La canapa è una coltura agricola. Un’affermazione apparentemente banale, ma che è bene mettere subito in chiaro quando si parla di Cannabis sativa, una specie sulla quale negli ultimi anni si sono sovrapposti dibattiti relativi alla cannabis light, agli stupefacenti e al CBD.
In questo articolo parliamo esclusivamente di canapa industriale, vale a dire quella coltivata dagli agricoltori per ottenere, ad esempio, fibra, canapulo, semi e prodotti destinati alle filiere alimentare, tessile, cosmetica o della bioedilizia.
Il punto di partenza è la Legge 242 del 2016, che disciplina la coltivazione e la filiera industriale della canapa. Una normativa sulla quale è intervenuto nel 2025 il cosiddetto Decreto Sicurezza (Legge 80/2025), introducendo importanti restrizioni riguardanti soprattutto le infiorescenze e i prodotti da esse derivati.
Ma che cosa deve fare concretamente un agricoltore che vuole seminare canapa? Quali documenti deve avere? E soprattutto, che cosa succede se arrivano i Carabinieri Forestali e prelevano dei campioni? Ne abbiamo parlato con Giacomo Bulleri, avvocato che da anni segue gli aspetti normativi legati alla filiera della canapa.
Coltivare canapa industriale è legale
Il primo punto da chiarire è che la coltivazione della canapa industriale è consentita. La Legge 242/2016 si applica alle varietà ammesse e iscritte nel catalogo comune delle varietà delle specie di piante agricole dell’Unione Europea.
Ed è proprio la varietà utilizzata, secondo Bulleri, il primo elemento da guardare. “Per l’agricoltore il primo passo per tutelarsi è utilizzare semente certificata appartenente a una varietà ammessa. La legge impone pochi, ma importanti, obblighi documentali. Il coltivatore deve conservare i cartellini delle sementi acquistate per almeno dodici mesi e le relative fatture per il periodo previsto dalla normativa vigente”.
Sono documenti che diventano particolarmente importanti nel caso in cui venga effettuato un controllo. In altre parole, quando si decide di seminare canapa industriale è fondamentale poter ricostruire la provenienza del seme e dimostrare che quanto messo in campo appartiene a una varietà ammessa.
THC, che cos’è e perché si parla di 0,2%, 0,3% e 0,6%
Quando si parla di canapa uno degli acronimi che ricorre più spesso è THC, abbreviazione di tetraidrocannabinolo. Si tratta del principale cannabinoide responsabile degli effetti psicotropi associati alla cannabis.
La Cannabis sativa coltivata per scopi industriali può contenerne naturalmente quantità molto basse. E il tenore presente nella pianta non è determinato solamente dalla genetica: può variare anche in funzione delle condizioni climatiche, ambientali e colturali.
È qui che spesso nasce la confusione, perché nel dibattito sulla canapa compaiono soglie differenti. Per l’agricoltore italiano è particolarmente importante conoscere quanto previsto dalla Legge 242/2016 per i controlli in campo. Se dalle analisi emerge un contenuto complessivo di THC superiore allo 0,2%, ma non oltre lo 0,6%, la legge stabilisce che non vi sia responsabilità per l’agricoltore.
Se invece il valore risulta superiore allo 0,6%, l’autorità giudiziaria può disporre il sequestro o la distruzione della coltivazione. Anche in questo caso, tuttavia, la Legge 242/2016 esclude la responsabilità dell’agricoltore quando la coltura è stata impiantata rispettando le disposizioni previste.
C’è poi lo 0,3%, valore oggi utilizzato dalla normativa europea per l’accesso agli aiuti della Politica Agricola Comune. Non bisogna dunque sovrapporre automaticamente questa soglia alla fascia di tutela prevista dalla normativa italiana durante i controlli in campo.
E uno sforamento può effettivamente verificarsi. “Può succedere normalmente su alcuni campioni, ma è difficile che avvenga su tutto il campo”, spiega Giacomo Bulleri, ricordando come negli anni siano migliorate sia le genetiche disponibili sia le tecniche colturali. “Il punto fondamentale è che la legge afferma che non succede niente all’agricoltore che ha operato correttamente”. Questo non significa, però, che nella pratica uno sforamento non possa comportare accertamenti e conseguenti complicazioni per l’azienda.
