Con la legge di Bilancio 2027, si rimette in moto il cantiere, sempre aperto, della riforma previdenziale: ultimamente si discute molto del salvadanaio previdenziale e cioè di una proposta, ancora tutta da definire, che vedrebbe la creazione di un fondo, o di un libretto di risparmio, a favore di ogni nuovo nato, da alimentare prima con un versamento a carico dello Stato e poi con eventuali donazioni esentasse di familiari e parenti. L’idea, per molti versi, non è nuova e trova, anche in Italia, antecedenti ancora vivi nella memoria. La proposta piace: però, è ancora troppo nebulosa e bisogna attendere che prenda forma.
Nel cantiere, sempre aperto, della riforma previdenziale, ultimamente si discute molto del “salvadanaio previdenziale” e cioè di una proposta, ancora tutta da definire, che vedrebbe la creazione di un fondo, o di un libretto di risparmio, a favore di ogni nuovo nato, da alimentare prima con un versamento a carico dello Stato (si parla di mille euro) e poi con eventuali donazioni esentasse di familiari e parenti.
Il capitale dovrebbe essere gestito dall’INPS secondo principi di capitalizzazione e cioè venendo ad essere investito in attività finanziarie, quasi che si trattasse di un deposito individuale di risparmio, per essere utilizzato però solo al momento del pensionamento, così da contrastare il rischio di future pensioni basse legate a carriere precarie o discontinue.
L’idea, per molti versi, non è nuova e trova, anche in Italia, antecedenti ancora vivi nella memoria, come forma di risparmio a lungo termine, capace, grazie all’iniziativa dei genitori o alla generosità dei congiunti, di far maturare un capitale moltiplicato per 2 (o per 3) al raggiungimento della maggiore età (ma erano anni in cui i rendimenti erano più alti, anche a ragione della diffusione dell’inflazione).
Per andare, invece, a forme più genuinamente previdenziali, si deve tronare indietro di molto nel tempo, e solo pochissimi si ricorderanno di una remota iscrizione all’INPS anche dei bambini delle scuole elementari, come forma di educazione previdenziale, che si poneva accanto ad altre forme pedagogiche di maturazione alla socialità, nei termini di un invito alla contribuzione rivolto già alla primissima infanzia.
Ancora troppo nebulosa è però la proposta e per poterne parlare meglio bisognerà attendere che essa prenda forma, venendosi a chiarire se si tratta di un’ipotesi di risparmio a lungo termine o, al contrario, di una vera e propria iniziativa previdenziale.
Ed è un bene che si esca dall’incertezza perché, in assenza di dettagli, l’idea potrebbe finire per scontentare tutti, sia ove mai si scopra che i soldi da impegnare sono pochi, sia ove non sia chiaro fin dall’inizio quale uso si intenda fare di queste somme (che in certa misura si sovrappongono al TFR, anche se la loro origine è estranea al rapporto di lavoro).
Ed infatti il “salvadanaio previdenziale” rischia di apparire come uno strumento utile non tanto a far maturare la consapevolezza dell’importanza di una contribuzione adeguata, quanto a far prendere coscienza ai giovani italiani, spesso impegnati all’inizio della loro carriera in stage e in rapporti di collaborazione coordinata, che i primi veri contributi “utili” cominceranno a maturarli spesso ben dopo i trenta anni e, quindi, a grande distanza dai primi versamenti operati in questa forma così singolare (nonché dalla stessa futura pensione).
Al contrario, anche se la misura è stata in Italia sempre onerosa, oramai da più di trent’anni questi versamenti “da riscatto” non costituiscono più uno strumento per anticipare la pensione, ma sono vantaggiosi solo sul piano del suo importo, costituendo una sorta di investimento individuale, alternativo a quelli offerti dal mercato dei capitali (tant’è che oramai sono in pochi ad avvalersi di una misura così poco allettante).
Ed infine la misura sembra scontentare anche i gestori dei fondi di previdenza privata, poiché in questo modo si verrebbe a creare un flusso di trasferimenti finanziari stabili dallo Stato all’INPS, calibrato sul numero dei nuovi nati, che andrebbe a creare, nel mercato già affollato degli enti gestori, un concorrente chiamato a gestire masse patrimoniali enormi (si tenga conto che, seppure oramai da tempo le nascite sono in calo, si tratta comunque di un numero che oscilla introno ai 360.000 per anno, con il risultato di attribuire all’INPS 360 milioni di euro da investire).
Insomma, una proposta che piace, ma che deve prendere contorni più chiari prima di essere davvero convincente.
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