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| I due presidenti, non sparare sull’Istat, cosa fare con la Russia |
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di
Luca Angelini
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Campionario delle tensioni Ovvero, gli scontri tra Sergio Mattarella e Giorgia Meloni negli ultimi quattro anni. Perché quella sugli «stranieri a scuola», ricorda Gianluca, è solo l’ultima divergenza tra i due presidenti. E nemmeno la più grave.
Non sparate sull’Istat La premier Giorgia Meloni se l’è presa anche con l’Istat per il mancato rientro del deficit sotto il 3%, che avrebbe fatto uscire in anticipo l’Italia dalla procedura d’infrazione Ue. Ferruccio de Bortoli, in uno dei suoi Frammenti, spiega perché attaccare l’Istituto di statistica rischia di essere un boomerang.
Cyberattacchi e fake news Come difendersi dalla guerra ibrida russa? La Francia e la Gran Bretagna si mobilitano e annunciano piani per contrastare la disinformazione e i deepfake, ma anche gli attacchi alle infrastrutture. I leader del Rassemblement national, per la prima volta, condannano le ingerenze del Cremlino. E da noi? Tutto tace, o quasi, scrive Alessandro.
Sanzionati e non Dietro le sanzioni alla Russia, scrive Massimo Nava, ci sono però anche molte ipocrisie e opportunismi, come dimostra il caso dei due oligarchi russi cancellati dalla lista di quelli messi al bando.
La Cinebussola Niccolò Gentili debutta alla regia firmando Dov’è la Fiesta?, una commedia romantica che, secondo il nostro Paolo Baldini, brilla soprattutto per il cast.
Gianluca Mercuri gmercuri@rcs.it Luca Angelini langelini@rcs.it Elena Tebano etebano@rcs.it Alessandro Trocino atrocino@rcs.it
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| Rassegna politica |
| Un breve campionario delle tensioni tra Mattarella e Meloni |
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Lo scontro tra Sergio Mattarella e Giorgia Meloni sugli «stranieri a scuola» è importante per più di una ragione: per il merito della questione, e per il metodo scelto dalla presidente del Consiglio per condurlo e per vincerlo. Vincerlo nel braccio di ferro che si profila sulla legge che dovrà rendere «cogenti» e soprattutto realistiche le norme annunciate un po’ confusamente dal governo per evitare l’isolamento dei bambini italiani. E vincerlo sul piano della propaganda, che nell’anno elettorale non è certo l’aspetto secondario.
La novità del metodo meloniano è data dalla capacità della premier di sferrare un attacco diretto, simulando formalmente una mancanza di disaccordo e addirittura un accordo sostanziale e quasi obbligatorio, presentando la faccenda in modo tale da attribuire l’eventuale disaccordo alla presunta incoerenza del capo dello Stato. Con notevole abilità retorica, Meloni ha negato che Mattarella ce l’avesse con lei quando, lunedì ad Amatrice, ha sottolineato che «la scuola è aperta a tutti», proprio il giorno dopo che lei aveva annunciato «una norma sul numero massimo di studenti stranieri in classe». Come poteva avercela con me, è il senso del messaggio della premier, se anche lui, da ministro dell’Istruzione, nel lontano 1990 aveva chiesto un massimo di cinque bambini stranieri per classe.
Naturalmente Meloni sapeva benissimo che le due cose stanno perfettamente insieme. E cioè che, come ha spiegato Monica Guerzoni, Mattarella non ha nulla da eccepire sull’idea di un «tetto», ma ne avrebbe se le norme predisposte dal governo rivelassero – sia nell’enunciazione sia nell’applicazione pratica – aspetti problematici sul piano del diritto (costituzionale) allo studio. Esempi (della nostra quirinalista): «Una classe che sforasse il tetto del 30%, andrebbe sdoppiata anche in assenza di insegnanti e spazi adeguati? E sono davvero praticabili i corsi di lingua per i genitori degli alunni che non parlano bene l’italiano?».
