#Finsubito news dalla rete – Quanto costa la campagna elettorale di Gualtieri?


Le politiche neoliberiste si nutrono della menzogna

Quanto costa una campagna elettorale quando non si paga in manifesti? Costa ciò che un’amministrazione decide di vendere e di comprare, di annunciare e di rimandare, e a saldare il conto è sempre la città. Vale la pena partire da qui, perché la domanda sembra contabile e invece riguarda la cosa più concreta che una comunità possa garantire a chi la abita, cioè un posto in cui vivere.

Una città che dice di voler mettere al centro le persone dovrebbe cominciare dalla casa. Dalla casa dipendono la salute, il lavoro, la scuola dei figli, le relazioni, la possibilità di immaginare il proprio futuro, e senza di essa il benessere resta una parola da programma. Il patrimonio pubblico è il luogo in cui questa promessa può diventare pratica, a patto che sia pensato per le persone prima che per il bilancio e che sia sostenuto da risorse e da una programmazione all’altezza.

Spin Time è il caso in cui tutto questo si vede meglio. Dopo lo sgombero di fine luglio, l’edificio occupato da tredici anni è stato lasciato da quasi quattrocento persone, tra cui molti bambini e anziani, che hanno passato settimane in strada. Roma Capitale ha avanzato una proposta per acquistarlo dal fondo gestito da Investire SGR. La prima offerta è stata respinta, il dialogo prosegue e l’importo non è stato reso pubblico. È una cifra che si vorrebbe conoscere, perché dice quanto una città sia disposta a pagare per acquisire sul mercato ciò che altrove decide di cedere.

Nelle stesse settimane l’assessore al Patrimonio e alle Politiche abitative Tobia Zevi ha spiegato che gli alloggi popolari andranno a chi ne ha diritto, e sul piano amministrativo è comprensibile, perché l’edilizia residenziale pubblica segue requisiti e graduatorie. Il Sindaco ha continuato a dire che la casa è un diritto. Le due affermazioni convivono senza contraddirsi, ma non dicono la stessa cosa. Se il diritto coincide con il possesso dei requisiti per l’ERP, la parola descrive una procedura, e chi attende in graduatoria attende una promessa ordinata. Se indica ciò che l’amministrazione si impegna a garantire a chi vive un’emergenza abitativa, descrive una politica. Un diritto riconosciuto senza un’offerta adeguata di alloggi rischia di trasformarsi in una lista d’attesa, e lo stesso assessore, all’inizio del 2025, ha ricordato che in graduatoria per le case popolari ci sono circa diciottomila persone. La differenza non è lessicale, perché decide se una città risponde ai bisogni oppure li mette in fila.

Per capire quale delle due strade Roma stia percorrendo conviene guardare a come tratta i propri immobili. Negli ultimi anni l’amministrazione ha costruito un impianto regolatorio preciso. Da una parte c’è il Regolamento sull’utilizzo degli immobili per finalità di interesse generale, approvato con la deliberazione dell’Assemblea Capitolina n. 104 del 16 dicembre 2022, che riguarda il patrimonio indisponibile. Dall’altra c’è il Regolamento per la valorizzazione del patrimonio disponibile, approvato con la deliberazione n. 128 del 28 marzo 2025, il quale prevede all’articolo 1 che Roma Capitale gestisca quei beni anche per generare risorse da destinare ai propri compiti istituzionali. Lo stesso testo disciplina le forme di valorizzazione e la possibilità di alienare gli immobili che l’ente ritenga di non dover più mantenere in proprietà.

Non sono previsioni teoriche. Con la determinazione dirigenziale n. 2002 dell’8 luglio 2025 è stato approvato l’avviso per la vendita dell’immobile comunale di viale Marco Polo 27/29, con offerte da presentare entro il 9 settembre dello stesso anno. Il Regolamento indica tra i beni alienabili quelli a bassa redditività, quelli che richiedono interventi di recupero molto onerosi e quelli per cui non sussista più un interesse alla proprietà. Accanto alle vendite ci sono le locazioni di valorizzazione, previste dall’articolo 13. L’ex Hotel Richmond, a Largo Corrado Ricci, nel centro storico e a pochi passi dai Fori Imperiali, ne è l’esempio più visibile. Con la determinazione dirigenziale del 15 dicembre 2025 è stato approvato l’avviso per affidarlo, anche a un uso turistico-ricettivo, per trent’anni e con un canone a base d’asta di 158.325 euro l’anno.

