Prima i corsi di yoga, la meditazione, la promessa di stare meglio. Poi i cristalli, i quadri da decine di migliaia di euro, le “energie negative”, il karma, le malattie annunciate come una condanna se non si fosse obbedito. E infine, secondo gli investigatori, un sistema capace di entrare praticamente in ogni spazio della vita degli adepti: il denaro, il lavoro, le relazioni sentimentali, la sessualità, quello che si poteva mangiare, il momento in cui fare una doccia, il libro che si poteva leggere. Fino a un capitolo ancora più inquietante: coltelli, tecniche per spezzare arti e cavare occhi, un poligono di tiro e la necessità di imparare a sparare per essere pronti a “difendere il gruppo”.
Più si scava nella vicenda della comunità spirituale di Almese, più l’immagine ricostruita dai carabinieri sembra lontana anni luce da quella che poteva apparire dall’esterno. Al centro c’è Bruno Antonio Malatesta, 59 anni, il “Maestro”, il “Prescelto”, arrestato nell’operazione Asmodeo dai carabinieri del Nucleo investigativo di Torino. Attorno a lui la Fondazione Fiore della Pace, le abitazioni della comunità, i corsi, le attività agricole e un gruppo di persone che per anni avrebbe riconosciuto nell’uomo un’autorità capace di intervenire non soltanto sul percorso spirituale, ma sulla salute, sugli affetti e sul futuro. Le accuse contestate a Malatesta vanno dalla riduzione in schiavitù ai maltrattamenti in famiglia, dalla violenza sessuale alla truffa aggravata ai danni dello Stato.
Con lui risultano indagati a piede libero altri tre collaboratori: Paola Carolina Antonia Vit, indicata come una delle “maestre” e figura centrale nella gestione della comunità; Chiara Lisa, psicologa che secondo l’accusa avrebbe collaborato alle attività del gruppo e al mantenimento della soggezione degli adepti; Giulio Gibello, massoterapista e “monaco”, al quale sarebbero stati affidati anche trattamenti individuali a sfondo sessuale sulle donne. Gli investigatori attribuiscono a Vit e Lisa un ruolo nella gestione economica, organizzativa e quotidiana della comunità, mentre Gibello avrebbe eseguito parte delle cosiddette “terapie” con l’autorizzazione di Malatesta.
I quadri da 150 mila euro, i cristalli e la paura della malattia
Una delle storie simbolo comincia con una malattia. Una donna soffre di sclerosi multipla e si avvicina ai corsi cercando qualcosa che possa aiutarla. Il marito la segue. Poi entrano nel circuito anche le due figlie. L’ex marito lo aveva già raccontato davanti alle telecamere di Storie Italiane: «Sono entrato a far parte di questa comunità inizialmente per seguire mia moglie», che aveva sviluppato fiducia nel “Maestro” dopo essersi sentita prospettare la possibilità di migliorare attraverso un percorso spirituale.
Quel percorso, raccontava l’uomo, era a pagamento e diventava progressivamente sempre più costoso. Secondo gli inquirenti, Malatesta avrebbe promesso alla donna la guarigione o comunque un miglioramento della sclerosi a condizione che seguisse le sue indicazioni. In caso contrario le avrebbe prospettato un aggravamento e persino il rischio che la stessa malattia potesse colpire le figlie. Alle “terapie” si sarebbero quindi aggiunti gli oggetti: circa 10 mila euro di cristalli terapeutici e un quadro dipinto dallo stesso Malatesta, al quale sarebbe stato attribuito un particolare potere energetico capace di proteggere la famiglia da malattie e disgrazie. Prezzo: 150 mila euro.
Gli accertamenti parlano di un acconto da 30 mila euro e di successive rate mensili da 1.500 euro. E la vendita di dipinti dalle presunte proprietà salvifiche non sarebbe stata un’eccezione. Un’altra donna avrebbe acquistato prima un quadro da 10 mila euro perché convinta che potesse evitare la morte del figlio, arrivando a vendere un immobile per procurarsi il denaro, e successivamente un ulteriore “quadro salvavita” da 40 mila euro.
Un’altra adepta avrebbe comprato due dipinti da 3 mila e 44 mila euro. Poi sali, incensi, cristalli, corsi collettivi, trattamenti individuali e contributi alla vita comunitaria. Secondo l’accusa, alcuni adepti sarebbero stati spinti a rinunciare ai propri beni e perfino a stipulare mutui e finanziamenti per acquistare immobili o altri beni destinati al gruppo.
Il sesso trasformato in “terapia”: rapporti completi e sedute a pagamento
È qui che il denaro, la malattia e il controllo si intrecciano con uno degli aspetti centrali dell’inchiesta: le cosiddette “terapie tantriche” e “vibrazionali”. Secondo l’accusa, non si sarebbe trattato di rituali simbolici, ma in numerosi casi di vere attività sessuali presentate alle donne come strumenti necessari per liberarsi da demoni, karma negativo, malattie o energie accumulate nel corpo.
