Gravi violazioni dei diritti umani e danni ambientali adombrano la transizione energetica mondiale. Lo rivela il rapporto Shifting ground: Human rights, Chinese investment and the rush for transition minerals, pubblicato il 16 luglio dalla no-profit Business and Human Rights (BHRC), secondo il quale la rapida espansione degli investimenti cinesi nei minerali critici, utilizzati nella fabbricazione di veicoli elettrici, batterie e tecnologie legate alle rinnovabili, starebbe intensificando i rischi per tutti. Per i lavoratori (anche cinesi), le popolazioni indigene, le comunità locali nonché l’ambiente. E all’impatto diretto si aggiungono le minacce e gli abusi subiti da chi denuncia le aziende responsabili.
Attingendo a resoconti di media, ONG e altri gruppi della società civile, BHRC stima che dal 2021 le denunce siano aumentate anno dopo anno: 434 quelle evidenziate complessivamente fino al 2025, di cui ben 326 nel biennio precedente. Quasi due terzi (il 65%) è imputabile a sole dieci aziende cinesi, tra cui i colossi Zijin Mining, Zhejiang Huayou Cobalt e China Nonferrous Metal Mining (CNMC).
La distribuzione geografica risulta altrettanto concentrata. Complessivamente, la maggior parte (il 44%) delle segnalazioni è avvenuta in Asia e nel Pacifico (142), seguita dall’Africa (119 denunce), dall’Europa orientale e dall’Asia centrale (36) e dall’America Latina (26 denunce). Una mappa virtuale che evidenzia una chiara connessione tra la diffusione delle violazioni e le aree maggiormente interessate dagli investimenti cinesi. L’Indonesia, dove negli ultimi anni la Repubblica popolare ha iniettato oltre 65 miliardi di dollari nelle filiere del mining, della fusione e delle batterie per veicoli elettrici, ha registrato il maggior numero di denunce (96), seguita da Repubblica Democratica del Congo (52), Myanmar (36), Serbia (32) e Zimbabwe (20).
A sostenere le violenze e i danni maggiori sono le comunità locali (179 casi), l’ambiente (169) e i lavoratori (143), per quanto riguarda rispettivamente l’impatto sui mezzi di sussistenza, la salute, i diritti fondiari, la sicurezza sul lavoro, i salari, l’inquinamento idrico e la contaminazione ambientale. Con 213 casi, l’estrazione resta la fase più pericolosa della catena di approvvigionamento, rappresentando i due terzi di tutte le segnalazioni registrate tra il 2023 e il 2025, con gravi ripercussioni in termini tanto di inquinamento idrico e del suolo quanto della salute. Soprattutto nelle operazioni di lavorazione, fusione e raffinazione. Il nichel – di cui l’Indonesia è il primo produttore mondiale – ha superato il rame come minerale collegato al maggior numero di denunce (91), principalmente a causa del suo crescente utilizzo nell’industria dei veicoli elettrici.
Seguendo una divisione per genere, le donne patiscono in modo sproporzionato i danni derivanti da pratiche commerciali abusive, un trend che lo studio attribuisce al contesto sociale patriarcale dei paesi in questione. Questo è vero soprattutto nel mining, dove tra il 2023 e il 2025, sono state presentate 26 denunce femminili. Mentre le popolazioni locali sono tra le principali vittime, BHRC evidenzia come i rischi affliggono soprattutto i migranti, particolarmente esposti a condizioni di precarietà e sfruttamento, in quanto spesso privati delle tutele legali, delle reti sociali e del potere contrattuale invece garantiti ai cittadini e ai residenti permanenti. Questo vale anche per i lavoratori cinesi all’estero: 37 degli esposti documentati tra il 2023 e il 2025 hanno colpito la manodopera mobile, pari a oltre il 25% del totale. La maggior parte dei casi ha coinvolto proprio lavoratori provenienti dalla Repubblica popolare.
Non vanno sottovalutati nemmeno i pericoli indiretti. Stando allo studio, tra il 2023 e il 2025, diciotto persone sono state aggredite per aver espresso preoccupazioni sui progetti cinesi, evidenziando i potenziali pericoli fronteggiati dalla società civile. Oltre la metà degli attacchi è stata indirizzata contro gruppi o attivisti ambientalisti, mentre sei hanno coinvolto donne impegnate nella difesa dei diritti umani, pari a un terzo di tutte le aggressioni contro questa categoria.
Nel quadro a tinte fosche BHRC segnala anche alcuni aspetti positivi. Sebbene ottenere un risarcimento per i danni subiti resti molto difficile, il 27% delle aziende denunciate ha risposto alle richieste di commento in merito alle accuse. Durante il precedente sondaggio solo il 18% si era dimostrato collaborativo. Segno – dicono gli autori – di una maggiore trasparenza e di un miglioramento nella responsabilità aziendale. Resta comunque molto da fare. Per Michael Clements, direttore esecutivo di BHRC, il “divario tra l’impegno e l’azione in materia di diritti umani” è ancora ampio. Ad esempio, secondo la ricerca, nessuna banca cinese ha creato un meccanismo di reclamo funzionante a livello istituzionale. La piattaforma di mediazione e consultazione a livello di settore, inaugurata nel 2023 dalla Camera di Commercio cinese degli importatori ed esportatori di metalli, minerali e prodotti chimici, ad oggi non ha accettato nessuno dei casi presentati (ufficialmente) a causa di “risorse finanziarie, istituzionali e operative limitate”.
“È essenziale avviare un dialogo significativo con le parti interessate e garantire approcci operativi basati sui diritti in tutte le fasi del ciclo di vita dell’attività mineraria” – ha avvertito Clemets, il quale prevede come anche le aziende cinesi saranno esposte a gravi rischi finanziari. “La resistenza delle comunità e dei lavoratori porterà a contenziosi, revoche di permessi, interruzioni del lavoro e scioperi”, conclude.
Va, inoltre, tenuto in considerazione il grande limite dello studio: la valutazione complessiva è legata strettamente alla capacità della società civile – nonché dei media – di monitorare, documentare e denunciare gli abusi. Ergo, l’entità delle violazioni è probabilmente molto maggiore. I casi denunciati sono solo la “punta dell’iceberg”, conclude BHRC.
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