Roma – La promessa più insidiosa dell’autoritarismo contemporaneo è che si possa conservare il benessere liberandosi della fatica della libertà. Un potere capace di decidere, un’economia che cresca, una comunità finalmente al riparo dal disordine: agli occhi di società impaurite, il pluralismo può apparire un costo superfluo. Le autocrazie offrono questa immagine di sé; dentro le democrazie, una parte della destra ha imparato a tradurla nella lingua del consenso.
È caduta così una delle convinzioni dell’Occidente dopo il 1989: che l’espansione dei mercati avrebbe portato con sé quella dei diritti. Branko Milanovic, in Capitalism, Alone, descrive un mondo nel quale il capitalismo ha vinto senza rendere inevitabile la democrazia. Il confronto passa anche fra capitalismo liberale e “capitalismo politico”, di cui la Cina è il caso maggiore: un sistema dove l’iniziativa economica può prosperare, purché non pretenda di trasformarsi in autonomia dal potere.
Il presidente dell’Indonesia Prabowo Subianto, il presidente russo Vladimir Putin, il primo ministro dell’India Narendra Modi e il presidente della Cina Xi Jinping al vertice dei leader dei BRICS a Nuova Delhi, in India, 12 settembre 2026
La forza dell’argomento cinese viene da risultati che sarebbe miope negare. Nel 2022 la Banca mondiale stimava che in quarant’anni quasi 800 milioni di cinesi fossero usciti dalla povertà estrema, allora misurata a 1,90 dollari giornalieri a parità di potere d’acquisto. Un esito dovuto a riforme, apertura e investimenti, che non dimostra affatto la necessità della repressione. Pechino ne ha tuttavia ricavato una legittimazione politica: la prosperità può essere concessa senza che il cittadino acquisti il diritto di scegliere chi governa. La modernizzazione non ha sciolto il monopolio del partito.
La Russia offre una promessa diversa, imperniata sul riscatto di una potenza ferita: ordine dopo il trauma postsovietico, identità contro la presunta decadenza occidentale, grandezza nazionale come compensazione delle fragilità quotidiane. Nel sistema di Putin, ricchezza privata e protezione politica si sostengono reciprocamente. L’invasione dell’Ucraina rivela dove conduca l’identificazione fra sicurezza del regime e destino della nazione: la promessa dell’ordine alimenta la guerra, mentre la repressione impedisce di contestarne il prezzo.
Sergei Guriev e Daniel Treisman, in Spin Dictators, spiegano come molti autoritarismi fabbrichino consenso attraverso l’immagine della competenza e il controllo dell’informazione. La violenza resta disponibile, e la Russia ne mostra il ritorno al centro della scena; intanto il regime presenta l’assenza di opposizione come concordia, la censura come stabilità, l’impossibilità di scegliere come sollievo dall’inconcludenza della politica.
Protesta contro la visita del presidente statunitense Donald Trump nella capitale irlandese, Dublino, il 12 settembre 2026 (Arthur Carron / AFP)
L’efficienza autoritaria, però, non è una legge della storia. Uno studio di Daron Acemoglu, Suresh Naidu, Pascual Restrepo e James Robinson stima che la democratizzazione aumenti il Pil pro capite di circa il 20 per cento nel lungo periodo. Non è una garanzia per ogni Paese. Ma aiuta a riconoscere il limite dell’argomento autocratico: decidere senza ostacoli non significa decidere bene, soprattutto quando nessuno può denunciare l’errore prima che diventi una catastrofe.
La minaccia non abita soltanto oltre i confini dell’Occidente. Trump non va sovrapposto a Putin o alla dirigenza cinese: negli Stati Uniti restano opposizione, libertà civili e istituzioni capaci di resistere. Freedom House li classifica ancora fra i Paesi liberi, pur registrando nel rapporto 2026 una discesa da 84 a 81 punti su cento.
Conta però la direzione: concentrazione dell’autorità presidenziale, pressioni sui controlli indipendenti, uso dell’apparato pubblico contro gli avversari. La democrazia può essere corrosa da chi ha ricevuto il mandato di governarla.
Ottorino Cappelli offre una chiave preziosa in Trump e la rivoluzione americana. Da dove vengono, dove ci portano. Dietro il disordine del personaggio ricostruisce un progetto che investe apparati, poteri d’emergenza e rapporto con i giudici. Lo definisce “democrazia nuda”: il capo riceve dal popolo un’investitura che pretende di liberarlo dai contrappesi. La posta in gioco è l’aggettivo liberale. Il voto viene conservato come fonte di autorità, mentre si indebolisce ciò che impedisce alla vittoria elettorale di diventare disponibilità illimitata dello Stato.
Il plauso di Trump alla vittoria dell’AfD nelle elezioni del 6 settembre in Sassonia-Anhalt appartiene a questa trasformazione. Salutando il successo del “partito populista” tedesco, lo ha ricondotto al rifiuto delle politiche migratorie. La solidarietà ideologica scavalca quella fra democrazie alleate: dal vertice della potenza che aveva garantito l’ordine liberale arriva un incoraggiamento a chi ne contesta dall’interno cultura e istituzioni.
Non si tratta di un blocco omogeneo: gli interessi americani, russi e cinesi rimangono concorrenti. La convergenza riguarda l’insofferenza verso i limiti del potere. Per strade diverse, il partito, il capo o la maggioranza vengono rappresentati come interpreti esclusivi della nazione; il giudice indipendente, il giornalista, l’oppositore diventano ostacoli alla sua volontà. Questa parentela politica, che non cancella le differenze fra regimi, può attraversare frontiere e alleanze senza bisogno di un centro che la organizzi.
Qui si ricongiungono le fratture di questa analisi. Dopo il 2008, per un ceto medio insicuro e un lavoro senza rappresentanza, il potere senza mediazioni può sembrare una restituzione di sovranità. L’autoritarismo promette al cittadino il controllo sul proprio destino, mentre lo concentra nelle mani del governante. Il mercato sopravvive, ma senza arbitri indipendenti la concorrenza rischia di diventare favore e la proprietà una concessione revocabile. Anche l’imprenditore scopre di avere bisogno della libertà.
Per l’Europa la risposta richiede capacità di difesa, autonomia industriale ed energetica, istituzioni che decidano e servizi che funzionino. La superiorità della democrazia non può restare un argomento cerimoniale, pronunciato davanti a chi teme di perdere casa, lavoro e futuro. Deve entrare nell’esperienza quotidiana, rendere visibile il legame fra protezione sociale e potere controllabile.
Le autocrazie non hanno inventato il bisogno di ordine; hanno occupato lo spazio nel quale la democrazia ha smesso di soddisfarlo
Un nuovo liberalsocialismo nasce da questa esigenza: restituire alla libertà la sua forza materiale, senza affidare allo Stato padrone la cura dei fallimenti del mercato. Le autocrazie non hanno inventato il bisogno di ordine; hanno occupato lo spazio nel quale la democrazia ha smesso di soddisfarlo. Per sottrarre loro quello spazio occorre una società nella quale vivere al sicuro non richieda di consegnarsi a un protettore. La differenza decisiva resta questa: un cittadino può cambiare chi lo governa; un suddito può soltanto sperare che continui a proteggerlo.
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