#Finsubito news dalla rete – Telecom Italia, Poste offre allo Stato la possibilità del riscatto


Dalla privatizzazione del 1997 alla separazione della rete con Labriola, fino all’Opas di Poste: trent’anni di scalate a debito, controllo senza capitale e occasioni industriali mancate

La storia di Telecom Italia racconta i limiti del capitalismo italiano, non il fallimento del mercato. Oggi Poste può trasformare una lunga crisi proprietaria in un progetto industriale serio e credibile, offrendo anche allo Stato la possibilità di chiudere bene una storia amara, iniziata sotto i migliori auspici con la privatizzazione del 1997.

 

L’offerta pubblica di acquisto e scambio di Poste su Tim può e deve essere molto più di un’attività finanziaria di successo. Il 2 ottobre, con il pagamento del corrispettivo e la consegna delle azioni agli aderenti, si è completata formalmente l’operazione. Ma la nuova fase era già cominciata. A cinque giorni dalla chiusura della riapertura dei termini, il 30 settembre, il consiglio di amministrazione di Poste ha avviato l’attività di direzione e coordinamento su Tim, approvando il regolamento che disciplina i rapporti tra le due società. Il documento parla esplicitamente di obiettivi strategici condivisi, coordinamento delle politiche industriali e gestionali, integrazione di attività, competenze e ricerca di sinergie.

Tim conserva autonomia giuridica, anche a tutela degli azionisti di minoranza, ma entra a tutti gli effetti nel perimetro di un unico gruppo. È un evidente cambio di passo. Dopo quasi tre decenni di passaggi di controllo e assetti proprietari instabili, Tim non dispone soltanto di un socio di riferimento: fa parte di un gruppo che dimostra da subito di voler esercitare un indirizzo industriale unitario, mettendo a fattor comune clienti, tecnologie, infrastrutture e capacità finanziaria.

Dall’integrazione industriale tra Poste Italiane e Tim può nascere una realtà integrata da oltre 27 mld di euro di ricavi aggregati e 150 mila dipendenti, leader in Italia nei servizi finanziari e assicurativi, nella logistica, nelle telecomunicazioni e nei servizi digitali, pronta ad affrontare le sfide continentali.

La stagione delle privatizzazioni

È l’ottobre 1997, quando il governo Prodi, con Ciampi al Tesoro, colloca sul mercato Telecom Italia: la maggiore privatizzazione italiana fino ad allora, circa 26.000 mld di lire. La scelta è la public company all’inglese, con un ‘nocciolo duro’ di soci stabili (Agnelli, Pirelli, banche, assicurazioni) che sottoscrive però appena il 6,62% del capitale. Lo Stato mantiene una golden share (poi sostituita dal golden power), secondo lo schema del D.L. 31 maggio 1994, n. 332, varato con Mario Draghi direttore generale del Tesoro. In quel quadro normativo si compie la grande stagione delle privatizzazioni italiane: Ina, Imi, Credito Italiano e poi Eni, Enel e Telecom Italia.

Un ‘nocciolo duro’ così esiguo, pur comprendendo azionisti industriali e finanziari di peso, è il primo errore, sia pur commesso in buona fede: troppo debole per governare l’azienda ma abbastanza forte da condizionarla. Il peggio di entrambi i modelli, la public company e il controllo di fatto. Guido Rossi lascia la presidenza già a novembre; gli succede Gian Mario Rossignolo, che resta in carica da gennaio a ottobre 1998.

Tomaso Tommasi di Vignano, manager di esperienza cresciuto in Stet, la società finanziaria del Gruppo Iri che operava nel settore delle telecomunicazioni, assume la carica di amministratore delegato alla vigilia della privatizzazione e la lascia il 19 febbraio 1998, nel turbolento primo anno da public company, mentre i presidenti si succedono per lo scontro con i soci stabili. Il 23 ottobre 1998 arriva Berardino Libonati come presidente e il 19 novembre Franco Bernabè come amministratore delegato, a gestire un’azienda ricca, con poco debito ma senza un vero proprietario. Bernabè viene dall’Eni, dove è stato nominato amministratore delegato nel 1992, nel pieno dell’inchiesta ‘Mani pulite’, alla vigilia degli arresti del presidente Gabriele Cagliari (che si toglierà la vita nel luglio 1993 nel carcere milanese di San Vittore) e dei presidenti di Snam, Agip e Saipem. Al suo fianco, dal marzo 1993 al 1996, viene posto Luigi Meanti, storico ingegnere del Gruppo, cresciuto in Snam, nominato pochi giorni dopo l’arresto di Cagliari per presiedere l’azienda, appena trasformata in società per azioni, in uno dei momenti più bui della sua storia. In sei anni Bernabè ripulisce l’Eni dalle società ‘parcheggio’, taglia le partecipazioni improduttive, riporta i conti in utile e gestisce la quotazione in Borsa, nel novembre 1995. È lui il manager che ha reso credibile la stagione delle privatizzazioni, ed è per questo che viene scelto per Telecom.

