Sarebbe bastato non indebitarsi a tasso variabile nel 2021 per il Pnrr – periodo con i tassi intorno allo zero, da cui avrebbero potuto solo risalire – per trovare quelle poche centinaia di milioni necessarie per chiudere il rapporto deficit/Pil sotto al 3% ed evitare di restare in procedura d’infrazione, per quel poco che può valere.
È questa l’amara conclusione a cui si giunge dopo aver fatto i conti degli interessi che stiamo pagando e che pagheremo su ben 122 miliardi di debito verso la Ue per il Pnrr, che diventano 146 includendo il prestito per il Sure e saliranno ancora per il prestito Safe per la Difesa.
Inoltre, fatto ancora più importante, avremmo evitato di gravare i nostri conti pubblici di ben 76 miliardi di interessi passivi che abbiamo cominciato a pagare alla Ue nel 2021, quando abbiamo incassato la prima rata di prefinanziamento per 16 miliardi, e termineremo nel 2056, quando pagheremo l’ultima rata di 17 miliardi che presumibilmente incasseremo entro fine anno.
Se ci fossimo indebitati direttamente sui mercati, emettendo Btp a tasso fisso con le modalità che dettaglieremo più avanti, avremmo speso, senza correre ulteriori rischi circa 37 miliardi. Con un risparmio di circa 39 miliardi. Questo nella non scontata ipotesi che i tassi non salgano ancora, come sta accadendo quasi ininterrottamente da marzo.
Il peso degli interessi sui conti pubblici
Somme che zavorrano i nostri conti proprio nei giorni in cui il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti è stato dapprima alla ricerca di poche centinaia di milioni da contabilizzare per riportare il deficit/Pil 2025 sotto il 3% e poi ha cercato di presentare una legge di bilancio 2027 degna di questo nome. Sforzi che avrebbero potuto essere premiati se, a causa di quei prestiti, nel 2025 non avessimo dovuto versare alla Commissione circa 3 miliardi di euro di interessi (saranno 3,4 nel 2026) sulle otto rate del Pnrr incassate (più la prima di prefinanziamento). Ciascuna di quelle rate è regolata a un tasso variabile determinato nel semestre di erogazione del prestito e poi rivisto ogni semestre successivo.
Il problema enorme per le nostre finanze pubbliche è che il tasso del prefinanziamento del 2021 è regolato allo 0,15%, ma le successive otto rate incassate nel corso del 2022, 2023, 2024, 2025 e 2026 sono partite con un tasso progressivamente crescente fino ad arrivare al 3,32% del secondo semestre 2025. Considerato l’andamento crescente dei tassi a partire da febbraio, è ragionevole ipotizzare che la nona (incassata a giugno) e, soprattutto, la decima potranno avere un tasso molto vicino al 4%. Questo perché la scadenza media della raccolta della Commissione, per ciascun comparto temporale, è di circa 11-12 anni e ieri il decennale Ue pagava intorno al 4%.
La scelta del tasso variabile nel 2021
È questo il grande inganno o il pessimo affare o la gigantesca truffa del Pnrr (prospettiamo tutte le cause: dalla negligenza, alla colpa, al dolo). Nel 2021 abbiamo accettato di indebitarci a tasso variabile per 122 miliardi, quando la Bce comprava sul mercato i nostri titoli fino a soddisfare per intero il fabbisogno. In alcuni mesi, gli acquisti di Francoforte superavano perfino le emissioni nette del Tesoro.
Invece era già noto che le successive rate sarebbero state regolate al tasso di mercato vigente, tempo per tempo, nei rispettivi semestri di erogazione. E già davanti a questo schema avremmo dovuto obiettare che era rischioso accettare di indebitarsi a un tasso sconosciuto, in presenza di uno scenario di tassi a zero, livello da cui la probabilità di rialzo era massima e la probabilità di ribasso o stabilità era davvero minima.
Quei mesi erano esattamente quelli perfetti per indebitarsi a tasso fisso a lungo termine. Invece sotto i governi di Giuseppe Conte e Mario Draghi, con Roberto Gualtieri e Daniele Franco all’Economia, abbiamo compiuto un salto mortale a luci spente, che potrebbe presto essere un caso di studio nelle business school o, ipotizziamo, del procuratore generale presso la Corte dei Conti.
Anzi, il salto mortale a luci spente è stato doppio. Perché i tassi di ciascuno di quei prestiti erogati, dal 2021 al 2026, sono anch’essi variabili. Facciamo un esempio: la prima rata incassata il 13 aprile 2022 è partita con il tasso dell’1,16%, che però è già aumentato all’1,38% nel primo semestre e ulteriormente all’1,57% nel secondo semestre 2025.
E aumenterà ancora, perché per erogarci quel prestito, la scadenza media dei titoli che la Ue ha emesso è di circa 11-12 anni; dunque, dovranno essere rinnovati a scadenza a tassi presumibilmente crescenti, mentre l’Italia comincerà a rimborsare quella rata solo nel 2033, dopo dieci anni in cui pagherà solo gli interessi, per terminare nel 2052, in 20 quote costanti annue. Se, per ipotesi, il tasso decennale Ue restasse fermo al 4,05% di venerdì, a partire dal 2037 sulla rata che era partita con un tasso tutto sommato accettabile dell’1,16% ci toccherà pagare un tasso del 4% circa.
Btp a tasso fisso, l’alternativa mancata
Un disastro finanziario che, ci ostiniamo a ripetere, non era affatto imprevedibile e che ha coinvolto, per i debiti emessi per finanziare i sussidi, anche il bilancio Ue. Nel 2021 c’erano già tutte le condizioni macroeconomiche per rifiutare un bidone del genere. Invece oggi ci ritroviamo a fare i conti con un fardello di interessi che fino al 2056 – sotto l’essenziale condizione che i tassi futuri sul decennale restino quelli di oggi e che la Ue continui a indebitarsi con la stessa scadenza media – peserà per circa 76 miliardi sui nostri conti.
C’era un modo per risparmiare quei 76 miliardi di interessi? Certo, emettendo nel 2021 122 miliardi in uguale misura di Btp a 10 e 30 anni, in modo da avere la stessa scadenza media di 20 anni del prestito Ue, incluso il periodo di preammortamento. Quel debito sarebbe stato regolato al tasso medio di emissione che, nel secondo semestre 2021, era pari rispettivamente allo 0,74% e all’1,73% e il giorno dopo sarebbe finito in portafoglio alla Bce/Bankitalia. Avremmo messo a bilancio, senza ulteriori rischi, 37 miliardi di interessi, risparmiandone 39 e non superando mai gli 1,5 miliardi annui. Invece ci ritroviamo a sperare che i tassi non salgano ancora.
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