L’Africa in cerca di una nuova stagione


di Giulio Albanese

Nei decenni seguiti alla Seconda guerra mondiale e ai mutamenti profondi che provocò nel quadro e negli equilibri geopolitici globali, per lungo tempo l’Africa è stata letta attraverso categorie elaborate altrove. Durante la Guerra fredda il continente veniva rappresentato come una vasta scacchiera sulla quale Stati Uniti e Unione Sovietica sostenevano governi, armavano movimenti di liberazione, finanziavano eserciti e costruivano alleanze. Era una lettura non del tutto falsa, ma incompleta. Angola, Mozambico, Corno d’Africa e Congo furono attraversati dalla grande frattura ideologica del secondo Novecento; e tuttavia i protagonisti africani non furono semplici comparse. Nazionalismo, panafricanismo, socialismo africano, anticolonialismo e non allineamento costituirono matrici autonome, capaci talvolta di utilizzare la rivalità tra le superpotenze per ottenere risorse e margini di sovranità.

La storiografia più avvertita ha corretto da tempo l’immagine di un’Africa semplicemente divisa in due. Storici come Odd Arne Westad, il norvegese oggi docente alla Yale University, ed Elizabeth Schmidt, la statunitense già presidente dell’Aflican Studies Associatin, hanno mostrato come la competizione Est-Ovest si sia sovrapposta alla decolonizzazione senza assorbirla completamente. Mosca sostenne numerosi movimenti anticoloniali e governi socialisti; Washington, in nome del contenimento sovietico, appoggiò spesso regimi autoritari considerati affidabili. Ma a partire dalla conferenza di Bandung, in Indonesia, il Movimento dei non allineati e in Africa segnatamente figure come i leader ghanese Kwame Nkrumah, tanzaniano Julius Nyerere o senegalese Léopold Sédar Senghor esprimevano un’altra ambizione: sottrarre l’Africa alla necessità di scegliere tra due imperi ideologici e costruire una soggettività politica propria.

Quella stagione era caratterizzata da ideologie “forti”. Marxismo-leninismo, capitalismo liberale, socialismo africano e panafricanismo offrivano una visione della società, dello Stato e dell’economia. L’ujamaa (“famiglia estesa”) di Nyerere e il panafricanismo di Nkrumah, pur con esiti controversi, esprimevano l’idea che la politica dovesse misurarsi con un progetto complessivo di società.

Dagli anni Ottanta questo universo entrò in crisi. Aggiustamento strutturale, liberalizzazione economica e “terza ondata” democratica sostituirono il lessico della trasformazione sociale con quello della governance e delle riforme. Quattro tra i più influenti teorici della politica, della storia e della sociologia africana contemporanea, il camerunense Achille Mbembe, l’ugandese Mahmood Mamdani, il nigeriano Claude Ake e il francese Jean-François Bayart, hanno mostrato quanto il potere africano non possa essere compreso soltanto attraverso le categorie della democrazia liberale o dell’autoritarismo: pesano la genealogia coloniale dello Stato, la personalizzazione del potere, le reti clientelari e la dipendenza dall’esterno.

Qui si coglie una differenza importante rispetto al mondo occidentale. In Europa e negli Stati Uniti, pur nella crisi delle grandi famiglie politiche, le ideologie continuano in genere a strutturare sistemi partitici e conflitti pubblici riconoscibili. In molti sistemi africani l’etichetta ideologica è invece meno predittiva del comportamento politico: partiti socialdemocratici possono praticare politiche liberiste e governi panafricanisti dipendere da capitali o armi straniere. Non è assenza di idee, ma una diversa relazione tra idee, istituzioni e sopravvivenza politica.

Il fenomeno più significativo dell’ultimo decennio è la riemersione di ideologie più elastiche. La più potente è probabilmente il sovranismo postcoloniale, spesso intrecciato con panafricanismo, antioccidentalismo e denuncia del neocolonialismo. Nel Sahel questo linguaggio ha accompagnato i colpi di Stato in Mali, Burkina Faso e Niger. I tre Paesi hanno lasciato formalmente l’Ecowas il 29 gennaio 2025 e consolidato l’Alleanza degli Stati del Sahel (Aes), presentandola come strumento di emancipazione dalle pressioni esterne. Ma la cronaca mostra una contraddizione decisiva: mentre si denuncia la dipendenza occidentale, cresce quella militare verso Mosca. Nel luglio 2026 Russia e Paesi dell’Aes hanno rafforzato la cooperazione militare; alla fine di agosto, in Niger, forze russe dell’Africa Corps hanno contribuito alla riconquista di una base aerea occupata da soldati ammutinati. L’antimperialismo può così trasformarsi in sostituzione del partner esterno.

