#Finsubito news dalla rete – Agrivoltaico, creato un mercato miliardario, ma le startup soffrono


Un miliardo di euro per 2.016 megawatt di agrivoltaico. Nel primo atto di concessione del GSE, 650 progetti per 1,5 gigawatt, incassano sviluppatori, fondi e società energetiche: European Energy, Repower, Next Energy, DCH. Startup, tra i nomi che pesano, nessuna. Il 2 ottobre 2026 Next2Sun, pioniere tedesco del fotovoltaico verticale, ha ammesso che i cinque milioni cercati per evitare l’insolvenza non sono arrivati. Lo Stato crea la domanda, chi possiede gli impianti la incassa, le startup dell’hardware vengono comprate o rischiano il tribunale. Eppure il pezzo di filiera che decide se l’incentivo resta, coltivare sotto i pannelli e dimostrarlo per vent’anni, chi incassa non lo sa fare. È lì che il mercato è ancora aperto.

Il contesto, un miliardo pubblico e una regola da rispettare per vent’anni

L’agrivoltaico, cioè pannelli sollevati o distanziati per continuare a coltivare sotto e intorno, in Italia ha un padre preciso: il decreto del dicembre 2023, 1,1 miliardi di euro di fondi PNRR per almeno 1,04 gigawatt di impianti “avanzati”. Moduli ad almeno 2,1 metri, 70 per cento di superficie che resta agricola. Il pacchetto è generoso: il 40 per cento dell’investimento a fondo perduto più una tariffa di 85-93 euro a megawattora per vent’anni. Le aste tedesche pagano l’agrivoltaico come il fotovoltaico a terra, intorno ai 5 centesimi al chilowattora, senza contributo. La domanda ha doppiato l’obiettivo: due sportelli, 2024 e 2025, e risorse esaurite.

Il decreto PNRR convertito nella legge 4/2026 ha passato il dossier al GSE: accordo di concessione entro il 30 giugno 2026 e 24 mesi da lì per entrare in esercizio. La stessa legge ha fissato il vincolo decisivo: un professionista deve attestare in partenza che l’impianto conserva almeno l’80 per cento della produzione lorda vendibile, e il comune verifica entro cinque anni. Chi non garantisce la continuità agricola rischia fino a 100 mila euro di sanzione e il ripristino. Il GSE aggiunge: requisiti da mantenere per tutta la durata dell’incentivo, o decadenza. Lo Stato paga il fotovoltaico in campagna solo se l’agricoltura resta: qualcuno dovrà dimostrarlo, campo per campo, per vent’anni.

La mappa: chi incassa, chi è stato comprato, chi prova a coltivare

I soldi pubblici li prendono gli sviluppatori e chi compra da loro. European Energy (Danimarca) ha vinto 215 megawatt in Sicilia, DCH (Di Carlo Holding) oltre 140, Solarig 122. Repower ha a Palermo il progetto più grande del primo atto di concessione, 62,4 megawatt. Il progetto da 73 megawatt in Campania, in graduatoria sotto il nome Next Energy, ad agosto 2025 è finito nel fondo NextPower V di NextEnergy Capital, 843 milioni di dollari: 140 ettari, contratto per differenza ventennale sul 100 per cento della produzione. Gli impianti già in esercizio sono di gruppi, non di startup: Engie con i 66 megawatt su 115 ettari di Mazara del Vallo, energia venduta ad Amazon, e la cooperativa Caviro con l’ettaro e mezzo di vigneto a Forlì.

La strada della startup ha un’altra storia. Ombrea (Aix-en-Provence), schermi ombreggianti mobili, aveva raccolto 10 milioni di euro nel 2021 da Mirova e CMA CGM: nel settembre 2023 l’ha comprata TotalEnergies. Sun’Agri, la francese dell’agrivoltaico dinamico, è una divisione del gruppo Sun’R, ricapitalizzato nel 2021 con oltre 30 milioni da RGreen Invest e Bpifrance: capitale da infrastrutture, non venture. La svizzera Insolight (Losanna), moduli traslucidi per i piccoli frutti, ha raccolto 5 milioni di franchi di serie A e 10 milioni di fondi UE. Il suo impianto più grande, 1,8 ettari di mirtilli inaugurati a fine settembre a Lovatens, è finanziato e gestito per trent’anni da Romande Energie: la startup progetta, chi vende energia possiede. La tedesca TubeSolar (Augusta), 140 dipendenti, è fallita nel giugno 2023 ed è stata liquidata in due mesi. E Next2Sun (Dillingen), pannelli verticali bifacciali tra i filari, il 22 settembre 2026 scriveva: non mancano clienti, progetti e tecnologia, mancano investitori e banche; senza cinque milioni di nuove azioni entro il 25, istanza di insolvenza. Il 28 settembre le sottoscrizioni superavano la cifra; il 2 ottobre 2026 la società ha ammesso che due grandi impegni non si sono concretizzati: la somma vincolante non c’è, l’istanza di insolvenza era la conseguenza annunciata.

In Italia il pioniere dell’hardware è REM Tec (Asola, Mantova): primo impianto industriale nel 2011, una quindicina di brevetti, nessun round di venture nella sua storia pubblica. Il resto del segmento startup sta nei servizi e, da poco, nella terra. xFarm Technologies, italo-svizzera, 36 milioni di euro di serie C nel 2024 con Partech alla guida del round, con ResFarm dichiara di aver acquisito il monitoraggio agronomico di 250 megawatt PNRR, un ottavo del totale finanziato, e altri 350 in contrattualizzazione. Alessio Pinzone, amministratore delegato di ResFarm, presiede l’associazione Agrivoltaica nata un anno fa con European Energy, DCH e Repower in consiglio. Oxy EOS (Napoli), società agricola fondata nel 2023 da Stefano Visalli, pianta oliveti superintensivi tra i pannelli, oltre mille piante per ettaro, si accolla investimento e gestione agricola per trent’anni e vende l’olio a Olio Dante con un accordo di filiera trentennale. “Molti investitori fotovoltaici si preparano a pagare il conduttore agricolo, nel nostro caso l’attività è a totale nostro carico”, ha detto Visalli in una intervista, dichiara oltre un gigawatt di impianti in sviluppo. È il pezzo che mancava, ancora su scala di esperimento.