Resta comunque la novità del metodo. Per capire come Meloni, nel sembrare a molti osservatori (e all’intera opposizione) audace fino alla sfrontatezza nell’offensiva contro il Quirinale, si sia mostrata in realtà molto più circospetta che nel passato, basta ricordare alcuni precedenti nelle intermittenti frizioni con Mattarella. In particolare il primo. Era il febbraio 2024 e la polizia aveva usato la mano pesante contro i cortei studenteschi filopalestinesi a Firenze e soprattutto a Pisa. Immagini di cariche indiscriminate avevano spinto il Quirinale a una nota ufficiale che chiamava direttamente in causa il massimo responsabile delle forze dell’ordine e dunque il governo:
«Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha fatto presente al ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, trovandone condivisione, che l’autorevolezza delle Forze dell’Ordine non si misura sui manganelli ma sulla capacità di assicurare sicurezza tutelando, al contempo, la libertà di manifestare pubblicamente opinioni».
Il monito presidenziale aveva letteralmente fatto saltare la mosca al naso a Meloni, che aveva risposto con un messaggio durissimo, chiaramente indirizzato a Mattarella:
«Penso che sia molto pericoloso togliere il sostegno delle istituzioni a chi ogni giorno rischia la sua incolumità per garantire la nostra, è un gioco che può diventare molto pericoloso».
Insomma: compresa come e più di sempre nel ruolo di leader comunque schierata con le forze dell’ordine qualunque cosa facciano, la premier arrivò ad accusare il capo dello Stato di «non sostenere» la polizia.
In generale, il contrasto tra i due presidenti si deve chiaramente a una distanza politica e culturale incolmabile: una postfascista e un democristiano di centrosinistra che sono stati su fronti opposti per tutta la seconda Repubblica non possono piacersi, e Meloni non ha mai considerato Mattarella davvero super partes da quando è al Quirinale. Fu l’unica, non a caso, a restare fuori dall’intesa bipartisan, che dopo lo stallo iniziale, portò alla sua rielezione nel febbraio 2022, sette mesi prima del trionfo della leader di Fratelli d’Italia alle Politiche. E in questi anni non ha mai fatto velo alla sua duplice ossessione legata al Quirinale: da un lato la convinzione, espressa sottotraccia nei retroscena giornalistici, che il «contrappunto» di Mattarella alle iniziative del governo non fosse legato all’esercizio delle sue prerogative (a cominciare dal controllo preventivo di costituzionalità) ma a un’ostilità pregiudiziale, che nella visione cospirazionista della destra porta a individuare in Mattarella il capo di un’opposizione formalmente ancora acefala. Dall’altro, l’ossessione quirinalesca è connessa a quella che è vissuta come un’ingiustizia storica, il fatto che nella Seconda Repubblica «la sinistra» abbia sempre avuto la fortuna di trovarsi in superiorità numerica quando si è trattato di eleggere il capo dello Stato.
Questi aspetti sono emersi in modo clamoroso poco meno di un anno fa (novembre ’25) nel caso del presunto «complotto del Quirinale per fermare Meloni», montato da un giornale di destra che aveva captato una conversazione privata del consigliere di Mattarella Francesco Saverio Garofani. La ricostruzione attenta dei fatti, e delle parole intercettate a una cena e malamente riportate, era bastata a chiarire che il presunto complotto non riguardava affatto la premier, e si riferiva semmai a una certa insofferenza, diffusa negli ambienti cattolici e centristi del cosiddetto campo largo, nei confronti della leadership di Elly Schlein, accusata di eccessivo radicalismo e di sostanziale inadeguatezza. Ma anche quando era ormai chiaro che Meloni non c’entrava niente e non era affatto nel mirino del Quirinale, la premier non aveva smesso di lasciare intendere di crederci, ed era stato necessario un colloquio diretto con Mattarella per (fingere di) voltare pagina. Lasciando all’immancabile Ignazio La Russa il compito di continuare a seminare dubbi e sospetti.
Un altro momento di alta tensione tra presidente della Repubblica e governo è stato durante la campagna per il referendum sulla giustizia. Quando il ministro Nordio disse (citando e facendo proprie vecchie accuse del procuratore Di Matteo) che il Consiglio superiore della magistratura era responsabile di «comportamenti paramafiosi», Mattarella ritenne necessario esprimere un altolà plastico e senza precedenti, presiedendo in via eccezionale il plenum del Csm e rimarcando lui stesso questa eccezionalità: «Sono consapevole che non è consueta la presenza del presidente della Repubblica per i lavori ordinari del Consiglio. Per quanto mi riguarda non si è mai verificata in undici anni», disse, per poi spiegare che a spingerlo era stata «la necessità e il desiderio di sottolineare, ancora una volta, il valore del ruolo di rilievo costituzionale del Csm». Ovviamente, in molti nell’entourage meloniano la vissero come un’ingerenza nella campagna referendaria.