Nel 1998 la società capitalizza intorno ai 100.000 mld di lire: dieci volte Apple (Jobs è rientrato da un anno), più di Amazon, che si è quotata l’anno precedente, mentre Google è appena nata. È la prima società italiana per valore di Borsa, tra le maggiori d’Europa e sul podio delle telecomunicazioni continentali. Vale ben più di Telefónica, ex monopolista spagnolo che sotto il governo Aznar (con Rodrigo Rato all’Economia) ha appena completato un percorso di privatizzazione durato dieci anni e sta comprando in Brasile, dopo Cile e Argentina. Non ci sarà mai un’offerta formale, ma la dimensione c’è: sarebbe Telecom la possibile aggregatrice per la creazione di un colosso internazionale. La politica spagnola difficilmente lo avrebbe comunque permesso: la Moncloa ha mantenuto fino al 2006 una golden share con un potere di veto esplicito sui cambi di controllo, abrogata dopo la censura della Corte di giustizia europea del 2003, pochi mesi prima della scadenza naturale.

I capitani coraggiosi

Nel febbraio 1999 Roberto Colaninno lancia, tramite Olivetti e una catena di veicoli costruita ad hoc, un’Opas da circa 115.000 mld di lire che per la maggior parte deve chiedere in prestito. Bernabè vorrebbe rispondere con una fusione con Deutsche Telekom: l’unica difesa da una scalata ostile a debito è la taglia. Il Gruppo combinato, annunciato il 22 aprile 1999, avrebbe un valore di Borsa vicino ai 360.000 mld di lire e sarebbe il primo operatore europeo e il secondo al mondo, dietro la sola Ntt giapponese. È qui che entra in gioco il governo D’Alema. La via ‘tedesca’ viene di fatto interrotta: Deutsche Telekom è ancora controllata da Berlino e l’operazione significherebbe riconsegnare Telecom a uno Stato, solo non il nostro. Sull’Opas il governo si dichiara neutrale, ma il segnale politico è chiaro: il presidente del Consiglio saluta Colaninno e i suoi soci come “capitani coraggiosi”. Annunciata a febbraio, l’operazione si chiude a fine maggio con successo. Bernabè si dimette. Sono passati meno di due anni dalla privatizzazione e il controllo della società passa già di mano. Il debito contratto per la scalata viene progressivamente trasferito e rifinanziato a livello di Gruppo, gravando infine sulla società acquisita. Un meccanismo che ha fatto storia, nel bene e nel male.

Gli immobiliaristi

Nel 2001 lo schema si ripete. Al governo c’è Silvio Berlusconi, che lascia fare. Pirelli, Benetton & Co. rilevano il controllo pagando un premio enorme, con ancora più leva. Con le due gestioni, Colaninno prima e Tronchetti dopo, si apre anche la questione del patrimonio immobiliare della società.

La prima cessione la fa la gestione Colaninno nel dicembre 2000: il ramo ‘Grandi Immobili’, 581 edifici per 3,7 milioni di metri quadrati valutati 5.615 mld di lire, circa 2,9 mld di euro, viene conferito in Im.Ser, di cui Telecom vende il 60% a Beni Stabili, l’ex immobiliare della Comit, e Lehman Brothers, mantenendo il 40%. La struttura è a leva, 80% debito e 20% capitale; Telecom abbatte l’indebitamento di 5.200 mld di lire, contabilizza 750 mld di plusvalenza e riaffitta per ventun anni le 386 sedi in cui restano gli apparati. Gli immobili liberi passano a Telemaco e nel 2002 vengono venduti al fondo Whitehall di Goldman Sachs per circa 1 mld di euro. In tutto, circa 3 mld di liquidità e 500 mln di plusvalenze lorde. ‘Classiche’ operazioni di finanza, cessioni con retrolocazione (sale and lease-back), con l’azienda che partecipa ancora, in quota parte, alle plusvalenze. Nell’ottobre 2002 Im.Ser viene scissa: 227 immobili restano a Beni Stabili in Im.Ser 60, 158 tornano a Telecom e finiscono in Tiglio. Beni Stabili oggi non esiste più: il suo patrimonio è di Covivio, colosso immobiliare quotato a Parigi il cui primo azionista è la Delfin dei Del Vecchio.

