Su Il Bo Live abbiamo parlato spesso di suicidi. Lo abbiamo fatto occupandoci delle carceri e analizzando, tra gli altri aspetti, anche i fattori economici e sociali associati al fenomeno. In molti di questi casi abbiamo potuto farlo perché esistono dati pubblici che consentono di seguirne l’andamento. Per le forze dell’ordine la situazione è più complessa: esiste dal 2019 un Osservatorio permanente interforze, ma manca una serie statistica ufficiale pubblica, sistematica e facilmente accessibile che permetta di ricostruire il fenomeno nel tempo. A colmare almeno in parte questo vuoto prova l’Osservatorio Nazionale Indipendente Suicidi nelle Forze dell’Ordine di Cerchio Blu.
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In totale, tra il 2014 e il 2024, l’Osservatorio ha registrato 454 suicidi tra gli appartenenti alle forze dell’ordine, una media di poco più di 41 morti all’anno.
L’andamento, però, è tutt’altro che regolare. Nel 2014 i casi registrati erano 44, scesi a 34 nel 2015 e risaliti a 39 l’anno successivo. Nel 2017 e nel 2018 se ne contano 35 per anno. Il valore più alto dell’intera serie arriva nel 2019, con 59 suicidi. Seguono i 44 casi del 2020, i 54 del 2021 e i 49 del 2022. Negli ultimi due anni considerati dall’Osservatorio il numero cala nettamente: 29 casi nel 2023 e 32 nel 2024.
Una serie di questo tipo richiede però molta cautela. Innanzitutto perché stiamo parlando di numeri assoluti: per capire se e quanto il rischio sia differente tra un corpo e l’altro, o rispetto al resto della popolazione, è necessario conoscere anche la consistenza degli organici e calcolare dei tassi. L’Osservatorio prova a farlo ma, anche questi valori, però, richiedono cautela: i suicidi coprono il periodo 2014-2024, mentre gli organici utilizzati come denominatore sono aggiornati al 2024/2025. Non si tratta quindi di tassi costruiti sulla consistenza effettiva del personale per ciascun anno.
C’è però un elemento che è molto chiaro: la modalità con cui avvengono. In oltre otto casi su dieci, l’82,4%, è stata utilizzata l’arma d’ordinanza. Tradotto in numeri assoluti, significa circa 374 dei 454 suicidi censiti.
Molto più distanziate sono tutte le altre modalità: l’impiccagione riguarda il 9,7% dei casi, cioè 44 persone; la precipitazione e l’utilizzo di un’arma diversa da quella d’ordinanza rappresentano entrambe il 2,6%, circa 12 casi ciascuna. Nell’1,8% dei casi il dato non è disponibile, mentre meno dell’1% rientra in altre modalità.
Il dato sull’arma d’ordinanza è probabilmente uno degli elementi più chiari e su cui bisognerebbe riflettere. Non consente, da solo, di stabilire perché un appartenente alle forze dell’ordine arrivi al suicidio e sarebbe sbagliato trasformarlo in una spiegazione causale. Pone però una questione specifica che distingue questa popolazione da gran parte degli altri lavoratori: la disponibilità quotidiana e immediata di un mezzo altamente letale.
Ed è proprio qui che il conteggio delle morti dovrebbe lasciare spazio a una domanda più complessa: non soltanto quanti siano i suicidi tra le persone in divisa, ma se il rischio sia effettivamente maggiore rispetto alla popolazione generale, quali differenze esistano tra i diversi corpi e quali strumenti di prevenzione siano oggi disponibili per chi lavora nelle forze dell’ordine.
La distribuzione dei 454 casi per corpo mostra che il numero più alto riguarda la Polizia di Stato, con 136 suicidi censiti tra il 2014 e il 2024, seguita dai Carabinieri con 128. Più distanziate la Polizia Penitenziaria, con 65 casi, la Polizia Locale con 64 e la Guardia di Finanza con 61. Polizia di Stato e Carabinieri, insieme, rappresentano quindi 264 casi, quasi sei su dieci tra quelli raccolti dall’Osservatorio.