In generale, si ritiene che un settore in cui i rapporti tra Mattarella e Meloni sono più distesi sia la politica estera, in particolare per il sostegno all’Ucraina. In effetti, su questo punto decisivo per la tenuta e la credibilità del Paese c’è un allineamento sostanziale, anche se la sintonia si registra più tra Mattarella e Crosetto che tra Mattarella e Meloni, più prudente del ministro della Difesa. Sempre nel novembre scorso, il presidente della Repubblica ritenne necessario convocare il Consiglio supremo di Difesa per «acquisire circostanziate conoscenze degli orientamenti del governo», che in quella fase (ma anche dopo) esitava ad aderire al piano euro-americano che prevede acquisti di armi Made in Usa da girare all’Ucraina e pagate dagli europei. Un tentennamento dovuto soprattutto alle ansie elettorali della premier, in vista della tornata di elezioni regionali.
Ma se sull’Ucraina si può parlare di buona intesa, su Palestina e Israele la distanza è enorme. Mattarella, infatti, non percepisce affatto il doppio standard di cui parlano certe élite, scandalizzate dalla presunta indifferenza popolare per l’Ucraina e dalla presunta facile indignazione per i massacri di Gaza. Mattarella, come la maggioranza dell’opinione pubblica, vede il doppio standard nel giusto appoggio dei governi europei all’Ucraina da una parte, e nella totale inazione degli stessi governi rispetto a Israele dall’altra (quello italiano su tutti, primo con la Germania a bloccare qualsiasi idea di sanzione). Non a caso, uno dei suoi frequenti discorsi memorabili il presidente lo fece sempre l’anno scorso al Parlamento tedesco, dove accomunò proprio le guerre in Ucraina e a Gaza, che hanno visto, disse, «l’applicazione sistematica della ignobile pratica della rappresaglia contro gli innocenti», perché l’obiettivo è la «guerra totale», che non si accontenta della sconfitta del nemico, ma esige «il suo annientamento». E in generale, su Gaza, gli accenti tra Mattarella e governo sono stati diversi in questi anni, con critiche a Israele molto più dure da parte del presidente.
Ecco, questo è un breve campionario delle divergenze tra Sergio Mattarella e Giorgia Meloni, da cui si può evincere che la parola divergenza è un eufemismo. Naturalmente, è doveroso credere che ognuno eserciti il proprio mandato avendo come bussola la Costituzione e l’interesse nazionale. E magari si può presumere che la loro dialettica sia perfino feconda, che porti cioè a definirlo e a perseguirlo meglio, l’interesse nazionale. Poi, ogni cittadino e cittadina può scegliere da chi si senta tutelata di più. E che tipo di successore a Mattarella sia auspicabile, nel 2029.
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| Frammenti |
| Sul deficit non prendetevela con l’Istat |
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Il disappunto del governo per aver mancato l’obiettivo del rientro (peraltro anticipato, la scadenza è il 2027) dalla procedura di deficit eccessivo è del tutto giustificato. Ciò non toglie che l’esecutivo abbia tenuto in relativo ordine il quadro di finanza pubblica in un anno, il 2025, assai complicato per gli eventi internazionali.
Quello 0,1 per cento, anche meno, mancante per il rientro anticipato dalla procedura, può persino far comodo. Spendere per esempio in armi in campagna elettorale non porta voti, li toglie. C’è poi un indiscutibile freno alle promesse avventate. Con il nostro livello di debito pubblico (136,7 per cento) sono sconsigliabili “scostamenti” avventurosi come quelli sventolati da Matteo Salvini.