La regola era paradossale. Alle “monache” veniva imposto il voto di castità, che avrebbe impedito rapporti sessuali con fidanzati e compagni; proprio le pratiche definite terapeutiche costituivano però l’eccezione. Gli investigatori sostengono che alcune donne, dopo essere state progressivamente rese dipendenti dal “Maestro”, sarebbero state portate a considerare i rapporti sessuali un passaggio indispensabile per salvarsi da malattie o disgrazie.
Una delle vittime racconta una progressione precisa. Prima il contatto fisico: sdraiarsi sopra l’uomo perché, attraverso il corpo, i presunti demoni potessero passare dalla donna al terapeuta. Poi, sempre secondo l’accusa, rapporti sessuali completi con penetrazione vaginale e anale. Infine rapporti sessuali di gruppo con altre donne. E tutto questo veniva fatto pagare: in quel caso 100 euro per ciascuna terapia.
Un’altra donna, avvicinatasi alla comunità dopo la separazione dal marito e in un momento di solitudine, avrebbe subito rapporti completi all’interno delle “terapie tantriche”. Quando manifestava contrarietà, secondo gli inquirenti, le veniva spiegato che quelle pratiche erano indispensabili per evitare malattie e persino la morte. Successivamente sarebbe stata indotta anche a partecipare a rapporti sessuali di gruppo per liberarsi dalle presunte “energie karmiche”.
Rapporti sarebbero stati consumati anche in un capanno in un terreno a Givoletto.
Il punto che gli inquirenti ritengono ancora più inquietante è che quelle terapie avrebbero avuto anche la funzione di misurare la suggestionabilità delle potenziali nuove adepte.
Una donna che accettava senza opporsi avrebbe potuto essere avvicinata sempre di più alla comunità; una cliente che mostrava resistenza o titubanza veniva invece trattata con maggiore prudenza, anche per evitare proteste e denunce. Il sesso, nella ricostruzione dell’accusa, sarebbe quindi diventato contemporaneamente strumento di controllo, fonte di guadagno e test per capire fino a che punto una persona potesse essere manipolata.
Dal letto del “Maestro” al permesso per fare una doccia
Per capire quanto fosse profondo quel controllo non servono però soltanto le contestazioni sessuali. Basta guardare alla quotidianità. Gli adepti, secondo gli investigatori, avrebbero dovuto chiedere l’autorizzazione di Malatesta per attività normali: andare a correre, leggere un libro, guardare un programma televisivo, fare una doccia. Il “Maestro” sarebbe intervenuto sulle scelte lavorative e scolastiche, chiedendo ad alcuni componenti del gruppo di lasciare impieghi e studi per dedicarsi completamente alla comunità. C’erano una dieta da rispettare, il sonno su brandine o direttamente a terra, lezioni serali di ore dopo giornate già trascorse tra lavoro, pulizie e attività agricole. E soprattutto l’isolamento da amici e familiari.
Due adepte avrebbero dormito ai piedi del letto di Malatesta. Dovevano servirlo, prendergli le scarpe, infilargliele, allacciargli le stringhe, accompagnarlo in automobile, fare la spesa e occuparsi delle abitazioni. Le punizioni potevano andare dall’essere private dell’acqua calda e del sonno fino all’obbligo, per una donna, di mangiare un pomodoro completamente marcio. Ci sono poi schiaffi, percosse, urla, insulti e aggressioni. Una donna sarebbe stata presa per il collo e sbattuta contro un muro, tanto che altri adepti sarebbero dovuti intervenire. Un’altra avrebbe contratto un finanziamento da 20 mila euro per un laghetto a Givoletto e sarebbe stata indotta a licenziarsi: in alcune giornate avrebbe dovuto alzarsi alle quattro del mattino e trascorrere le ore fino al tramonto a impedire che gli aironi mangiassero i pesci.
La carrozzina davanti ai medici e gli oltre 86 mila euro
In mezzo a karma, demoni, guarigioni ed energie compare poi una storia completamente diversa: quella dell’invalidità. Secondo l’accusa, Malatesta avrebbe fatto credere alla commissione medica dell’Asl di non riuscire a camminare autonomamente. Nel 2020 gli venne riconosciuta la totale e permanente inabilità lavorativa al 100%, con necessità di assistenza continua. Alle revisioni si sarebbe presentato in alcuni casi in carrozzina, in altri con le stampelle e mostrando un’andatura claudicante. Per gli investigatori, però, l’uomo deambulava normalmente e senza particolari difficoltà.
