la sentenza risale a 18 anni fa. Poi ordinanze e accessi respinti (Calabria 7)


Diciotto anni possono stare tutti dentro un fascicolo. Una sentenza definitiva di demolizione, due successivi provvedimenti, un accesso impedito ai tecnici del Comune e un fabbricato ancora utilizzato come officina. Sullo sfondo, l’aggressione a bastonate contro il dirigente comunale incaricato di completare la procedura. La storia dell’immobile di Longobardi finito al centro dell’inchiesta sull’agguato ad Andrea Nocita, dirigente del settore Urbanistica del Comune di Vibo Valentia, comincia nel 2008. E nel maggio del 2026 quel fabbricato era ancora lì: tanto che la Polizia vi ha trovato lo scooter che, secondo gli investigatori, sarebbe stato utilizzato per raggiungere la stazione di Vibo-Pizzo e fuggire dopo l’aggressione.

A ricostruire i passaggi è il giudice per le indagini preliminari Alessio Maccarrone nell’ordinanza con la quale ha disposto la custodia cautelare in carcere per Michele Fazio e gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico per Roberto Pirrone. Il giudice parla di un “fabbricato oggetto di una sentenza definitiva di condanna”, corrispondente all’officina di Michele Fazio e interessato da una procedura finalizzata a valutarne “la demolizione ovvero l’acquisizione al patrimonio pubblico”.

La sentenza del Tribunale risale al 2008

Il primo atto richiamato nell’ordinanza è la sentenza numero 687 del 21 novembre 2008 del Tribunale di Vibo Valentia, con la quale erano state disposte la confisca e la demolizione del manufatto sottoposto a sequestro. Una decisione divenuta definitiva, ma che non avrebbe trovato completa esecuzione sul territorio. Il capannone ha continuato a esistere e, secondo quanto emerge dagli atti, al suo interno veniva esercitata un’attività economica. Negli anni successivi si sono aggiunti altri provvedimenti. Il gip richiama l’ordinanza numero 289 del 2 aprile 2020 della Procura della Repubblica di Vibo Valentia e l’ordinanza numero 37 del 13 giugno 2023 del Comune di Vibo Valentia.

Tre atti distribuiti nell’arco di quindici anni. Eppure, nell’autunno del 2025, l’amministrazione era ancora impegnata a compiere i rilievi necessari per stabilire come procedere sul fabbricato. L’ordinanza cautelare non attribuisce responsabilità amministrative individuali per la mancata esecuzione e non ricostruisce ogni singolo passaggio avvenuto tra il 2008 e il 2025. Certifica però un dato: quasi diciotto anni dopo la sentenza, il manufatto era ancora esistente e utilizzato come officina.

Il fabbricato tra gli immobili “fantasma”

La vicenda riemerge quando il Comune avvia una serie di controlli sugli immobili non censiti al catasto. Nelle dichiarazioni riportate dal gip, Nocita spiega che l’Agenzia delle Entrate trasmetteva periodicamente all’ente un elenco di fabbricati presenti sul territorio ma non regolarmente registrati. Il dirigente li definisce immobili “fantasma”. Costruzioni la cui esistenza materiale doveva essere verificata attraverso sopralluoghi, accertando chi le utilizzasse e sulla base di quale titolo edilizio.

Tra i fabbricati inseriti negli elenchi vi era anche quello riconducibile alla famiglia Fazio, situato lungo la Statale 182, nella zona di Longobardi. Per completare gli accertamenti non bastava consultare le carte. Era necessario entrare nella proprietà, misurare il manufatto, verificarne la consistenza e confrontare la situazione reale con quella amministrativa e catastale. L’incarico era stato affidato a un geometra abilitato che collaborava con il Comune alle dipendenze del dirigente Nocita.

La scelta di acquisire il capannone al patrimonio comunale

Il tecnico ha raccontato agli investigatori che la proprietà era composta da una serie di fabbricati a più livelli utilizzati come abitazione familiare. Sul retro si trovava un capannone sul quale gravava la sentenza definitiva. Secondo quanto riferito, il provvedimento prevedeva la demolizione o l’acquisizione dell’immobile al patrimonio comunale. Il Comune si sarebbe orientato verso l’acquisizione pubblica del fabbricato. Prima di procedere, però, servivano i rilievi sul posto e una verifica tecnica dello stato dell’immobile. È a questo punto che una pratica urbanistica rimasta aperta per anni incontra un nuovo ostacolo.

Il sopralluogo del 23 ottobre 2025

Il 23 ottobre 2025 il geometra incaricato raggiunge la zona accompagnato dalla Polizia locale. Davanti all’ingresso dell’immobile ci sono due o tre uomini. Il tecnico spiega di dover eseguire un sopralluogo finalizzato all’acquisizione dei locali al patrimonio del Comune, sulla base di una sentenza passata in giudicato. Uno dei presenti avrebbe chiesto se gli operatori fossero in possesso di un mandato. Uno degli agenti contatta il Comando per ricevere indicazioni, mentre il tecnico telefona a Nocita per comunicargli le difficoltà incontrate. Nel frattempo arrivano altri componenti della famiglia e nasce un diverbio con uno dei vigili. Il tecnico teme che la situazione possa degenerare, si allontana e il sopralluogo viene interrotto. Il gip sintetizza così quel passaggio: “L’indagato e i suoi familiari hanno contrastato l’attività posta in essere dal Comune di Vibo Valentia in data 23.10.2025”. L’attività era stata organizzata, prosegue il giudice, presso un immobile “corrispondente con l’officina di Michele Fazio” e utilizzato per l’attività economica dello stesso.