Giorgia Meloni, ieri sera a Porta a porta, intervistata da Bruno Vespa, si è rammaricata del fatto che nella stessa giornata l’Istituto di Statistica abbia rivisto il dato di crescita del Pil del 2024 dallo 0,7 all’1,1 per cento. «Non so se l’Istat sottostima gli italiani o il governo e questo mi dispiace, non vorrei che succedesse anche fra tre anni». Non è escluso che questo accada, cioè che si scopra in seguito di essere sotto il 3 per cento di deficit (le revisioni dopo il Covid sono sempre state al rialzo) ma se avverrà sarà il frutto dell’opera di manutenzione di quello che è un attivo del Paese, ovvero il suo patrimonio informativo. Sulla base di dati che oggi però non ci sono. La revisione non è un giudizio retroattivo sulla prima stima, né la confessione di errori che comunque possono sempre esserci. La credibilità dell’Istat è anche la credibilità dell’Italia. Se solo vi fosse il sospetto di una «sovrastima» del governo ogni nostro dato perderebbe di valore. E nel pieno della rivoluzione che sui dati si basa, grazie anche all’Intelligenza artificiale (o Super intelligenza come dice Trump) non sarebbe un danno irrilevante.
P.s. Quando venne nominato presidente dell’Istat, Enrico Giovannini incontrò Silvio Berlusconi. Il capo del governo, che lo aveva nominato, gli comunicò tutto il suo entusiasmo per la «valorizzazione» dei dati, soprattutto sull’occupazione. Giovannini, che diresse l’Istituto anche con il governo Monti, gli fece gentilmente capire che l’Istat non era l’ufficio studi di una delle sue aziende.
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| Rassegna geopolitica |
| Contro minacce ibride e «putinismo» si muovono Francia e Gran Bretagna (ma non l’Italia) |
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Il fenomeno più noto e folcloristico in Italia è la pagina «Robertus Vannaccius», che pubblica video realizzati con l’intelligenza artificiale in cui il fondatore di Futuro nazionale è ritratto nei panni dell’imperatore. Ieri Giorgia Meloni ha detto: «Non ho elementi per sostenere che Vannacci sia un “cavallo di Troia della Russia” (come lo ha definito il Financial Times). Però posso dire una cosa: alcune pagine social a lui vicine, che lui rilancia, hanno usato elementi propri della più vergognosa propaganda russa contro di me». Per esempio, l’accusa di fare uso di droga con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e di avere una relazione con lui.
È noto a tutti che la guerra ibrida russa (ma anche americana) da anni ha fatto il suo ingresso prepotente nella politica italiana ed europea. E ora minaccia le infrastrutture e la sicurezza nazionale. Con molti, troppi cavalli di Troia putiniani nella nostra politica e nella nostra informazione. Eppure il governo italiano sembra immobile o quasi. Un tentativo di creare uno spazio cibernetico di interesse nazionale per la difesa e la sicurezza militare dello Stato è stato fatto dal ministro Guido Crosetto, ma è sparito dai radar. Altri Paesi si stanno muovendo in fretta.
Venerdì Emmanuel Macron ha convocato all’Eliseo i capi dei partiti presenti in Parlamento per metterli al corrente del «rapido deterioramento della situazione internazionale» e di alcune informazioni sensibili dell’intelligence francese. Erano presenti il primo ministro Sébastien Lecornu e funzionari militari e dei servizi, oltre ai politici dei principali partiti francesi. Macron ha spiegato che «la minaccia ibrida russa verso gli europei e la Francia si è intensificata. Occorre preparare un piano di protezione delle nostre infrastrutture critiche per far fronte agli attacchi ibridi russi, che non resteranno senza risposta». Tra gli eventi citati, l’attacco con droni contro un treno proveniente da Kiev, l’attacco all’aeroporto di Lipsia, il lancio di un razzo vicino a una fregata danese, le incursioni nello spazio aereo e i molti atti ostili che si ripetono.
