A febbraio sembrava dovesse cominciare una nuova era. La Sentinella del Canavese passava da Gedi a Ledi Editori, l’editore pugliese della famiglia Ladisa, e insieme alla proprietà cambiavano anche le promesse.
Più giornale. Più territorio. Più Piemonte. Uno sguardo sulla Valle d’Aosta. Una presenza digitale più forte. Le uscite in edicola che da quattro sarebbero dovute diventare cinque. E soprattutto una nuova guida editoriale capace di accompagnare la trasformazione del vecchio giornale “olivettiano” in qualcosa di più grande.
Otto mesi dopo, siamo ancora qui.
La quinta uscita non si è vista. Del giornale regionale si sono perse le tracce. Dello sbarco in Valle d’Aosta, per ora, resta soprattutto il ricordo degli annunci. E anche il capitolo “nuovo direttore”, che sembrava destinato a diventare uno dei tasselli principali del nuovo corso, si è chiuso prima ancora di cominciare.
Il nome era quello di Bruno Babando, 64 anni, fondatore e direttore de LoSpiffero, giornale online torinese nato nel 2009 e diventato negli anni un punto di riferimento dell’informazione politica ed economica piemontese.
Il confronto con l’editore era iniziato nei mesi successivi all’acquisizione della Sentinella. Non si parlava soltanto della guida del giornale canavesano. Il progetto era molto più ampio: Babando avrebbe dovuto assumere un ruolo di primo piano anche sulle altre testate di Ledi Editori, L’Edicola e L’Edicola del Sud, con il compito di rafforzarne la presenza digitale, sviluppare nuovi prodotti e accompagnare l’espansione nazionale del gruppo.
Non se ne farà nulla.
«Dopo mesi di confronto – ci dice Babando – prendo atto con rammarico che non vi sono le condizioni per proseguire il mio impegno nel progetto. A questo punto mi concentrerò sullo Spiffero, giunto al suo diciassettesimo anno di vita, per consolidarne ulteriormente la presenza e proiettarlo in una dimensione nazionale, anche attraverso una partnership con un importante gruppo editoriale».
Fine della storia. O almeno fine di quella storia.
Perché nel frattempo si apre un altro problema. Il direttore attuale de L’Edicola va in pensione. La soluzione che sembrava apparecchiata da mesi era Babando. Ma Babando ha detto “Lassoma sté”. E allora il gruppo si ritrova con una direzione da ridisegnare proprio mentre il progetto annunciato per il Nord continua a restare nel limbo.
E qui veniamo alla Sentinella.
Formalmente il nome esiste, ma la testata registrata in tribunale è come se avesse cessato le pubblicazioni. Quello che oggi si prende in mano è, a tutti gli effetti, un supplemento de L’Edicola. Quindi è L’Edicola. E non è un dettaglio, considerando che il giornale pugliese beneficia dei contributi pubblici all’editoria.
Non è necessariamente un male. Ma è un fatto.
Altro dettaglio, piccolo soltanto in apparenza.
I locali dove si realizza il giornale, già messi in vendita attraverso un’agenzia immobiliare di Caluso, sono adesso comparsi in un annuncio immobiliare sulla quarta di copertina della stessa Sentinella, questa volta per essere locati.
Insomma, se di rilancio si tratta, il trampolino non sembra sufficientemente elastico.
A febbraio la parola d’ordine era rilancio. A ottobre, forse, la parola più adatta è un’altra: attesa.
Tutt’intorno c’è la preoccupazione forte, tangibile, dei giornalisti. Di chi ha sempre considerato il giornale tutt’uno con i muri, con le strade, con i palazzi, con Olivetti, con il Carnevale, con San Savino, con la Diocesi, con il Comune.
Qualcosa che non era semplicemente un prodotto editoriale, ma un pezzo di città, una voce che accompagnava le stagioni industriali, i conflitti sociali, le crisi, le illusioni, le cadute e le ripartenze.
La stessa preoccupazione che raccontavamo mesi fa, quando spuntarono dal nulla i fratelli Vito e Sebastiano, del gruppo Ladisa, della holding Finlad. Uno dei grandi colossi italiani della ristorazione collettiva.
Un settore in cui il gruppo produce oltre 25 milioni di pasti all’anno, opera in circa 700 strutture distribuite in 17 regioni, impiega più di 4.000 dipendenti diretti, che diventano oltre 5.000 se si considera l’intera galassia di società controllate, collegate e subappaltatrici. Più di 20 stabilimenti industriali, una rete logistica enorme, contratti pluriennali con enti pubblici, scuole, ospedali, aziende e forze armate. Un fatturato che viaggia stabilmente su centinaia di milioni di euro.
Ed esattamente come dicevamo mesi fa, l’operazione Sentinella del Canavese, storica testata fondata nel lontano 1893, non sarà (e non occorre essere delle Cassandre per sostenerlo) una favola a lieto fine, né un romantico passaggio di testimone.
È un’operazione industriale.
Ladisa, per la cronaca, in Piemonte c’era già. Da tempo. Gestisce mense scolastiche, ha un centro cottura a Torino, prepara decine di migliaia di pasti all’anno per aziende in provincia di Torino e di Cuneo, lavora con amministrazioni pubbliche, multinazionali, istituzioni.
E siccome conosce il Piemonte come mercato, continuerà a trattarlo come tale. Come luogo dove si vincono appalti, si producono pasti, si ottimizzano costi.
Ma raccontare un territorio è un’altra cosa.
Vuol dire interpretarlo, capirne le fratture profonde. E Ivrea, con i suoi 23 mila abitanti, con un Canavese fatto di Comuni piccoli, frammentati, spesso mal serviti dalle edicole, non rientra in nessuna facile logica di scala industriale.
A Ladisa di Ivrea, del Carnevale, della battaglia delle arance, della Fondazione, delle dinamiche politiche eporediesi non importa un fico secco.
Non per cattiveria. Semplicemente perché il suo mestiere è un altro. S’aggiunge che sta a Bari.
E allora la domanda è una sola: cosa sarà La Sentinella del Canavese del futuro?
Senza investimenti, senza assunzioni, senza i locali di piazza Lamarmora, senza quel progetto regionale forse rimarrà quella che è oggi. Forse con il quinto numero. Forse. O forse no….
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