Con Tronchetti l’operazione viene replicata e ampliata, ma cambia natura. Il 29 ottobre 2002 si perfeziona il ‘Progetto Tiglio’: 359 immobili di Telecom, Olivetti e Seat, per 1.585 mln di euro, confluiscono in Tiglio I e Tiglio II, società controllate dai fondi immobiliari di Morgan Stanley attraverso veicoli in cui Pirelli & C. Real Estate ha il 25%. Telecom resta socia di minoranza e riduce il debito netto di circa 290 mln. Insieme a Olivetti Multiservices cede inoltre a Pirelli Re, per 18 mln complessivi (circa 15 per la sua parte), i rami d’azienda dei servizi immobiliari e i loro 170 collaboratori: la gestione degli immobili appena venduti passa alla società della catena di controllo di Tronchetti. È il bilancio del gruppo a qualificare Pirelli e Pirelli Re come parti correlate di Telecom, per il tramite di amministratori comuni. Come è possibile che chi vende, chi gestisce e chi controlla siano riconducibili allo stesso soggetto? Il regolamento sulle parti correlate è allora molto più debole di oggi e le operazioni passano con perizie indipendenti e pareri di congruità.

La messa a valore arriva nel 2004-2005, quando due terzi degli immobili di Tiglio vengono apportati ai fondi Tecla, Cloe, Olinda, Clarice e Berenice, tutti gestiti da Pirelli Re Sgr, con uno ‘sconto di portafoglio’ sul valore di mercato che va dal 9 al 15%: “prassi di mercato”, dirà la società, ma è lo sconto che gli azionisti di minoranza contesteranno per anni. Nel 2005-2006 seguono 1.279 centrali minori, apportate ai fondi Raissa e Spazio Industriale, sempre con Pirelli Re in minoranza. All’assemblea del 2008 Asati, l’associazione dei piccoli azionisti di Telecom Italia, denuncia vendite “a prezzi di gran lunga inferiori al mercato” e si arriva a chiedere l’azione di responsabilità contro i precedenti amministratori; il management risponde con le perizie di Cb Richard Ellis, gruppo americano di servizi immobiliari, e degli esperti nominati dal Tribunale.

Il conto vero, però, sta in una riga delle note al bilancio: a fine 2002 gli impegni per i canoni verso Im.Ser 60, Tiglio I e Tiglio II, su contratti di ventun’anni, valgono 3.818 mln di euro, 209 mln l’anno. A fine 2007 Telecom paga circa 400 mln l’anno di affitto per circa 2.000 immobili che erano suoi. Un attivo patrimoniale trasformato in costo fisso per una generazione. Non è certamente l’immobiliare la causa delle difficoltà finanziarie di Telecom: l’origine di tutti i mali resta il debito contratto per finanziare le scalate e la gestione perennemente in emergenza che ne è derivata.

Le cessioni delle attività non core

Gli immobili non sono l’unico attivo monetizzato. Nel 1997 Telecom Italia è un conglomerato di aziende di grande valore: accanto alla rete e alla telefonia mobile ci sono impiantistica, apparati, satelliti, elenchi telefonici, pay-tv, lotterie, informatica, partecipazioni estere. Ogni ciclo proprietario ne vende un pezzo per servire il debito. Con Colaninno, nel 2000, escono Sirti, l’impiantistica di rete, e la maggioranza di Italtel, la fabbrica di centrali e apparati di rete. Con Tronchetti il programma si allarga: nel 2002 Telespazio, la società dei satelliti nata in casa Stet nel 1961, passa a Finmeccanica; Sogei, l’anagrafe tributaria, torna al Tesoro e Lottomatica va a De Agostini. Nel 2003 il 50% di Stream va a News Corp, che già possiede l’altra metà, e il 61,5% di Seat Pagine Gialle a un consorzio di fondi per circa 3,7 mld, la cessione singola più grande, mentre il resto del capitale è sul mercato. Nel 2004-2005 vengono cedute Digitel in Venezuela, Tim Perù, Entel Chile e Finsiel, i servizi informatici. Il secondo Bernabè vende le controllate europee, Alice France a Iliad e HanseNet a Telefónica; l’era Telco liquida La7, Mtv Italia, Telecom Argentina e Virgilio, il portale nato nel 1996, tra i primi del web italiano, quando Tin.it (Telecom Italia Net) era il maggiore fornitore di accesso a Internet del Paese. Seguono le torri di Inwit, quotate nel 2015 e cedute a tranche, e i multiplex di Persidera nel 2019. Il bilancio di questa lunga liquidazione è istruttivo: molte delle società uscite hanno prosperato altrove. Telespazio è oggi una joint venture spaziale di Leonardo e Thales; Stream è diventata Sky Italia; la nuova Lottomatica, nata dalle attività italiane di gioco cedute nel 2021 da Igt, gruppo De Agostini, a Gamenet, controllata dai fondi di Apollo, è stata quotata in Borsa nel 2023; Finsiel vive in Almaviva e Inwit è una delle maggiori tower company europee. Non tutte: Seat Pagine Gialle, replicando in piccolo la parabola di Tim, caricata a sua volta di debito dai fondi che l’hanno comprata, è finita in concordato nel 2013, prima di confluire in Italiaonline, dove ha ritrovato Virgilio.