Il giorno successivo è accaduto qualcosa di inedito. I leader del Rassemblement national, la formazione di estrema destra da sempre considerata vicina a Putin, hanno preso le distanze dalla Russia. All’inizio della settimana, Marine Le Pen, che nel 2017 fu ricevuta da Vladimir Putin al Cremlino e che nel 2014 ottenne per il suo partito un prestito da una banca russa, si è espressa a favore di una riduzione degli aiuti a Kiev. Ma dopo l’incontro con Macron, è arrivato un comunicato stampa a firma congiunta di Jordan Bardella e Le Pen, dove si dice che «il Cremlino non può sperare di dettare la politica francese, direttamente o indirettamente , attraverso intimidazioni, minacce, destabilizzazione o pressioni psicologiche». I due condannano l’acquisizione russa di aziende francesi operative nel Paese, del gruppo Auchan. In molti dubitano della sincerità di questa giravolta, ma è un fatto che per la prima volta i dirigenti hanno condannato Putin e Bardella è arrivato fino a dire che l’invasione dell’Ucraina si è trasformata in «un bagno di sangue». Notevole anche perché Il 21% dei simpatizzanti del Rn ha una «buona opinione» del presidente russo, contro il 12% della popolazione complessiva. E anche perché l’ex presidente Dmitrij Medvedev ha reagito così: «A quanto pare, il partito di Marine Le Pen è ormai un normale partito europeo: russofobia e sostegno ai nazisti di Kiev».
Anche la Gran Bretagna si muove. Il primo ministro Andy Burnham – segnala il Guardian – ha annunciato che i responsabili della sicurezza istituiranno un nuovo centro nazionale per contrastare la disinformazione e i deepfake provenienti da Stati ostili come la Russia, affermando che il governo ha il dovere di «arginare l’ondata velenosa» che danneggia gli interessi britannici. L’obiettivo è «individuare, attribuire e contrastare» gli attacchi informatici. Nel suo discorso alle Nazioni Unite a New York, Burnham ha spiegato: «Stiamo parlando di una campagna insidiosa che si insinua nelle case delle persone e distorce la loro percezione del proprio Paese e della propria comunità, creando una narrazione di declino, alimentando la divisione e seminando disperazione. Inoltre, abbiamo assistito ad attacchi informatici contro le nostre aziende e istituzioni. Sappiamo che l’intelligenza artificiale moltiplicherà la minaccia. Siamo stati troppo lenti a reagire, in questi anni, ora terremo bene aperti gli occhi».
E l’Italia? Claudio Cerasa, sul Foglio, scrive: «Imparare qualcosa da Macron, da un lato, imparare qualcosa da Le Pen, dall’altro: che aspettare?». Il direttore ricorda che «un pezzo importante della classe dirigente politica italiana, di fronte alla minaccia russa ha messo in campo una strategia diversa». «Mi sembra che ci sia un’ansia anti russa che mi preoccupa», ha detto Matteo Salvini lo scorso 3 settembre. «Mi sembra che sia stato un allarme gettato in modo un po’ frettoloso», ha detto Giuseppe Conte il giorno dopo. Cerasa spiega che forse sarebbe troppo «aspettarsi che i leader italiani firmino tutti un comunicato come quello vergato da Le Pen e Bardella». Ma «non sarebbe troppo augurarsi che il presidente del Consiglio, utilizzando la legge 124 del 2007 che attribuisce al capo del governo “l’alta direzione e la responsabilità generale della politica dell’informazione per la sicurezza”, possa invitare tutti i leader dei partiti rappresentati in Parlamento a Palazzo Chigi per una riunione sulla sicurezza nazionale. Con un obiettivo: mostrare con i fatti, e le informazioni dell’intelligence, che sull’Ucraina si può discutere di tutto, ma non si può negare la minaccia russa né accettarne le pressioni».
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| Rassegna della guerra |
| Sanzioni alla Russia fra rigore, ipocrisia e danni |
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A leggere le notizie che circolano attorno a sanzioni contro la Russia e violazioni delle stesse, proclami contro Mosca e accordi sottobanco con il Cremlino, finanziamenti e sostegno militare all’Ucraina annunciati in coro e poi bloccati o rinviati, ci sarebbe da ricorrere a proverbi e metafore popolari (del genere «tirare il sasso e ritrarre la mano») per tentare di decifrare la narrazione ufficiale a proposito di rigore e compattezza occidentale nei confronti della Russia. E interrogarsi sul senso di alcuni risvolti grotteschi di questa narrazione che coinvolge governi e sconvolge la vita dei cittadini, soprattutto dei più deboli.