Da aprile 2020 avrebbe così percepito pensione di inabilità e indennità di accompagnamento per 1.266,81 euro netti al mese, raggiungendo complessivamente 86.143,08 euro fino al giugno 2025.
È una contestazione che acquista un significato quasi paradossale se accostata all’altra parte dell’inchiesta: mentre alle persone che si rivolgevano a lui Malatesta avrebbe prospettato di poter intervenire su malattie, demoni ed energie negative, per l’accusa avrebbe contemporaneamente rappresentato allo Stato una condizione fisica assai più grave di quella reale.
Coltelli, occhi da cavare e lezioni al poligono
Poi c’è il capitolo che sembra appartenere a un’altra storia. Una donna racconta di essere stata introdotta, dopo yoga e terapie spirituali, anche a corsi di arti marziali particolarmente violenti. Secondo la ricostruzione degli investigatori, venivano insegnate tecniche per spezzare gli arti e rompere il naso. In un’altra testimonianza compaiono indicazioni su come cavare gli occhi.
Alla donna sarebbe stato inoltre imposto di portare un Kukri, il caratteristico coltello ricurvo di origine nepalese. E avrebbe frequentato un corso al poligono di Avigliana per imparare a sparare. La motivazione riferita agli inquirenti è il particolare che cambia la prospettiva: avrebbe dovuto essere in grado di difendere il gruppo qualora ce ne fosse stata necessità. In una comunità nella quale, secondo l’accusa, il mondo esterno poteva essere rappresentato come contaminato da energie negative e nella quale alcuni adepti erano progressivamente allontanati dalle famiglie, il passaggio dalle pratiche spirituali alla preparazione per una possibile difesa del gruppo è uno degli aspetti più inquietanti dell’intera indagine.
L’ex marito, la televisione e un sistema che avrebbe continuato a funzionare
E poi c’è la storia di chi per anni ha continuato a denunciare. Il primo esposto dell’ex marito della donna affetta da sclerosi multipla risale al 27 marzo 2018. Si presenta ai carabinieri e sostiene che l’ex moglie e le due figlie siano vittime di pesanti manipolazioni da parte di Malatesta. È un uomo che la comunità l’ha conosciuta dall’interno. All’inizio aveva seguito la moglie perché sperava che quel percorso potesse aiutarla; poi aveva progressivamente smesso di credere alle pratiche del “Maestro”. Quando denuncia, sa che la donna e le figlie vivono ormai nell’ambiente della comunità e partecipano alle sue attività.
Nel novembre 2018 la storia arriva addirittura su Rai 1. Storie Italiane manda in onda un servizio sulla comunità di Almese. Il testimone ha volto e voce oscurati, ma gli investigatori lo riconducono proprio all’ex marito attraverso i riferimenti alla malattia della moglie e alle due figlie trasferitesi con il “Maestro”. In studio si parla anche del libro Nella setta, che aveva dedicato spazio alla comunità. Malatesta, dunque, era ormai consapevole che qualcuno stesse raccontando pubblicamente ciò che accadeva.
Il primo procedimento nato da quell’esposto viene archiviato nel marzo 2023, ma la vicenda non finisce. Arrivano altri racconti, nuove denunce e opposizioni. Nel luglio 2023 anche l’ex moglie presenta querela. Per completare il suo racconto deve essere ascoltata più volte perché, spiegano gli inquirenti, il forte turbamento emotivo la costringe in diverse occasioni a interrompersi. Nel 2024 il vecchio fascicolo viene riaperto e le diverse indagini finiscono per confluire in un’unica ricostruzione.
Ed è a quel punto che la vicenda assume forse il suo significato più inquietante. Perché intercettazioni e accertamenti del 2024 e del 2025 avrebbero mostrato che diversi meccanismi descritti dalle vittime erano ancora in funzione: lezioni interminabili, karma, demoni, isolamento dalle famiglie, umiliazioni e ricerca di nuove donne da coinvolgere. Le attività spirituali continuavano a essere proposte all’esterno e, secondo gli investigatori, parallelamente continuava anche la selezione delle possibili “nuove leve”, con particolare attenzione alle donne più vulnerabili.
Nonostante il servizio televisivo. Nonostante il libro. Nonostante le prime denunce. Nonostante Malatesta sapesse da anni di essere finito sotto osservazione. Secondo l’accusa, a cambiare sarebbero state soprattutto le cautele: maggiore attenzione alle parole e ai comportamenti per scongiurare nuove denunce. Non il modello di fondo.
Ed è forse questo, insieme alle violenze, ai soldi e alle “terapie sessuali”, il dettaglio che racconta meglio l’intera vicenda: la capacità che quel sistema avrebbe avuto di sopravvivere all’esposizione pubblica, adattarsi e continuare a funzionare.
Fino all’alba dell’operazione Asmodeo.
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