Il ritorno di Bernabè

Tronchetti si dimette dalla presidenza nel settembre 2006, sotto il peso di un debito netto del Gruppo che sfiora i 40 mld di euro e di cinque anni di risultati deludenti; al suo posto torna, per pochi mesi, Guido Rossi. Nell’ottobre 2007, con la cessione per 4,1 mld di Olimpia, che detiene circa il 18% di Telecom Italia, Pirelli esce definitivamente mentre Benetton si ridimensiona. A soli dieci anni dalla privatizzazione è Telefónica, con il 42,3% di Telco, la holding che con i conferimenti di Generali e Mediobanca arriva al 23,6% di Telecom Italia, a diventare di fatto il socio di riferimento di Telecom Italia. Gli altri soci sono Generali (28,1%), Intesa Sanpaolo (10,6%), Mediobanca (10,6%) e Sintonia (Benetton, 8,4%). Nel 2013, Telefónica arriverà fino al 66% della holding.

A dicembre 2007 Bernabè riassume quindi il ruolo di amministratore delegato e nel 2011 diviene presidente esecutivo, lasciando la carica di amministratore delegato a Marco Patuano, già Cfo del Gruppo e responsabile del mercato domestico. Questa volta è alla guida di un gruppo con una proprietà chiara ma con un enorme debito. Il suo secondo mandato dura fino al 3 ottobre 2013, poco meno di sei anni, quando si dimette per il rifiuto dell’azionista di controllo di approvare l’aumento di capitale da lui proposto. Patuano resta alla guida operativa; alla presidenza arriva ad interim Aldo Minucci, poi Giuseppe Recchi nel 2014. Bernabè ha sempre provato a gestire Telecom come un’azienda ‘normale’. Ha perso due volte, ma la sua impostazione industriale avrebbe poi trovato una conferma importante nella scelta, realizzata anni dopo, di separare la rete dal resto del Gruppo. Anche Telco ha comprato a debito e vuole dividendi, non ricapitalizzazioni da finanziare. Il piano per abbattere il debito, presentato al consiglio nella primavera del 2013 e discusso con il governo Letta, prevede due mosse: un aumento di capitale fino a 3 mld di euro per riportare il debito sotto controllo, e lo scorporo della rete in una società separata in cui Cdp entrerebbe come socio, portando capitale fresco e, in prospettiva, integrando Metroweb, la rete in fibra milanese che la Cassa controlla tramite il Fondo strategico. Cdp ha già dato una disponibilità di massima. Le due mosse hanno però destini diversi: lo scorporo, annunciato dal consiglio a maggio, viene congelato a luglio in attesa del quadro regolatorio; l’aumento di capitale non trova il sostegno dei soci di Telco, che temono la diluizione, e a ottobre Bernabè si dimette. Paradossalmente il manager altoatesino viene sconfitto da un azionista che ha interessi differenti da quelli dell’azienda. Nel 1999 non c’è nessuno a cui appoggiarsi; nel 2013 l’opposizione è interna. Entrambe le volte la sua forza era la ragione economica e la ragione economica nella ‘nuova’ Telecom privatizzata non ha sempre avuto la maggioranza di voti in consiglio.