È questo il passaggio decisivo dalla prima Guerra fredda all’ordine attuale. Allora due superpotenze tendevano a organizzare lo spazio internazionale intorno a blocchi relativamente coerenti. Oggi l’Africa è attraversata da una pluralità di attori con interessi differenti e sovrapposti. La Cina privilegia infrastrutture, commercio e accesso alle materie prime; la Russia combina sicurezza, armi e diplomazia; gli Stati Uniti guardano ai minerali critici e ai corridoi logistici; l’Unione europea intreccia cooperazione, sicurezza, energia e migrazioni; Turchia, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Qatar e India ampliano la propria presenza attraverso porti, agricoltura, armamenti e investimenti. L’Institute for Security Studies osserva che i governi africani possono oggi “arbitrare” tra un numero di partner molto più ampio rispetto al passato. Non è bipolarismo: è concorrenza multipolare.

Il Corno d’Africa offre l’esempio più evidente. Qui la rivalità tra Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita si intreccia con gli interessi di Turchia, Qatar, Egitto e potenze globali. Al vertice dell’Unione Africana del febbraio 2026 questa competizione ha costituito uno dei principali elementi di tensione. Porti, basi militari, corridoi commerciali e accesso al Mar Rosso valgono quanto, se non più, delle affinità ideologiche. Anche la guerra sudanese mostra quanto le alleanze siano mobili: attori regionali possono sostenere forze contrapposte, mediare in un dossier e competere duramente in un altro. La logica non è più “con chi stai?”, ma “su quale dossier, per quale interesse e per quanto tempo?”.

Questo non significa che l’ideologia sia morta. Le idee continuano a fornire legittimazione e consenso, ma spesso incorniciano interessi più concreti: sicurezza dei regimi, risorse, controllo delle rotte, consenso giovanile. Il panafricanismo conserva una forza morale e storica straordinaria, soprattutto tra generazioni che percepiscono l’indipendenza come incompiuta; può però essere progetto autentico di integrazione oppure retorica di copertura di nazionalismi autoritari.

Per comprendere l’Africa contemporanea occorre evitare due errori speculari. Il primo è considerarla ancora come semplice oggetto della competizione tra potenze. Il secondo è romanticizzare qualsiasi discorso antioccidentale come automaticamente emancipatore. L’Africa possiede una propria agency, ma questa capacità di scelta non coincide necessariamente con la libertà dei popoli. Un governo può diversificare i partner internazionali e restare autoritario; può cacciare una potenza europea e consegnare settori strategici a un’altra; può invocare il panafricanismo e indebolire le istituzioni regionali.

La vera questione non è quindi stabilire se l’Africa sia filorussa, filocinese o filooccidentale. È chiedersi se la nuova pluralità delle relazioni internazionali possa tradursi in maggiore autonomia politica, sviluppo umano e capacità negoziale. La parcellizzazione degli interessi offre margini che durante la Guerra fredda erano più ridotti, ma moltiplicare i partner non equivale automaticamente a conquistare sovranità. La sovranità sostanziale si misura nella capacità di trasformare risorse e investimenti in beni pubblici, istruzione, sanità, lavoro e istituzioni affidabili.

Se il continente diventa soltanto il luogo in cui si contendono uranio, cobalto, litio, porti, basi e corridoi ferroviari, la nuova multipolarità rischia di essere un neocolonialismo plurale, più sofisticato del precedente proprio perché privo di un unico centro. L’emancipazione africana non dipenderà dalla vittoria di una potenza sull’altra, ma dalla capacità delle società africane di trasformare il pluralismo internazionale in autonomia, il panafricanismo in istituzioni comuni e la memoria dell’anticolonialismo in una politica orientata al bene delle popolazioni. La grande partita ideologica africana del XXI secolo non si gioca più tra capitalismo e comunismo, ma tra dipendenza e sovranità sostanziale.


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