Il lato oscuro, facciata, tempi e consenso

Il primo rischio ha un nome: conformità senza agricoltura. L’ettaro e mezzo di Caviro a Forlì produce 1,3 gigawattora l’anno, che alla tariffa PNRR di 85 euro varrebbero oltre 70 mila euro per ettaro; l’oliveto superintensivo sotto i pannelli, dichiara Oxy EOS, può rendere 3-4 mila euro di produzione lorda vendibile per ettaro. L’agricoltura pesa, a spanne, un ventesimo dei ricavi e decide la sorte degli altri diciannove. Secondo il dossier 2026 di Legambiente, l’89 per cento dei progetti italiani 2021-2024 è interfilare. Le fasce di rispetto tolgono alle colture fino al 30 per cento della superficie e, se le macchine non combaciano con gli interfilari, l’efficienza delle lavorazioni può scendere al 45 per cento. Il vincolo dell’80 per cento esiste, ma le verifiche comunali hanno cinque anni di tempo e nessuno ha ancora visto un impianto perdere la tariffa.

Il secondo rischio è l’esecuzione, e lo dice chi vende il servizio: nel maggio 2025 ResFarm seguiva 750 megawatt di progetti e ne dava a rischio due terzi, circa 500 megawatt, per scadenze e autorizzazioni. La fila è lunga: oltre metà delle valutazioni di impatto ambientale del 2025 riguardava agrivoltaico, secondo il Politecnico di Milano. Una parte dei due gigawatt resterà sulla carta, e chi ha vinto l’asta senza un piano agricolo serio scoprirà che il fondo perduto si restituisce.

Il terzo rischio è il consenso dei territori. Il divieto di fotovoltaico a terra sui suoli agricoli, confermato a luglio dalla Corte costituzionale, ha fatto dell’agrivoltaico l’unica porta del solare in campagna, e la stessa Corte ha bocciato il blocco sardo. Ma i comitati si moltiplicano, Coldiretti applaude il divieto, e il presidente di Confagricoltura Massimiliano Giansanti chiama l’agrivoltaico un’opportunità da indirizzare sui terreni abbandonati. Un settore che si spacca sulla rappresentanza agricola non ha ancora vinto la battaglia culturale.

Dove si può costruire, se si vuole

La lezione europea è netta: chi ha fatto hardware agrivoltaico da startup è stato comprato o ha rischiato di chiudere; chi vende servizi, o coltiva, per chi possiede gli impianti è al tavolo. L’obbligo più temuto è il mercato più chiaro: per vent’anni, su due gigawatt, qualcuno dovrà coltivare, misurare e difendere la produzione agricola davanti al GSE e ai comuni. Chi ha letto qui l’articolo sui foundation model riconosce il meccanismo: dati certificati pagati per vent’anni da un incentivo pubblico.

La prima porta è il monitoraggio e la certificazione agronomica: i primi contratti sono firmati, la quota dichiarata da xFarm dice che si paga. La seconda è la terra. Se i due gigawatt somiglieranno a Mazara del Vallo, 115 ettari per 66 megawatt, ci saranno circa 3.500 ettari da coltivare sotto i pannelli, e chi possiede un impianto non è un agricoltore. Lo conferma, a modo suo, chi gli impianti li sviluppa: Rolando Roberto, vicepresidente di Italia Solare con delega all’agrivoltaico e amministratore delegato di Aedes Group, chiede soluzioni “capaci di sostenersi anche oltre gli incentivi”. “L’agrivoltaico richiede un’agricoltura professionale, produttiva e organizzata su scala industriale: anche le imprese agricole sono chiamate a evolvere, crescere di dimensione o aggregarsi, ed essere in grado di garantire continuità e risultati in campo.” Chi organizza imprese agricole capaci di gestire olivo, officinali, orticole e foraggere tra gli inseguitori sta dalla parte giusta del vincolo, a una condizione: contratti che paghino il rischio agronomico e non solo il canone. La terza porta è la tecnologia che riconcilia le due produzioni, altezze maggiori, inseguitori biassiali, moduli selettivi: sperimentale finché non dimostra, su scala replicabile, che il beneficio agricolo ripaga il sovraccosto. E si valida con dati terzi, che cominciano a esistere: a luglio Italia Solare ha avviato con TSpin, spin-off dell’Università Cattolica, un Osservatorio sui dati reali degli impianti. Da leggere con la cautela dovuta a chi li raccoglie, ma è più di quanto il settore avesse.

Se il decennio scorso il fotovoltaico ha occupato i campi, nel prossimo dovrà dimostrare di saperli coltivare. Chi fornirà quella prova ha davanti vent’anni di ricavi regolati, e per una volta il cliente è già seduto al tavolo, con il contratto del GSE in mano.

Nota per il lettore: l’autore collabora con fondi di investimento attivi nell’ambito agritech, che potrebbero aver sostenuto o sostenere in futuro alcune delle startup menzionate. L’articolo riflette unicamente opinioni personali a fini divulgativi. (foto di Andreas Gücklhorn su Unsplash)

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