Il prezzo alla pompa torna a salire, l’Europa guarda con crescente preoccupazione alla propria dipendenza energetica e il mondo della raffinazione lancia un avvertimento: senza impianti, investimenti e capacità produttiva, la sicurezza degli approvvigionamenti rischia di diventare più fragile. E dentro questa partita la Sicilia occupa una posizione tutt’altro che marginale. Anzi, la cartina dell’industria petrolifera italiana restituisce un dato che vale più di molti discorsi: nell’Isola sono concentrate tre delle dieci raffinerie tradizionali ancora operative in Italia, alle quali si aggiunge la bioraffineria di Gela.
È un patrimonio industriale che comprende il polo di Milazzo, quello di Augusta-Priolo e gli impianti di Gela, dove la tradizionale attività di raffinazione è stata trasformata in una produzione orientata ai biocarburanti. Un sistema che continua ad avere un peso rilevante non soltanto per l’economia siciliana, ma per l’intero equilibrio energetico nazionale.
E proprio mentre il caro carburanti riporta benzina e gasolio al centro del dibattito, si apre una questione più ampia: quanto può permettersi l’Europa di ridurre la propria capacità di raffinazione senza aumentare la dipendenza dall’estero?
L’Italia ha perso metà delle raffinerie
I numeri raccontano una trasformazione profonda. Nel 1991 gli impianti di raffinazione italiani erano 20. Oggi, secondo i dati riportati nel quadro elaborato da Unem, sono 10. La riduzione è stata progressiva, ma ha conosciuto un’accelerazione soprattutto nell’ultimo quindicennio.
Anche la capacità complessiva si è ridotta: dai circa 106 milioni di tonnellate dei primi anni Novanta e dal picco di 106,3 milioni nel 2010, si è arrivati agli 83,3 milioni di tonnellate del 2025. L’Italia, tuttavia, mantiene ancora una capacità di lavorazione superiore ai propri consumi petroliferi. È un elemento che la colloca tra i Paesi europei con un ruolo strategico nella filiera, insieme a realtà come Paesi Bassi, Spagna e Grecia. Il problema è che il ridimensionamento italiano si inserisce in una tendenza europea ancora più ampia. Dal 2009 il Vecchio Continente ha perso circa 40 impianti di raffinazione, mentre altre aree del mondo hanno seguito una direzione opposta, aumentando la propria capacità. È una differenza che assume un peso particolare quando i mercati energetici diventano instabili.
La Sicilia dentro la partita nazionale
In questo scenario, la Sicilia non è semplicemente una delle regioni che ospitano raffinerie. È uno dei principali poli della raffinazione italiana. A Milazzo opera la raffineria RAM. Nel polo industriale siracusano sono presenti ISAB e Sonatrach, mentre a Gela l’esperienza industriale legata alla raffinazione tradizionale ha imboccato la strada della riconversione verso la bioraffinazione. La presenza siciliana è dunque doppia: da una parte c’è ancora una rilevante capacità di lavorazione del greggio, dall’altra è già in corso quella trasformazione che l’industria considera necessaria per affrontare la transizione energetica.
Ed è proprio Priolo a rappresentare uno dei casi più interessanti di questa fase. Il polo siciliano non è soltanto una realtà da preservare, ma anche un’area nella quale sono previsti interventi di sviluppo e trasformazione industriale. Gela, invece, è il simbolo più evidente del passaggio da un modello all’altro: l’impianto è oggi una bioraffineria con una capacità indicata in circa 736 mila tonnellate l’anno. La transizione, insomma, non significa necessariamente scomparsa dell’industria. Può significare anche trasformazione degli impianti e delle produzioni.
Il nodo del caro carburanti
La discussione assume un significato ancora maggiore mentre il governo cerca strumenti per intervenire sul costo dei carburanti. I petrolieri, attraverso Unem, hanno messo in guardia da ulteriori interventi fiscali sul comparto, sostenendo che nuovi prelievi potrebbero ridurre le risorse disponibili per gli investimenti proprio nella fase in cui le raffinerie devono affrontare una trasformazione industriale costosa e complessa. La posizione dell’associazione è netta anche su un altro punto: l’attuale tensione sui mercati non sarebbe riconducibile semplicemente alla disponibilità di greggio, ma anche alla riduzione della capacità di raffinazione europea.
Il ragionamento è importante perché sposta il discorso dal prezzo della materia prima alla capacità di trasformarla in prodotti finiti. Se diminuiscono gli impianti europei, cresce infatti la necessità di rivolgersi a produzioni realizzate altrove. E qui torna la contraddizione siciliana: mentre l’Europa riduce progressivamente la propria capacità, l’Isola continua a ospitare una parte significativa dell’apparato produttivo italiano.
Investimenti o rischio di perdere competenze
La questione non riguarda soltanto il prezzo alla pompa. Dietro le raffinerie ci sono occupazione altamente specializzata, aziende dell’indotto, logistica, porti, manutenzioni e competenze tecniche difficili da ricostruire una volta perdute. Per questo il settore chiede soprattutto una prospettiva industriale di lungo periodo. La raffinazione è un’attività ciclica, caratterizzata da fasi di margini molto diversi tra loro. Gli investimenti per trasformare gli impianti, invece, richiedono anni e capitali ingenti.
È il punto sul quale si gioca anche il futuro dei grandi poli siciliani. Perché una raffineria non può essere considerata soltanto un impianto destinato a produrre benzina e gasolio. Può diventare un’infrastruttura industriale sulla quale costruire nuove produzioni, biocarburanti e, in prospettiva, combustibili destinati a settori difficili da elettrificare. La stessa strategia di Eni va in questa direzione: aumentare progressivamente la capacità delle bioraffinerie esistenti e trasformare altri impianti. Il progetto previsto per Livorno, ad esempio, dovrebbe portare alla conversione dello stabilimento entro la fine del 2026 o l’inizio del 2027. In Sicilia, intanto, sono previsti ulteriori sviluppi nell’area di Priolo.
La partita siciliana
Ed è qui che il tema diventa soprattutto siciliano. L’Isola dispone di una concentrazione industriale che poche altre regioni italiane possono vantare. Milazzo e il polo di Priolo-Augusta rappresentano ancora una componente essenziale della raffinazione nazionale; Gela racconta invece la strada della riconversione. Ma questa posizione non garantisce automaticamente il futuro. La sfida sarà capire se la Sicilia riuscirà a trasformare il proprio peso nella filiera energetica in una nuova stagione di investimenti, evitando che la transizione si traduca semplicemente nella progressiva uscita dalla raffinazione senza una sufficiente sostituzione industriale. È una partita che riguarda il lavoro, naturalmente, ma anche la sicurezza energetica e il costo dell’energia. E il dibattito sul caro carburanti rischia di fermarsi alla cifra esposta sul display di una pompa di benzina senza guardare ciò che accade molto più a monte.
La Sicilia, da questo punto di vista, è un osservatorio privilegiato: mentre l’Europa riduce le raffinerie e aumenta la propria esposizione alle importazioni di prodotti raffinati, nell’Isola resta concentrato uno dei pezzi più importanti della capacità industriale italiana. Il vero nodo, quindi, non è soltanto quanto durerà la stagione della raffinazione tradizionale. È che cosa verrà costruito al suo posto e con quali investimenti. Per una regione come la Sicilia, dove questi impianti rappresentano da decenni una delle colonne portanti dell’economia industriale, la risposta avrà conseguenze ben oltre il settore petrolifero.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link