«Emmanuel Macron sta per sostituire Viktor Orbán come elemento di disturbo dell’Unione europea?», si chiede polemicamente Le Figaro in seguito alla strana alleanza della Francia con la Slovacchia per cancellare un oligarca russo dall’elenco dei sanzionati in vista del rinnovo degli elenchi, circa tremila persone, sui quali l’Ungheria dell’ex presidente Orbàn aveva più volte posto il veto. Parigi si è infatti allineata alla richiesta di Bratislava di escludere dalla lista l’uomo d’affari russo-uzbeko Alisher Usmanov, magnate dei metalli, delle miniere e delle telecomunicazioni, settimo nella classifica delle fortune russe. E ha ottenuto ciò che chiedeva, invocando una «questione specifica di sicurezza nazionale». Secondo il Financial Times e Reuters, si trattava di una trattativa che coinvolge l’Uzbekistan per ottenere la liberazione di cittadini francesi detenuti in Azerbaigian, in cambio appunto della riabilitazione di Alisher Ousmanov (poche ore fa, l’imprenditore francese Martin Ryan, condannato a 10 anni di carcere per spionaggio, è stato guarda caso graziato dal presidente azero Ilham Aliev, ndr).
Le trattative a Bruxelles hanno tenuto occupati gli ambasciatori dei Ventisette nel corso di numerose riunioni tese negli ultimi giorni. L’atteggiamento francese ha incoraggiato il Lussemburgo a chiedere, a sua volta, la revoca delle sanzioni nei confronti di un altro oligarca, il banchiere Mikhail Fridman, richiesta anche dalla Slovacchia. Quest’ultimo ha intentato un ricorso giudiziario per 16 miliardi di dollari contro il Granducato, dove i suoi beni sono congelati. Anche il suo nome è stato quindi rimosso dalla lista. «Questa situazione apre il vaso di Pandora, consentendo a ciascuno di negoziare per ragioni politiche. È il messaggio opposto a quello che si vuole inviare a Putin», denuncia un diplomatico.
Kiev giudica questa mossa «vergognosa» e «ingiustificabile». «La pressione su Mosca deve intensificarsi», ha sostenuto Volodymyr Zelensky da New York. La Lettonia, il Paese politicamente più ostile a Mosca, si era opposta agli accordi proprio per protesta contro l’atteggiamento di Francia e Slovacchia. Alla fine la posizione di Riga è passata dal no all’astensione. Ma i rappresentanti dei Baltici hanno protestato anche contro Parigi e Roma per non avere imposto il divieto di soggiorno in Europa per i soldati russi, previsto in origine nel pacchetto di sanzioni.
A parte questi episodi recenti, sanzioni e rottura commerciale dei rapporti con il Cremlino danneggiano pesantemente le imprese che ancora operano in Russia e ancora di più quelle private e pubbliche costrette a lasciare il campo. Per quanto riguarda le attività italiane, basti valutare che prima del conflitto, l’interscambio italiano era di 31 miliardi ed è sceso a 5, mentre quello della Cina ha superato i 200. Praticamente fuori gioco imprese tedesche e francesi. Il costo dell’energia si è ridotto per la Cina grazie alle forniture russe, fattore che ha pesantemente inciso sulla competitività delle imprese italiane e più in generale europee.
In pratica, come ci riferisce Pierpaolo Lodigiani, imprenditore che rappresenta le circa 300 aziende con quattromila dipendenti ancora presenti in Russia, Cina, India, Stati Uniti e Turchia stanno approfittando della guerra, mentre l’Europa è penalizzata. «Siamo fra l’incudine e il martello – ha detto nel corso di un incontro con alcuni giornalisti – perchè non abbiamo voce in Italia e subiamo nello stesso tempo l’ostilità delle autorità russe».
La Commissione europea continua a fare la voce grossa, nonostante «defezioni», polemiche e conseguenze negative per imprese e cittadini europei. «Le nostre sanzioni continuano a colpire duramente e a infliggere un duro colpo alla Russia», ha affermato Ursula von der Leyen, presidente della Commissione. Ma molti paesi, tra cui la Cina, l’India o alcuni Paesi del Medio Oriente facilitano l’aggiramento delle misure europee. Quanto alle fonti energetiche, le forniture continuano anche verso l’Europa e con la crisi del Golfo la Russia ha ulteriormente allargato il proprio mercato.