La questione sudamericana

Telefónica esce in due tempi, tra il 2015 e il 2016, e il fattore decisivo è il Brasile. La società iberica controlla Vivo e detiene una partecipazione indiretta in Tim Brasil, concorrenti dirette tra loro, e l’antitrust brasiliano la costringe a scegliere. Nel settembre 2014 compra quindi Gvt, l’operatore sudamericano di Vivendi, pagando in parte con azioni Telecom Italia: circa l’8,3%. È con questo scambio che Vincent Bolloré entra nelle comunicazioni italiane, quasi per caso. Nel giugno 2015 la holding Telco viene definitivamente sciolta e ogni socio si riprende le proprie azioni Telecom. Telefónica ne ottiene circa il 14,7%: una parte va a Vivendi a chiusura dell’affare Gvt, il resto viene collocato sul mercato, anche tramite un prestito convertibile emesso nel 2014. A metà 2016 l’operatore spagnolo non possiede più azioni. Il bilancio per Madrid sembra pesante: l’ingresso a 2,8 euro per azione nel 2007, l’uscita con il titolo intorno a 1 euro e circa due terzi dell’investimento andati persi. Eppure porta a casa l’unica cosa che davvero voleva fin dall’inizio: un’espansione in Brasile senza ostacoli. Nel 2016 Telefónica è il primo gruppo di telecomunicazioni dell’America Latina. In Brasile, con la fusione tra Vivo e Gvt appena completata, è il principale operatore, nel mobile e nella banda larga fissa, con oltre 90 mln di clienti.

Vivendi, Elliott, Kkr

Il vuoto lasciato da Telco lo riempie dunque Bolloré, finanziere bretone che ha costruito un impero, da Havas a Vivendi a Canal+, proprio entrando nelle società con quote di minoranza e prendendone il controllo di fatto scalandole dall’interno: in Telecom applica lo stesso schema. Vivendi sale rapidamente fino a circa il 24% del capitale e prende in mano la governance, senza lanciare un’Opa e senza un solido progetto industriale. Bolloré l’Italia la conosce bene. Dal 2005 al 2019 è azionista di Mediobanca, dove arriva a detenere l’8%, secondo solo a Unicredit, e prova a spingere Piazzetta Cuccia verso un ruolo più attivo in Generali, di cui la banca è primo azionista con il 13%; nel 2016 tenta anche la scalata a Mediaset, che finisce in una guerra legale con la famiglia Berlusconi durata cinque anni. Lo scontro con il governo arriva l’anno successivo, quando Roma esercita per la prima volta il golden power su Telecom. Presidente del Consiglio è Paolo Gentiloni, con Pier Carlo Padoan all’Economia e Carlo Calenda allo Sviluppo economico. Ed è Calenda, più di Padoan, il protagonista politico della vicenda: è il suo ministero a istruire la pratica e a sostenere che Vivendi, con la maggioranza del consiglio, eserciti un controllo di fatto che andava notificato. Nel 2018 è il fondo americano Elliott a conquistare la maggioranza del Cda; Vivendi resta però azionista di maggioranza relativa e la paralisi della società per i dissapori tra i soci dura un triennio. Nel novembre 2021 è un altro fondo americano, Kkr, a presentare la propria manifestazione di interesse, a 0,505 euro per azione: Vivendi la giudica insufficiente e l’offerta (circa un ottavo di quanto Tronchetti aveva pagato vent’anni prima) non decolla, mentre il debito a fine 2021 è ancora di 22,2 mld di euro, 17,6 al netto dei leasing.

La nascita di Tim

L’assemblea degli azionisti del 25 maggio 2016 ha intanto approvato l’adozione di Tim S.p.A. come denominazione abbreviata accanto a Telecom Italia S.p.A., che resta la ragione sociale, con il marchio Tim già esteso dal 14 luglio 2015, come brand unico, a tutte le offerte fisse, mobili e Internet. È la stagione di Marco Patuano, con Vivendi appena diventata primo azionista, e la scelta è dichiaratamente di marketing: Tim è il marchio più amato e riconoscibile, Telecom Italia quello associato alle bollette, ai disservizi e alle scalate. Il paradosso sta nell’origine della sigla. Tim viene costituita nel luglio 1995, ai tempi di Ernesto Pascale e Vito Gamberale, come Telecom Italia Mobile, società del Gruppo dedicata alla telefonia mobile e quotata separatamente. È il grande successo degli anni Novanta: nel 1998 vale da sola oltre la metà del Gruppo. Nel giugno 2005 Tronchetti la fonde nella capogruppo per usarne la cassa e i dividendi a servizio del debito di Olimpia, ma il marchio sopravvive alla società. Undici anni dopo dà il nome, almeno nell’uso, alla capogruppo.