“Guardatevi le macchine vostre”

Nell’ordinanza compare anche una frase pronunciata durante quei momenti concitati. Secondo il racconto del geometra, uno dei Fazio si sarebbe rivolto ai presenti dicendo in dialetto: “Guardatevi le macchine vostre”. Il tecnico aveva interpretato quelle parole come un possibile avvertimento. Per questo avrebbe successivamente consigliato a Nocita di prestare attenzione, temendo il rischio di atti intimidatori o danneggiamenti.

Sull’episodio, tuttavia, le dichiarazioni raccolte non coincidono completamente. Nocita aveva inizialmente riferito che Michele Fazio fosse a conoscenza del luogo in cui parcheggiava abitualmente la propria automobile nei pressi della stazione ferroviaria. Il geometra ha invece escluso che, in sua presenza, fosse stato fatto uno specifico riferimento al parcheggio utilizzato dal dirigente. Ha inoltre dichiarato di non essere in grado di stabilire con certezza chi avesse pronunciato la frase che viene comunque considerata dal gip un elemento utile per ricostruire il clima nel quale si era svolto il tentativo di accesso.

Un altro immobile demolito nel 2024

Le carte distinguono il capannone di Longobardi da un’altra costruzione riconducibile ai Fazio, situata a Vibo Marina. Una parte di questo secondo immobile, utilizzato come bar, era stata interessata da una condanna per abusivismo edilizio e dalla conseguente ordinanza di demolizione, eseguita il 14 marzo 2024. Per la parte rimasta in piedi sarebbe stata valutata una sanatoria. Il percorso, secondo quanto riferito da Nocita, si presentava però difficilmente praticabile a causa di una comunicazione dell’Autorità di bacino che segnalava la presenza di un vincolo R4, riferito a una condizione di rischio molto elevato. Si tratta di una vicenda distinta, ma che avrebbe contribuito, secondo l’ipotesi investigativa, ad alimentare i contrasti con il dirigente comunale.

L’aggressione e il presunto obiettivo di fermare la pratica

Sei mesi dopo il sopralluogo fallito, il 29 aprile 2026, Andrea Nocita viene aggredito alle spalle mentre sta raggiungendo la stazione ferroviaria di Vibo-Pizzo. Un uomo lo colpisce con un corpo contundente tra la nuca e le scapole, provocandogli lesioni giudicate guaribili in quindici giorni. Le telecamere riprendono l’aggressore mentre arriva e fugge a bordo di uno scooter nero. Per la Squadra Mobile, Michele Fazio avrebbe istigato l’azione e Roberto Pirrone l’avrebbe materialmente eseguita dietro la promessa di un compenso. L’obiettivo sarebbe stato costringere Nocita a interrompere gli atti relativi all’officina. Il gip scrive che la violenza sarebbe stata esercitata “al fine di costringerlo a interrompere l’attività connessa alla demolizione ovvero all’acquisizione al patrimonio pubblico dell’officina del Fazio”. Il presunto profitto viene individuato nel mantenimento del fabbricato e dell’attività economica svolta al suo interno. Secondo il giudice, la mancata acquisizione avrebbe prodotto anche un danno economico per il Comune. Il progetto non sarebbe riuscito perché Nocita, dopo aver denunciato l’aggressione, non aveva abbandonato l’intenzione di proseguire i controlli.

Lo scooter trovato all’interno dell’officina

Il fabbricato ritorna al centro dell’inchiesta il 25 maggio 2026. Durante un sopralluogo, la Polizia rinviene al suo interno il Piaggio ritenuto compatibile con quello utilizzato dall’aggressore. Il mezzo era stato portato nell’officina il 23 aprile, appena sei giorni prima dell’agguato. Le telecamere avevano ripreso una targa apparentemente modificata con nastro adesivo e incisioni. Quando viene ritrovato, lo scooter presenta anche accessori differenti e un portatarga parzialmente modificato. La nota della Questura riportata dal gip precisa che il motoveicolo era stato rinvenuto “all’interno del locale/manufatto abusivo, oggetto di ordinanza di demolizione”. Quello stesso immobile che avrebbe rappresentato il movente dell’aggressione custodiva quindi, secondo gli investigatori, anche uno dei principali elementi utilizzati per risalire ai presunti responsabili.

Diciotto anni e una domanda ancora aperta

L’ordinanza cautelare non è un’inchiesta sul funzionamento degli uffici comunali e non individua responsabilità per la durata della procedura. Racconta, però, una storia amministrativa che merita risposte. Una sentenza del Tribunale aveva disposto confisca e demolizione nel novembre 2008. Nel 2020 era intervenuto un provvedimento della Procura. Nel 2023 era stata emessa un’ordinanza comunale. Nel 2025 il tentativo di accesso si era concluso senza rilievi. Nel maggio 2026 il fabbricato risultava ancora esistente e utilizzato come officina. Resta da chiarire perché l’esecuzione non sia stata completata, quale sia oggi la titolarità giuridica del bene, se l’immobile sia stato formalmente acquisito al patrimonio pubblico e quali iniziative siano state adottate dopo il sopralluogo fallito. Gli indagati nel procedimento sull’aggressione devono essere considerati innocenti fino a un’eventuale sentenza definitiva. Il dato amministrativo resta invece consegnato alle carte: diciotto anni dopo la sentenza di demolizione, quell’officina era ancora in piedi.


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