Non potendo agire alla fonte, l’Unione europea cerca di intensificare la lotta contro il trasporto di idrocarburi russi. Una trentina di nuove navi della flotta fantasma si aggiungono alle 632 già soggette a sanzioni. Ma non si riesce a imporre un blocco totale dei servizi marittimi (assicurazioni, finanziamenti, noleggi…) russi, a causa dell’opposizione di Grecia, Cipro e Malta, sotto la pressione dei propri armatori. «L’Europa deve colmare tutte le lacune», ha più volte sostenuto la responsabile della politica estera dell’Ue, Kaja Kallas. L’ex premier dell’Estonia, fra i più risoluti e ostili nei confronti della Russia, tanto che si parla di «baltizzazione» della diplomazia europea, è così riuscita a far dimenticare lo scandalo scoppiato dopo l’invasione dell’Ucraina che ha coinvolto la società di suo marito, Arvo Hallik, implicata in affari con la Russia.
Questo per quanto riguarda le sanzioni. Ma c’è di peggio. Secondo alcune fonti, dirigenti del Cremlino si sarebbero attivati per un incontro con i leader dell’estrema destra di AfD che hanno trionfato alle recenti elezioni regionali in Germania. Al centro dei colloqui, la ripresa di forniture di gas russo, tema che ha fortemente inciso sui risultati elettorali essendo legato al rincaro delle bollette. La mossa ha il sapore di una pesante provocazione nei confronti del debolissimo governo del cancelliere Friedrich Merz. L’interruzione delle forniture energetiche e il sabotaggio dei gasdotti Nord Stream, di cui sono accusati gli ucraini, hanno infatti inciso in modo drammatico sull’economia e sull’apparato industriale della Germania.
C’è poi l’atteggiamento controverso e imbarazzante del presidente Donald Trump che chiede al presidente Zelensky di interrompere gli attacchi alle raffinerie russe per favorire colloqui di pace e frenare ulteriori impennate dei prezzi e nel frattempo (fonte Bloomberg) negozia con la Bielorussia (il più fedele alleato di Mosca) un’enorme fornitura di potassio, il cui prezzo è inferiore a quello proposto dall’«odiato» Canada. Trump peraltro ha definito il conflitto in Ucraina « infinito e ridicolo», dove ridicolo sta per scandalosamente grottesco, comportando la perdita di «25 mila soldati al mese». Oltre ai soldati che muoiono sui campi di battaglia, ci sono quelli che fuggono all’estero o che fanno di tutto per non rientrare in patria, come le centinaia che si trovavano in Germania per un programma di addestramento Nato. Il che solleva anche qualche domanda sul coinvolgimento effettivo di Paesi Nato nel conflitto. Ufficialmente non siamo in guerra con la Russia, ufficialmente ci attrezziamo per rispondere alle minacce del Cremlino, ufficialmente sosteniamo l’Ucraina senza combattere, salvo mandare armi e addestrare migliaia soldati. Comunque sia, governo e tribunali tedeschi stanno valutando le opzioni di rimpatrio di questi soldati che non avrebbero diritto alla protezione accordata ai rifugiati. Le notizie sono state riferite da Die Zeit.
E mentre i soldati muoiono e molti giovani cercano di fuggire dalla guerra, si susseguono casi di corruzione all’interno dei ministeri e delle forze armate ucraine. In proposito, ci sono state inchieste, qualche arresto e dimissioni forzate, come quelle clamorose del ministro della difesa Mykhailo Fedorov. Recentemente, il New York Times ha rivelato il caso del direttore di una fabbrica d’armi, Leonid Shyman, che ha fornito all’esercito migliaia di proiettili da mortaio difettosi. Arrestato e incriminato, ha però continuato ad ottenere contratti di forniture per decine di milioni di euro. Inoltre, risulta che sette fra i principali appaltatori militari ucraini si sono aggiudicati nuovi contratti nonostante fossero in corso indagini penali per frode, inadempienze relative acontratti precedenti o l’arresto di amministratori delegati per corruzione, secondo verbali giudiziari e i resoconti dei media ucraini. «Appaltatori militari internazionali nonché aziende ucraine e americane, si sono arricchiti grazie a questo sistema. Le verifiche interne del governo hanno dimostrato che, solo nel 2024, l’Ucraina ha perso circa 1,2 miliardi di dollari a causa di frodi, sprechi e cattiva gestione. Tali perdite si sono accumulate proprio mentre il presidente Volodymyr Zelensky chiedeva agli alleati ulteriori forniture di armi e aiuti finanziari», ha scritto il New York Times. Il direttore dell’agenzia per gli appalti, Arsen Zhumadilov, si è dimesso a settembre. L’ex ministro della difesa Fedorov, che ha cercato di riformare il sistema, è stato costretto a dimettersi per lo stesso motivo.