Anche in questo caso, però, il confronto va letto con cautela. Il fatto che un corpo registri un numero assoluto di suicidi maggiore di un altro non significa necessariamente che al suo interno esista un rischio più elevato: gli organici hanno dimensioni molto differenti. Per confrontare realmente le diverse forze sarebbe necessario rapportare il numero dei suicidi al personale in servizio, ottenendo un tasso per 100.000 appartenenti.
Per tutti i dati che abbiamo visto finora, è bene ribadirlo, si tratta di suicidi censiti, non dati ufficiali. Diciamo questo certo non per sminuire il lavoro effettuato da un osservatorio indipendente ma per ribadire che non esiste una serie statistica ufficiale, pubblica e open che permetta di considerare questi numeri come esaustivi del fenomeno.
Di questo si parla anche in un podcast, del giornalista Alessandro Valenti, intitolato “Domino. Di uniformi e vite tolte”, che prova anche a raccontare alcune di queste storie. Lo fa per dare voce a queste persone ma anche per tenere acceso un faro sul tema.
Il podcast, scritto da Valenti insieme a Gaia Mellone, parte in particolare dalla storia di Lemin Ben Yaya, carabiniere di 23 anni originario di Torre del Greco, morto nell’agosto del 2019 dopo un episodio avvenuto nella caserma bresciana in cui prestava servizio. A raccontarlo sono la madre Anna Maria e la sorella Leila, che negli anni successivi hanno continuato a cercare risposte su ciò che aveva preceduto la sua morte. Valenti ricostruisce la vicenda attraverso le testimonianze della famiglia e i documenti: nei giorni immediatamente precedenti Lemin era stato chiamato a rispondere di un’irregolarità commessa nella gestione di una pratica e nei suoi confronti era stata predisposta una proposta di provvedimento disciplinare. Il podcast ricostruisce anche le difficoltà che, secondo quanto riferito dai familiari, il ragazzo avrebbe vissuto nei rapporti all’interno della caserma. Sono elementi che non permettono naturalmente di stabilire un rapporto causale con il suicidio, ma spiegano perché la famiglia continui a interrogarsi su quanto accaduto e perché proprio la sua storia sia diventata il punto di partenza dell’inchiesta di Valenti.
Il racconto si sposta poi su Beatrice Belcuore, carabiniera di 25 anni cresciuta in una famiglia legata al mondo militare, passata prima dalla Marina e poi dall’Arma e ormai vicina a concludere il percorso per diventare maresciallo. Il 22 aprile 2024 viene trovata senza vita all’interno della Scuola marescialli e brigadieri dei Carabinieri di Firenze. Nei mesi precedenti, secondo quanto ricostruito nel podcast, Beatrice aveva espresso in alcune conversazioni private una crescente insofferenza verso la vita nella scuola e il desiderio di tornare a una vita “normale”.
Queste sono solo due delle storie raccontate per far capire che dietro a quei 454 casi non ci sono soltanto numeri. Ci sono storie diverse, percorsi personali e professionali che difficilmente possono essere ridotti a una sola spiegazione. Proprio per questo una rilevazione pubblica, sistematica e trasparente sarebbe il primo passo per conoscere davvero le dimensioni del fenomeno. Oggi, invece, continuiamo a ricostruirlo grazie al lavoro degli osservatori indipendenti e alle storie che riescono ad arrivare fino a noi.
Se hai bisogno di aiuto
Se tu o una persona che conosci state attraversando un momento di forte sofferenza o avete pensieri suicidari, è importante parlarne e chiedere aiuto. È possibile rivolgersi al proprio medico, ai servizi di salute mentale del territorio o, in una situazione di emergenza, chiamare il 112.
È inoltre disponibile Telefono Amico Italia, al numero 02 2327 2327, tutti i giorni 24 ore su 24; il servizio offre ascolto anonimo e riservato.
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