La ‘controllata’

Tim Brasil (Tim S.A., terzo operatore brasiliano) resta il vero gioiello. Per anni alcune valutazioni di mercato (in riferimento al cosiddetto ‘sum of the parts’, la somma delle parti) hanno attribuito alla controllata quotata a San Paolo una parte molto rilevante del valore complessivo del Gruppo, arrivando a considerare il business in Italia a un valore implicito molto basso, prossimo allo zero: come tesi analitica, non come verità contabile. Nel 2015 arriva in Brasile come direttore operativo Pietro Labriola, che nel 2019, quando il fondo Elliott ha già la maggioranza nel consiglio di amministrazione, ne diventa amministratore delegato. Labriola rimette in ordine i conti e negozia l’acquisto di circa il 40% delle attività mobili di Oi, la porzione più ampia, rilevate, per motivi antitrust, con un’offerta congiunta insieme alle rivali Vivo (Telefónica) e Claro (América Móvil): aggiudicata all’asta nel dicembre 2020, l’operazione si perfeziona nell’aprile 2022, quando lui è già a Roma e alla guida di Tim Brasil c’è già Alberto Griselli. Privilegiando i margini ai volumi, Labriola trasforma la società in una macchina da soldi: la quota di mercato scende, i profitti salgono. A Roma rientra nel novembre 2021 come direttore generale, dopo la caduta di Gubitosi, travolto dalla lite tra soci. Nel gennaio 2022 diventa amministratore delegato. Ed è lui che porta a compimento, attraverso una cessione chiusa nel luglio 2024, la separazione della rete che Bernabè aveva proposto nel 2013 per abbattere il debito. Una curiosità: Labriola e i dirigenti con responsabilità strategiche di Tim hanno dichiarato pubblicamente di aver portato in adesione all’Opas di Poste Italiane le azioni detenute (non poche). Con la rete venduta, nel bilancio 2025 Tim Brasil pesa per quasi un terzo dei ricavi del Gruppo, ma per quasi la metà dell’Ebitda after lease, e rappresenta il principale motore della generazione di cassa.

La cessione della rete

Per una reale inversione di tendenza è quindi necessario aspettare il 2024. Governo Meloni, con Giorgetti all’Economia.

FiberCop, la società che nel 2021 metteva insieme Tim, Kkr e Fastweb con l’ambizioso progetto di collegare in fibra tutta l’Italia e accelerare il processo di digitalizzazione del Paese, incorpora la rete Tim. La società è ora controllata da un gruppo di investitori, guidati sempre dal fondo statunitense Kkr (37,8%), che comprende il Ministero dell’Economia e delle Finanze (16%), il fondo infrastrutturale italiano F2i Sgr (11,2%), il fondo sovrano di Abu Dhabi Adia (17,5%) e il fondo pensione canadese Cpp Investments (17,5%).

La cessione vale 18,8 mld di euro, fino a 22 con gli earn-out; al closing l’operazione determina una riduzione netta dell’indebitamento di 13,8 mld. Dopo l’operazione S&P ha alzato il rating creditizio di Tim a BB dal precedente B+. Il Gruppo è ora un operatore ‘leggero’ che affitta da FiberCop la rete che ha iniziato a costruire sin dai tempi di Sip. Dal 2024 non è più neanche socia di Inwit, avendo completato la cessione della sua quota residua della holding Daphne 3, che controlla la tower company, a favore di un consorzio di imprese guidato da Ardian (ex Axa Private Equity), società globale di private markets e investimenti, con sede in Francia.

Ritorno alle origini

È qui che entra in gioco Poste. Compra il 9,8% da Cdp nel febbraio 2025, il 15% di Vivendi con l’accordo del 29 marzo, perfezionato il 23 maggio dopo il via libera dell’Antitrust, e l’ultimo 2,5% dei francesi a dicembre, arrivando al 27,32% delle azioni ordinarie. Sul capitale complessivo, che allora comprende anche le azioni di risparmio, la quota vale il 19,61%. Nel maggio 2026 le risparmio vengono convertite alla pari, comprese quelle che Poste ha in portafoglio: da quel momento la partecipazione è il 20,1% di un capitale formato da sole azioni ordinarie. Il 20 luglio 2026 parte l’offerta pubblica di acquisto e di scambio: 1,67 euro in contanti più 0,218 azioni Poste per ogni azione Tim (raggruppate a giugno nel rapporto di una nuova ogni dieci), un corrispettivo che valorizza l’intera società circa 13,4 mld di euro, 10,8 per le azioni non ancora in mano a Poste. A quattro giorni dalla chiusura le adesioni sono ferme al 6%. Il 7 settembre Poste alza la componente in contanti di 30 centesimi, a 1,97 euro, e rinuncia alla soglia minima del 66,67%. L’11 settembre 2026 si cambia passo: le adesioni si moltiplicano e Poste raggiunge il 66,627% del capitale al termine della prima fase, poco sotto la soglia a cui aveva appena rinunciato. Al termine della riapertura dei termini, dal 21 al 25 settembre, le adesioni hanno portato Poste all’85,8% del capitale; con gli acquisti sul mercato del 1° ottobre, circa 24 mln di azioni a 6,6 euro per circa 160 mln, alla data di pagamento la partecipazione è salita a 1.857.060.167 azioni ordinarie Tim, pari all’86,952% del capitale sociale. Il superamento del 90% non determina di per sé e automaticamente il delisting: apre però la strada, alle condizioni previste dal Tuf, allo squeeze-out delle azioni residue, la cui soglia la riforma del 2026 ha abbassato dal 95 al 90%, e alla successiva revoca dalla quotazione. Il delisting, quindi, non è una conseguenza automatica dell’offerta, ma gli acquisti sul mercato della vigilia indicano la direzione: saranno i prossimi passaggi societari a chiarire se e come Poste intenderà procedere verso l’uscita dalla Borsa della società di telefonia.

