In India stanno costruendo un impianto che usa il caldo e il freddo dell’oceano per produrre elettricità e acqua potabile 24 ore su 24


A Kavaratti, in India, stanno assemblando un tubo lungo quasi 3,8 chilometri. Una volta terminato dovrà scendere nell’oceano fino a oltre mille metri di profondità, pescare acqua fredda e riportarla verso la costa. Sopra, intanto, il mare tropicale resta caldo. È dentro questi pochi gradi di differenza che l’India vuole infilare una turbina.

Il progetto del National Institute of Ocean Technology (NIOT), nelle isole Lakshadweep, punta a realizzare un impianto capace di produrre circa 65 kW di elettricità e contemporaneamente 100mila litri di acqua dolce al giorno. A marzo 2026, il Governo indiano spiegava che erano già stati assemblati circa 250 metri della grande condotta e che l’installazione delle principali apparecchiature era in corso.

Sessantacinque kilowatt sono poca cosa se immaginiamo una centrale elettrica tradizionale. Qui però il bersaglio è molto più preciso: produrre abbastanza energia da alimentare il sistema di dissalazione, evitando di chiedere quella stessa elettricità alla rete dell’isola e ai suoi generatori alimentati a combustibili fossili.

Il mare caldo sopra, quello freddo sotto

La tecnologia si chiama Ocean Thermal Energy Conversion, OTEC, e parte da un fatto piuttosto banale finché qualcuno non decide di costruirci intorno chilometri di tubazioni: nei mari tropicali l’acqua in superficie è calda, mentre scendendo in profondità diventa molto più fredda.

A Kavaratti il sistema sarà a ciclo aperto. L’acqua marina calda viene introdotta in una camera a pressione molto bassa, dove può evaporare a temperature decisamente inferiori ai classici 100 °C. Il vapore così ottenuto attraversa una turbina e produce elettricità. Poi incontra l’acqua fredda risalita dalle profondità, condensa e torna liquido.

Il passaggio interessante arriva qui: durante l’evaporazione il sale rimane indietro. L’acqua condensata è quindi dolce. La stessa differenza di temperatura produce energia e contribuisce alla dissalazione.

Nei documenti tecnici del NIOT si lavora con acqua superficiale nell’ordine dei 27-32 °C e acqua profonda vicina ai 7-8 °C. Una differenza sufficiente per mettere in moto il ciclo, disponibile giorno e notte. Il sole può tramontare e il vento calmarsi; a mille metri di profondità l’acqua non si mette improvvisamente a prendere caldo perché sono le otto di sera.

È proprio questa continuità ad aver reso l’OTEC affascinante per oltre un secolo. Una review pubblicata nel 2025 stima per l’energia termica oceanica un potenziale teorico globale nell’ordine degli 8-10 terawatt. Tra un potenziale teorico e una tecnologia economica da installare in mezzo all’oceano, però, passa parecchia acqua. Letteralmente.

La parte difficile non è la turbina: è portare su tutta quell’acqua

L’OTEC lavora con differenze di temperatura relativamente piccole e quindi con rendimenti bassi. Per ottenere quantità utili di energia bisogna far circolare enormi volumi di acqua marina attraverso pompe e scambiatori.

Ed ecco perché, a Kavaratti, una parte importante della storia è quel tubo da quasi quattro chilometri.

La condotta dovrà raggiungere acqua fredda a oltre 1.000 metri di profondità, attraversando un fondale non esattamente simile al pavimento di un capannone industriale. Ci sono rocce, avvallamenti, formazioni coralline, correnti e una stagione dei monsoni che restringe le finestre utili per lavorare in mare.

L’India conosce bene il problema. Nel 2002 il NIOT tentò un progetto OTEC offshore da 1 MW. Durante i lavori la grande condotta destinata all’acqua profonda andò perduta in mare e il progetto si fermò. Ventiquattro anni dopo, il tubo continua a essere uno dei pezzi meno glamour e più decisivi dell’intera tecnologia.

Non succede soltanto in India. Il progetto europeo PLOTEC, finanziato attraverso Horizon Europe, ha lavorato proprio sulla capacità di piattaforme e condotte OTEC offshore di sopravvivere a onde, correnti e condizioni meteorologiche severe. Nell’aprile 2026 Global OTEC ha completato alle Canarie l’installazione di un prototipo galleggiante progettato per mettere alla prova quella parte apparentemente secondaria che poi decide se l’impianto rimane al suo posto.

Perché provarci proprio su un’isola

Il punto è che a Kavaratti l’OTEC non deve necessariamente battere il fotovoltaico sul prezzo del singolo kilowattora. Deve risolvere contemporaneamente diversi problemi costosi.

Le Lakshadweep sono piccole isole tropicali nel Mar Arabico, al largo della costa sud-occidentale dell’India. L’acqua dolce disponibile è limitata e le infrastrutture energetiche insulari hanno storicamente fatto largo uso del diesel, che deve essere trasportato fin lì.

Il NIOT lavora da anni proprio su questo incastro. Nel 2005 inaugurò a Kavaratti un impianto di Low Temperature Thermal Desalination, una tecnologia che utilizza già la differenza di temperatura tra acqua superficiale e profonda per produrre acqua dolce. Oggi impianti di dissalazione termica sono presenti su diverse isole dell’arcipelago.

Quello nuovo aggiunge un passaggio: l’energia necessaria alla dissalazione dovrebbe arrivare dallo stesso gradiente termico dell’oceano.

La tecnologia comincia così ad avere più senso proprio dove l’elettricità costa di più, l’acqua dolce scarseggia e trasportare combustibile non è esattamente un esercizio di economia circolare.

C’è anche un oceano da non trasformare in una pompa gigante

Portare verso la superficie enormi quantità di acqua profonda non è però un gesto neutro. Quell’acqua è più fredda e può avere concentrazioni diverse di nutrienti e carbonio disciolto. Prelievi e scarichi mal progettati possono alterare localmente temperatura e condizioni chimiche, mentre le prese d’acqua possono interferire con gli organismi marini.

Sono effetti che possono essere ridotti scegliendo profondità e punti di scarico adeguati e progettando con attenzione le prese, ma sulle grandi installazioni commerciali manca ancora l’esperienza accumulata che esiste per tecnologie energetiche ormai mature. Anche per questo Kavaratti resta soprattutto un progetto dimostrativo, molto più interessante per ciò che può insegnare che per i suoi 65 kW.

Se funzionerà, non avremo scoperto una gigantesca centrale nascosta sotto il mare. Avremo qualcosa di forse più utile per posti come le Lakshadweep: un sistema che prende acqua calda da sopra e acqua fredda da sotto, produce un po’ di elettricità e usa quella stessa macchina per ottenere 100mila litri d’acqua dolce ogni giorno. Per una tecnologia che da oltre un secolo promette di sfruttare il calore degli oceani, riuscire a tenere fermo quel tubo e riempire i serbatoi sarebbe già un risultato piuttosto concreto.

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