivo di semplificare i viaggi ed evitare che le donne debbano recarsi personalmente ai terminal dei trasporti, riducendo i costi e aggirando le difficoltà logistiche imposte dalle restrizioni sugli spostamenti. Il team è misto, la sezione femminile della piattaforma gestisce i servizi dedicati alle donne, mentre i colleghi uomini si occupano della clientela maschile, operando in ambienti di lavoro separati e nel rispetto delle normative locali. Questo tessuto imprenditoriale non rappresenta solo una forma di sussistenza, ma un pilastro strategico per la tenuta dell’economia nazionale. Un riconoscimento fondamentale che trova eco anche sul piano politico e diplomatico internazionale.
Il 26 agosto 2026, l’Ambasciata e Missione della Repubblica Islamica dell’Afghanistan a Roma ha ospitato una cena di gala in onore di ventitré donne leader afghane, riunite nella capitale italiana nell’ambito del processo “Afghanistan Dialogue and Visioning Process” (DVP), un’iniziativa co-organizzata con il Notre Dame Global Gateway per favorire il teambuilding e rinsaldare gli obiettivi comuni. Lanciato nel 2023 presso l’Istituto Krok per gli Studi sulla Pace Internazionale dell’Università di Notre Dame, USA, il DVP rappresenta una piattaforma partecipativa, decentralizzata e apartitica volta a costruire una visione condivisa per un futuro di pace. Attraverso incontri in presenza e virtuali, condotti sotto le regole di Chatham House per garantire la sicurezza dei partecipanti, il programma ha coinvolto negli ultimi tre anni circa 210 professioniste e professionisti, tra politici, diplomatici, giuristi, attiviste e operatori dell’informazione. L’evento romano testimonia la centralità del dialogo e il riconoscimento del ruolo cruciale che le donne e le minoranze rivestono nei processi di negoziazione per il futuro politico del Paese. Unendo la resistenza economica quotidiana all’interno dei confini afghani e la diplomazia internazionale dei diritti fuori patria, le donne dell’Afghanistan continuano a tracciare la rotta verso un futuro di pluralismo, stato di diritto e pace sostenibile, dimostrandosi il vero motore del cambiamento.
Photo credit: Carolina Rapezzi
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