Poste aveva dunque costruito prima una partecipazione rilevante e poi deciso di puntare al controllo completo di Tim perché, a suo giudizio, con una partecipazione del 27% non sarebbe stato possibile realizzare pienamente le sinergie industriali tra le due società. A ventinove anni dalla privatizzazione, lo Stato si ritrova dunque, indirettamente, al vertice dell’ex monopolista telefonico. Poste, guidata dal 2017 da Matteo Del Fante con Giuseppe Lasco direttore generale, è controllata dal Mef anche attraverso Cdp: secondo il prospetto, la quota pubblica complessiva resta di controllo anche dopo l’emissione delle nuove azioni, scendendo dal 64% a circa il 52% con le adesioni effettive.

L’amministratore delegato di Poste aveva anticipato questa impostazione già ad aprile, in un’intervista a Bloomberg TV. Il percorso, ha spiegato, era iniziato più di cinque anni prima; Poste ha sempre visto in Tim un ‘incastro perfetto’ in termini di clientela e tecnologia, coerente con la propria strategia di platform company. Del Fante ha assicurato che la solidità del bilancio del gruppo consente di sostenere gli investimenti necessari alla trasformazione tecnologica della controllata. E ha invitato a guardare alle telecomunicazioni con un orizzonte di dieci-quindici anni: una seria prospettiva di lungo periodo, non la promessa di risultati immediati.

Telecomunicazioni Italiane

Poste Italiane deriva dal Ministero delle Poste e dei Telegrafi, poi delle Poste e delle Telecomunicazioni, e le insegne con le lettere ‘PT’ sono rimaste per decenni negli uffici di provincia, anche quando ormai i telegrammi non li mandava più nessuno. Nel 2022 il simbolo, le due lettere blu su fondo giallo, è stato iscritto nel Registro dei marchi storici di interesse nazionale, in coincidenza con i 160 anni dalla nascita delle Regie Poste, nel 1862.

Nel 1994, lo stesso anno in cui nasce Telecom Italia dalla fusione di Sip, Iritel, Italcable, Telespazio e Sirm, l’Amministrazione delle Poste e delle Telecomunicazioni, fino ad allora azienda autonoma dello Stato dipendente dal ministero omonimo, viene trasformata dal governo Ciampi in Ente Poste Italiane, ente pubblico economico con bilancio proprio e autonomia gestionale. Il ministero resta come autorità di vigilanza e cambia nome in Ministero delle Comunicazioni nel 1997, quando la parola ‘Poste’ scompare anche dalla sua intestazione. Il passaggio successivo è del 28 febbraio 1998, quando l’ente viene trasformato in società per azioni, Poste Italiane S.p.A., con il Tesoro unico azionista, in base alla delibera Cipe del dicembre 1997. La quotazione in Borsa arriva solo nell’ottobre 2015, con il collocamento del 35% da parte del governo Renzi, e Cdp entra nel 2016 rilevando dal Tesoro un altro 35%. Il ministero che le teneva insieme nel nome, invece, ha smesso definitivamente di esistere: nel 2008 il governo Berlusconi IV lo ha assorbito nello Sviluppo economico, oggi Ministero delle Imprese e del Made in Italy.