Vendere o affidare da un lato e comprare dall’altro non si escludono per legge né per ragioni economiche, ma ragionano su scale di tempo molto diverse. Un mandato amministrativo dura cinque anni, una locazione come quella del Richmond ne dura trenta. Chi decide oggi impegna amministrazioni che verranno, mentre gli acquisti nascono spesso dall’urgenza di una settimana. Servirebbe una cornice che tenga insieme questi tempi, e oggi quella cornice è poco visibile. Ci si può domandare quanti immobili l’amministrazione intenda vendere e quanti affidare, quanto pensi di ricavarne e quanto di spendere per acquistare dai fondi, e soprattutto quale disegno renda coerenti scelte che sembrano andare in direzioni opposte. Prima di tornare sul mercato da acquirente servirebbe una ricognizione onesta di ciò che Roma già possiede, di quanto è inutilizzato o sottoutilizzato, di quanto potrebbe essere recuperato per le politiche abitative e sociali.

C’è anche da chiedersi che cosa compri davvero una città quando compra un edificio. Non acquista soltanto metri quadrati. Acquista una responsabilità, quella di renderlo abitabile, di metterlo a norma, di decidere per chi e a quali condizioni. Il prezzo è la parte più visibile dell’operazione, il resto arriva dopo e riguarda gli anni che seguono. Per questo, in un’operazione simile, conta sapere non solo quanto si paga ma che cosa si intende farne.

Più in generale, c’è una riflessione che riguarda il modo in cui in Italia si è trattato il patrimonio pubblico. Con le cartolarizzazioni degli anni Duemila molti immobili di enti pubblici sono passati a fondi immobiliari, e oggi Roma Capitale valuta di riacquistarne uno, a valori di mercato, come richiede la stessa proprietà. Il pubblico cede, il privato incassa, il pubblico torna a pagare. Osservata sull’arco di vent’anni, la parabola dice qualcosa sul modo di intendere i beni pubblici, trattati come risorse da monetizzare quando serve cassa e riscoperti come necessità quando servono case. Una politica che voglia evitare di ripetere quel ciclo dovrebbe chiedersi, prima di ogni vendita, a che cosa quel bene potrà servire fra dieci anni.

Altre città europee affrontano il rapporto con i grandi proprietari in modo diverso. A Berlino il dibattito sulla socializzazione dei patrimoni dei grandi gruppi immobiliari dura da anni e, nel referendum consultivo del 26 settembre 2021, la proposta “Deutsche Wohnen & Co enteignen”[1] ha ottenuto oltre un milione di voti favorevoli, pari al 57,6% dei partecipanti al voto. A Roma la direzione sembra un’altra, con una parte del patrimonio ceduta o affidata ai privati e l’acquisto, magari a valori di mercato, di quello dei fondi.

Torna così la domanda da cui siamo partiti. Quanto costa, allora, la campagna elettorale di Gualtieri? Costa ciò che la città vende, affida o compra per essere riconosciuta come un’amministrazione attenta alla casa. Costa gli immobili ceduti o concessi ai privati per decenni, il denaro speso per acquistarne altri dai fondi, e le persone che nel frattempo aspettano un alloggio. Per rispondere davvero servirebbe mettere tutto sullo stesso tavolo, dire con chiarezza che cosa si vende, che cosa si affida e che cosa si compra, e spiegare a quale scopo. Solo così i cittadini potrebbero giudicare se queste scelte servono a dare una casa a chi ne ha bisogno oppure, prima di tutto, a costruire consenso.


[1] “Deutsche Wohnen & Co enteignen” è un’iniziativa civica berlinese, tuttora attiva, che promuove la socializzazione con indennizzo del patrimonio abitativo dei grandi gruppi immobiliari privati e chiede l’attuazione dell’esito del referendum del 2021.


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