Le microimprese sono oltre 4,6 milioni e rappresentano circa il 95% del totale nazionale. Capire quali tecnologie sono in grado di usare significa misurare il livello di trasformazione tecnologica del sistema produttivo italiano. La nuova indagine della Banca d’Italia.
L’indagine della Banca d’Italia sull’alfabetizzazione finanziaria e sulle competenze di finanza digitale delle microimprese
Le microimprese italiane restano ancora lontane da un’adozione diffusa dell’intelligenza artificiale (AI) e delle tecnologie digitali più avanzate. Se il cloud è ormai utilizzato da quasi un’impresa su due, AI, robotica e interconnessione dei processi rimangono confinate a una quota molto ridotta del tessuto produttivo. Ma qualcosa potrebbe cambiare rapidamente: il 19% delle microimprese sta già sperimentando l’intelligenza artificiale o pensa di adottarla entro un anno.
È la fotografia che emerge dall’indagine della Banca d’Italia sull’alfabetizzazione finanziaria e sulle competenze di finanza digitale delle microimprese, condotta nel 2025 su un campione di 5.000 imprese fino a 9 addetti. Un campione rappresentativo di un universo enorme: in Italia le imprese di queste dimensioni sono oltre 4,6 milioni e rappresentano circa il 95% del totale delle imprese, secondo i dati Istat più recenti. Capire quanto siano digitalizzate significa quindi misurare, in buona parte, il livello di trasformazione tecnologica del sistema produttivo italiano.
Cloud al 44%, intelligenza artificiale ancora al 5%: quella italiana rischia di essere una trasformazione rallentata
Il primo elemento che emerge è una forte distanza tra tecnologie ormai consolidate e strumenti più avanzati. Il cloud è utilizzato in maniera estensiva dal 36% delle microimprese, al quale si aggiunge un altro 8% che ne fa un uso limitato. Complessivamente si arriva quindi al 44%. È anche la tecnologia che presenta una diffusione relativamente trasversale tra i diversi settori, favorita da una maggiore semplicità di implementazione rispetto alle soluzioni più avanzate.
Il salto diventa evidente quando si passa all’intelligenza artificiale. Soltanto il 5% delle microimprese utilizza l’AI, in maniera estensiva o limitata. La sua diffusione è maggiore nei servizi di informazione e comunicazione e nelle attività professionali, scientifiche e tecniche, settori nei quali gli strumenti basati sull’AI possono trovare più facilmente applicazioni immediate.
Anche le altre tecnologie avanzate rimangono di nicchia. La robotica è utilizzata dal 6% delle microimprese ed è maggiormente presente nel settore manifatturiero, mentre l’interconnessione dei processi interessa il 4% ed è più frequente nei servizi di informazione e comunicazione.
Il quadro restituito da Bankitalia è quindi quello di un sistema nel quale il primo livello della trasformazione digitale è già entrato nelle imprese, ma il passaggio verso automazione, sistemi connessi e AI procede molto più lentamente.
Il 73% delle microimprese non ha pianificato l’uso dell’AI
Il problema non riguarda soltanto il numero di imprese che già utilizzano queste tecnologie. Una parte consistente dei microimprenditori dichiara infatti di non avere dimestichezza con gli strumenti più avanzati oppure di non averne pianificato l’utilizzo. La quota supera l’80% per l’interconnessione dei processi e raggiunge il 73% per l’AI.
È probabilmente uno dei dati più significativi dell’indagine, perché evidenzia come il divario digitale delle microimprese non sia esclusivamente una questione di investimenti: entra in gioco anche la capacità di conoscere le tecnologie, valutarne costi e benefici e individuare applicazioni compatibili con aziende molto piccole.
Esiste tuttavia un bacino potenziale di nuovi utilizzatori. Secondo Bankitalia, il 19% delle microimprese sta sperimentando l’AI oppure prevede di adottarla entro un anno. Il dato suggerisce che l’attuale 5% potrebbe rappresentare più un punto di partenza che un livello destinato necessariamente a rimanere stabile. E meno male, aggiungiamo noi.
Più conoscenze finanziarie, maggiore propensione alla tecnologia
L’indagine permette inoltre di collegare digitalizzazione e competenze economico-finanziarie. Il 45% dei microimprenditori presenta un livello elevato di conoscenze finanziarie, mentre il 15% si trova nella fascia più bassa. Nel complesso il livello è leggermente aumentato rispetto alla precedente rilevazione del 2021 ed è maggiore tra le imprese con fatturato più elevato e tra quelle che esportano.
Quasi tutti i microimprenditori monitorano regolarmente l’andamento finanziario dell’azienda e quasi il 90% separa i conti aziendali da quelli personali ed effettua previsioni sulla redditività. È meno diffusa, invece, l’abitudine di confrontare le offerte di servizi finanziari e assicurativi, adottata dal 66%.
Il livello delle conoscenze finanziarie assume importanza anche sul fronte tecnologico. A parità delle altre caratteristiche, Bankitalia rileva infatti un legame positivo tra competenze finanziarie del titolare e propensione ad adottare, sperimentalmente o più intensamente, almeno una tecnologia tra AI, robotica e interconnessione dei sistemi. Una maggiore alfabetizzazione finanziaria potrebbe aiutare gli imprenditori a valutare meglio costi e ritorni economici degli investimenti digitali.
Il digitale piace di più alle donne imprenditrici
Dall’indagine emerge anche un elemento significativo sul fronte del genere. Se nelle conoscenze finanziarie Bankitalia non rileva divari tra uomini e donne, sul versante tecnologico compare una differenza interessante.
A parità di caratteristiche, le donne imprenditrici mostrano una maggiore propensione ad adottare, in forma sperimentale o più intensa, almeno una tecnologia tra intelligenza artificiale, robotica e interconnessione dei sistemi.
Il risultato contribuisce a ridimensionare l’idea di un divario digitale necessariamente sfavorevole all’imprenditoria femminile: almeno nella propensione verso queste tecnologie avanzate, l’indagine registra il fenomeno opposto.
Dalla sostenibilità ai rischi climatici
La fotografia di Bankitalia si completa con la sostenibilità. Oltre l’80% dei microimprenditori dichiara di considerare le conseguenze ambientali e sociali dei propri investimenti. Un risultato non scontato e che acquista rilevanza culturale ed economico-finanziaria in tempi di cambiamenti climatici e di impatti crescenti di questi sui territori, quindi anche in chiave sociale ed ambientale (che poi sono sempre costi per un’impresa).
Più limitata è invece la risposta concreta ai rischi climatici: il 39% delle microimprese adotta misure per proteggersi, tra cui coperture assicurative nel 28% dei casi e investimenti per la sicurezza aziendale nel 26%.
Nel complesso emerge un tessuto produttivo che ha ormai incorporato alcune tecnologie digitali di base, ma nel quale la trasformazione più avanzata deve ancora cominciare su larga scala. Cloud al 44%, robotica al 6%, AI al 5% e interconnessione dei processi al 4% mostrano quanto sia ancora profonda la distanza tra digitalizzazione e vera automazione delle microimprese italiane.
La partita dell’AI, tuttavia, è appena iniziata: quel 19% di imprese che la sta sperimentando o pensa di adottarla entro un anno sarà il dato da osservare per capire se l’intelligenza artificiale riuscirà a uscire dalla nicchia e raggiungere il cuore del sistema produttivo italiano.
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