Tim e Poste sono due ‘sorelle’ cresciute, da un certo punto in poi, in ambienti diversi. Quella più bella è finita nel privato: sedotta da ‘capitani coraggiosi’, ha passato quasi trent’anni a pagare i debiti dei suoi pretendenti. L’altra, rimasta pubblica e apparentemente meno attraente, ha usato gli stessi anni per costruire i conti migliori di sempre e oggi ha fatto la storia. Non è necessario scomodare Andreotti. Basta ricordare come, fino agli anni Novanta del secolo scorso, l’inefficienza dei servizi postali italiani fosse proverbiale a livello europeo (con tempi di consegna biblici per lettere e pacchi), tanto che l’idea di una privatizzazione o di un reale risanamento è rimasta un miraggio per decenni, esattamente come per i binari delle FS. Ad Andreotti, allora ministro della Difesa e in seguito sette volte presidente del Consiglio, è infatti attribuita la celebre massima: “I pazzi si distinguono in due tipi: quelli che credono di essere Napoleone e quelli che credono di risanare le Ferrovie dello Stato”. Si era nel 1964, durante il primo governo organico di centrosinistra presieduto da Aldo Moro, e l’incarico di presiedere una commissione speciale per il risanamento delle finanze e della gestione delle ferrovie era stato affidato al leader socialista Pietro Nenni.

Il riscatto dello Stato

L’indubbio successo di Poste non è una rivincita ideologica né, tantomeno, un azzardo politico. Può e deve essere la chiusura di un’epoca amara. Le vicissitudini di Telecom Italia non ci raccontano che il mercato ha fallito e lo Stato ha vinto. Sono emblematiche di un periodo in cui in Italia le privatizzazioni venivano fatte senza mercato: senza un azionista disposto a sostenere con capitale adeguato e paziente il fabbisogno finanziario dell’impresa, senza regole capaci di evitare che il debito contratto per acquisire il controllo venisse trasferito sul gruppo operativo, con una reale concorrenza ancora agli inizi.

Colaninno, Tronchetti, Telefónica, Bolloré non erano l’espressione del vero capitalismo: erano il controllo senza proprietà, la sua controfigura. Partecipazioni relativamente contenute, catene societarie e forte ricorso alla leva finanziaria. Gli ex monopolisti europei hanno dovuto affrontare la stessa pressione della concorrenza, della regolazione e del crollo dei prezzi; ma Deutsche Telekom e Telefónica quella crisi l’hanno attraversata con capitali propri, Telecom dovendo anche pagare i debiti di chi l’aveva comprata.

Nella Fortune 500 Europe 2026, che classifica i gruppi per ricavi in dollari, il colosso tedesco è ancora tra le prime quindici società del continente, la società spagnola è 105ª, Poste Italiane 185ª e Tim 250ª: insieme ambiscono a una posizione tra le prime 150, a un passo dalla soglia d’accesso alla Fortune Global 500.

Il risultato dell’operazione riporta in primo piano il carattere strategico delle telecomunicazioni e l’esigenza di restituire a Tim una prospettiva industriale dopo anni di fragilità proprietaria. Questa volta c’è un azionista di riferimento che ha investito risorse finanziarie rilevanti e dichiara di voler continuare a sostenere gli investimenti. La stabilità proprietaria è la condizione che a Telecom è mancata per gran parte della sua storia, ma non è ancora il riscatto: è ciò che può renderlo possibile. Sarà il nuovo piano industriale, atteso per l’inizio del 2027, a dire se questa opportunità potrà tradursi in un campione europeo dei servizi digitali.

In questo piano Tim Brasil sarà mantenuta come generatrice strutturale di cassa o ceduta per finanziare il rilancio delle attività italiane? Finora ha sempre prevalso la prima opzione. Quale ruolo avrà Telsy, centro di competenza per la sicurezza delle comunicazioni, la cybersecurity e la quantum security? Sparkle, snodo internazionale delle telecomunicazioni, ha invece già un compratore: nell’aprile 2025 Tim ha firmato la cessione del 100% a Boost BidCo, veicolo al 70% del Mef e al 30% di Retelit, operatore B2B leader in Italia nel settore delle telecomunicazioni e dei servizi Ict controllato dal fondo di investimento spagnolo Asterion Industrial Partners, per un enterprise value di 700 mln di euro, con il prezzo delle azioni da fissare al closing in base alla posizione finanziaria netta. Il via libera di Bruxelles è arrivato ad aprile 2026, ma manca ancora l’autorizzazione della Fcc, l’autorità statunitense delle comunicazioni, da cui dipendono le attività e le infrastrutture di Sparkle negli Usa, e il termine ultimo contrattuale per il closing è il 15 ottobre 2026: fino al perfezionamento della cessione la società dei cavi sottomarini resta, indirettamente, nel perimetro Poste.

Il riscatto non è fatto. È diventato possibile.

Bentornate, Telecomunicazioni Italiane.


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