#Finsubito news dalla rete – Quando il fisco sceglie chi controllare


di Edoardo Ferragina – Negli ultimi tre anni il recupero dell’evasione ha superato i cento miliardi grazie all’incrocio delle banche dati e all’intelligenza artificiale. Il viceministro dell’Economia e delle finanze Maurizio Leo assicura che nessun accertamento nascerà da una macchina, ma il nodo vero riguarda la fase che precede l’accertamento, quella in cui si decide chi finirà sotto la lente.

Lo scorso 16 settembre Maurizio Leo, viceministro del Ministero dell’Economia e delle finanze (MEF), è stato ascoltato dalla Commissione parlamentare di vigilanza sull’anagrafe tributaria, che sta conducendo un’indagine conoscitiva sul contrasto all’evasione e sull’uso delle banche dati fiscali. Il dato che ha attirato più attenzione è quello del recupero: 31,4 miliardi nel 2023, 33,4 nel 2024 e 36,2 nel 2025, per un totale di circa 101 miliardi nel triennio. Leo ha attribuito buona parte di questo risultato a un cambio di metodo, perché oggi l’amministrazione finanziaria incrocia i dati prima di decidere chi controllare, invece di muoversi a campione o di rincorrere le irregolarità a distanza di anni.

Il meccanismo, nelle sue linee essenziali, non è difficile da spiegare. L’anagrafe tributaria custodisce da tempo una quantità enorme di informazioni sui contribuenti, e tra queste le più utili sono l’archivio dei rapporti finanziari e le fatture elettroniche. La novità sta nel fatto che questi archivi ora dialogano tra loro e vengono letti con strumenti di intelligenza artificiale, capaci di far emergere anomalie e scostamenti che un tempo sarebbero rimasti nascosti. Da questa lettura nascono le cosiddette liste selettive, cioè elenchi di posizioni considerate a rischio sulle quali gli uffici concentrano la propria attività. Per dare un’idea della velocità del cambiamento, ItaliaOggi riferisce che gli accertamenti fondati sulle anomalie e sui bassi punteggi ISA sono passati da zero a circa 200mila nel solo 2025.

In tutto questo non c’è nulla di strano, ed anzi è del tutto ragionevole. Un’amministrazione che concentra i controlli dove il rischio è più alto spreca meno risorse e disturba meno chi paga regolarmente, e il contribuente leale ha tutto l’interesse a non subire verifiche che lo costringono a spendere tempo e denaro per dimostrare di essere in regola. Tuttavia, con questo sistema il contribuente riceve una sorta di punteggio prima ancora che qualcuno ne abbia esaminato la posizione, e il suo destino fiscale comincia a delinearsi in una fase che non conosce e nella quale non ha modo di intervenire.

Su questo punto il viceministro ha voluto dare una rassicurazione precisa, escludendo che un accertamento possa derivare in modo automatico da una procedura informatica. L’elaborazione della macchina, ha spiegato, dovrà essere sempre verificata da un funzionario, e al contribuente dovrà essere garantito il contraddittorio. È un impegno che si può condividere senza riserve e che trova del resto un fondamento nel diritto europeo, dato che l’articolo 22 del Regolamento generale sulla protezione dei dati riconosce a ciascuno il diritto di non essere sottoposto a decisioni basate unicamente su un trattamento automatizzato.

La garanzia più concreta, però, si trova nello Statuto del contribuente. Con la riforma attuata dal decreto legislativo 30 dicembre 2023, n. 219, è stato introdotto l’articolo 6-bis, che ha trasformato il contraddittorio preventivo in un principio di carattere generale. Prima di emettere un atto impugnabile l’ufficio deve comunicarne lo schema al contribuente, che dispone di almeno sessanta giorni per presentare le proprie osservazioni, e il nuovo articolo 6-bis rende annullabili gli atti adottati senza rispettare queste regole. 

C’è poi la questione della trasparenza, Leo ha tenuto a precisare che l’inserimento in una lista selettiva non equivale all’avvio di un accertamento, e sul piano formale ha sicuramente ragione. Resta il fatto che i criteri con cui le liste vengono costruite non sono conosciuti, e chi viene controllato non sa quale combinazione di dati lo abbia portato all’attenzione dell’ufficio. Non gli serve conoscere il codice dell’algoritmo, ma più semplicemente sapere quale anomalia gli viene contestata e sulla base di quali dati, così da poterla smentire con i documenti, e per questo la motivazione dell’atto finale deve spiegare i fatti anziché limitarsi a richiamare un indice di rischio.

Due correttivi sarebbero alla portata dell’amministrazione senza bisogno di nuove leggi. Il primo consiste in una verifica umana a campione prima dell’invio massivo delle comunicazioni, utile a intercettare gli errori sistematici del modello prima che raggiungano migliaia di persone. Il secondo è un canale rapido di rettifica, che consenta al contribuente di segnalare il falso positivo e di vederlo archiviato senza che si apra un fascicolo. Entrambe le soluzioni migliorerebbero anche l’algoritmo, che impara dai propri errori soltanto se qualcuno si prende la briga di segnalarli.

I 101 miliardi recuperati sono un risultato che non si può ignorare, e sarebbe ingeneroso sminuirlo. La credibilità di un fisco fondato sui dati, però, non si misura soltanto con il gettito, ma anche con la qualità della selezione e con la possibilità concreta, per chi viene selezionato, di essere ascoltato prima che l’atto diventi definitivo. Il dato serve a orientare il controllo, non a dimostrare l’evasione, ed è bene che questa distinzione resti chiara tanto per l’amministrazione quanto per i contribuenti.


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