Il New York Times ha rivelato anche un complesso sistema affaristico che coinvolge aziende turche ed europee. Nel 2024, l’Agenzia per gli approvvigionamenti della Difesa ha indetto una gara d’appalto per l’acquisto di artiglieria a razzo per un valore di centinaia di milioni di dollari. Fra commissioni e intermediazioni, il costo finale dell’appalto è lievitato di 130 milioni di dollari.
Dove finiscono i soldi della corruzione? Attraverso canali oscuri o ufficiali, tornano in qualche modo nell’Europa «benefattrice» dell’Ucraina. Basterebbe dare un’occhiata al mercato immobiliare di alcuni Paesi e di alcune capitali (dal Principato di Monaco a Varsavia) per trovare qualche risposta. Dall’Ucraina, oltre ai giovani in età di leva, sono fuggiti oltre quattro milioni di cittadini, per lo più assistiti o impiegati nei servizi di base. Ma fuggono anche i ricchi. Con la cassa.
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| La Cinebussola |
| Da Gentili una commedia generazionale romantica e tendente al buffo |
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Commedia romantica, generazionale, tenue, allarmata. Ben scritta, tendente al buffo. Lui è un aspirante attore venuto da Fucecchio, il paese di Indro Montanelli: è troppo timido e ha un padre ingombrante. Lei è una sceneggiatrice emergente, empatica, in apnea sentimentale, circondata da pavoni, piacioni, bugiardi matricolati. I due si piacciono ma non riescono a prendersi: ostinati, prigionieri della Roma molesta della burocrazia e del volemose bene. Dov’è la Fiesta? è l’opera prima di Niccolò Gentili nata sulla base di uno script a quattro mani realizzato con la sceneggiatrice Lisa Nur Sultan. Il titolo gioca sul doppio senso tra fiesta intesa come party, movida e un’auto sparita (e da recuperare) il cui furto fa da motore agli eventi della storia.
Dunque, lui e lei. Leo (Francesco Carril) e Irene (Linda Caridi) si frequentano da tre mesi, dopo essersi conosciuti casualmente sulla tangenziale di Roma. La sera in cui si incontrano per fare il punto sul loro futuro e provare a definire il loro ondivago rapporto, l’auto nuova di zecca di Leo viene rubata proprio sotto casa di Irene. Il furto e le conseguenti indagini per ritrovare la vettura innescano una bizzarra odissea tra i commissariati e gli uffici pubblici romani, trasformando la ricerca materiale del veicolo nella metafora di una ricerca ben più astratta: quella della stabilità emotiva. Si sorride anche senza gag e barzellette.
L’incubo di Leo e Irene è una partita a ping pong di sapore kafkiano con il destino. Il fiore all’occhiello dell’operazione è la prova del cast. Linda Caridi, volto solitamente associato a ruoli intensi e drammatici (come in Ricordi? o Lacci), si mette in gioco in una veste leggera. Attraverso la sua Irene sfoggia una buffa autorevolezza da commediante d’antan. Al suo fianco, l’italo-spagnolo Francesco Carril (visto nella serie Dieci Capodanni) che alterna dolcezza e smarrimento. Giorgio Tirabassi è il personaggio narrante, incarnazione dello spirito di Roma.
DOV’È LA FIESTA? Di Niccolò Gentili (Italia, 2026, durata 102’, Vision Distribution) con Francesco Carril, Linda Caridi, Giorgio Tirabassi Giudizio: 3+ su 5 Nelle sale
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