Dalla fibra ai semi, che cosa si può produrre?
La Legge 242/2016 nasce con l’obiettivo di sostenere una vera filiera agroindustriale della canapa e contempla numerose possibili destinazioni. La pianta può entrare nelle filiere degli alimenti, dei cosmetici, delle materie prime biodegradabili e dei semilavorati destinati a differenti settori industriali. La legge richiama inoltre la bioingegneria, la bonifica dei terreni, la ricerca e lo sviluppo di filiere territoriali.
Per un’azienda agricola significa poter guardare, a seconda della varietà e della filiera presente sul territorio, alla produzione di seme, fibra e canapulo, con destinazioni che vanno dall’alimentare al tessile e fino alla bioedilizia.
Dal 2025, però, il quadro è diventato decisamente più delicato quando entrano in gioco le infiorescenze. L’articolo 18 del Decreto Sicurezza ha infatti modificato la Legge 242/2016 introducendo il divieto di lavorazione, detenzione, cessione, distribuzione, commercio, trasporto e altre attività riguardanti prodotti costituiti da infiorescenze di canapa o che le contengono, compresi estratti, resine e oli derivati. Rimane prevista l’eccezione relativa alla lavorazione delle infiorescenze finalizzata alla produzione agricola dei semi consentiti.
È proprio su questo punto che oggi si concentra una parte rilevante dell’incertezza normativa. Una pianta di canapa coltivata per fibra o seme, naturalmente, può fiorire. Ed è qui che la normativa introdotta nel 2025 ha creato un problema interpretativo e operativo per la filiera agricola.
“È difficile evitare che una pianta vada in fioritura”, osserva Bulleri. Secondo l’avvocato bisogna quindi distinguere la pianta presente in campo dall’infiorescenza che viene separata e successivamente lavorata o commercializzata. “Finché è sul ramo è chiaro che l’infiorescenza è lecita”, afferma Bulleri. “Stiamo ora aspettando due sentenze, una della Corte Costituzionale e una della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, che chiariscano se la liceità permane anche dopo che l’infiorescenza è stata separata dal resto della pianta”.
Che cosa succede se arriva un controllo in campo?
Ma veniamo alla situazione che probabilmente interessa maggiormente un agricoltore: che cosa succede se durante il ciclo colturale arrivano i controlli? La Legge 242/2016 autorizza i Carabinieri competenti in materia forestale, ambientale e agroalimentare a effettuare controlli sulle coltivazioni, compresi prelievi di materiale vegetale e analisi di laboratorio. Rimangono inoltre possibili gli accertamenti degli altri organi di polizia giudiziaria nell’ambito delle rispettive attività.
Se viene effettuato un campionamento della coltura, il prelievo deve avvenire in presenza dell’agricoltore, al quale deve essere lasciato un campione prelevato in contraddittorio, che può essere utilizzato per eventuali controverifiche. Le analisi del THC non devono basarsi sul valore di una singola pianta presa isolatamente, ma su medie ottenute da campioni prelevati, conservati e analizzati secondo le metodologie previste.
È in questo momento che diventano preziosi i documenti conservati dopo la semina: cartellino della semente e fattura di acquisto. Se la varietà è quella ammessa, la semente è certificata e l’agricoltore ha rispettato quanto previsto dalla legge, l’eventuale oscillazione naturale del THC non si traduce automaticamente in una responsabilità a suo carico.
La situazione cambia sul piano materiale quando dalle analisi emerge un valore superiore allo 0,6%: in questo caso l’autorità giudiziaria può ordinare il sequestro o la distruzione della coltivazione, pur restando prevista l’esclusione della responsabilità dell’agricoltore che abbia rispettato la legge. Nella pratica, avverte però Giacomo Bulleri, possono comunque esserci accertamenti e procedimenti che richiedono tempo prima di arrivare alla loro conclusione.
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