L’Italia non manca di agevolazioni. Manca un’architettura stabile, coordinata e misurabile, capace di attrarre e trattenere persone, conoscenza, tecnologie, filiere e centri decisionali.
L’Italia dispone oggi di quasi seicento misure di agevolazione fiscale, per un costo che supera i cento miliardi l’anno (Rapporto annuale sulle spese fiscali, MEF). Eppure nel 2025 ha attratto 206 progetti di investimento estero (EY Attractiveness Survey Italy 2025): un dato che regge meglio della media europea e dei principali concorrenti, ma che lascia inalterato il divario con gli altri grandi Paesi europei. Il paradosso è tutto qui, non ci mancano gli strumenti, manca l’architettura che li tenga insieme e li renda leggibili, stabili e capaci di orientare le decisioni.
Perché quando si discute di competitività fiscale il pensiero corre subito all’aliquota: quale Paese tassa meno gli utili, dove conviene trasferire una sede o una residenza. È una domanda comprensibile ma ormai insufficiente. L’istituzione della global minimum tax — l’aliquota effettiva minima del 15 per cento concordata in sede OCSE e recepita nel nostro ordinamento — ha ristretto lo spazio di una concorrenza giocata sul solo taglio dell’imposta societaria. Emerge, quindi, con ancora maggiore evidenza, che non tutti gli investimenti valgono allo stesso modo: acquistare un immobile o rilevare un’azienda esistente produce gettito immediato (ad esempio perché emergeranno plusvalenze imponibili), ma potrebbe non aggiungere produttività al Paese.
La domanda, allora, non è solo quanta ricchezza l’Italia riesca ad attrarre, ma anche quale ricchezza decida di trattenere. Una sede legale o un imponibile si spostano con relativa semplicità; un laboratorio, un gruppo di ricercatori, un centro decisionale, una filiera di fornitori mettono radici. È qui che la fiscalità di vantaggio dovrebbe concentrarsi rendendo conveniente localizzare in Italia proprio gli asset meno mobile, ma più orientati a garantire una crescita futura, e quel capitale “paziente”, che accompagna la crescita anziché sospingere alla vendita massimizzando profitti immediati.
Molte agevolazioni, poca architettura
Gli strumenti che si sono susseguiti sono molteplici: il regime degli impatriati, i premi di risultato e il welfare aziendale, il Patent Box, i crediti per ricerca, innovazione e transizione digitale, la ZES unica, l’IRES premiale. Manca però una strategia perchè questo insieme non nasce da un disegno unitario, bensì da stratificazioni successive (leggi di bilancio, decreti, regimi transitori) con finalità spesso condivisibili ma meccanismi, presupposti e orizzonti temporali che non sempre dialogano tra loro.
Ci sono, soprattutto, due debolezze. La prima è l’instabilità. Impatriati, premi di risultato, Patent Box e crediti d’imposta sono stati riscritti più volte; ma un incentivo che dovrebbe orientare il trasferimento di persone o un piano pluriennale di ricerca ha bisogno di essere conosciuto e “creduto” nel tempo, e l’incertezza sulla sua durata diventa essa stessa un costo, a volte insostenibile. La seconda è il difetto di coordinamento: misure contigue regolate da discipline autonome, che possono insistere sulle stesse spese e che l’impresa deve ricomporre da sé tra oneri documentali gravosi e dubbi di cumulabilità, che generano spesso contenziosi.
A ciò si somma il peso della compliance. Certificazioni, perizie, registri, controlli antiabuso sono presìdi legittimi e ineludibili; ma quando si accumulano senza proporzione erodono il vantaggio netto e finiscono per premiare chi ha uffici dedicati come i grandi gruppi, penalizzando le PMI e le start-up. Il punto, allora, non è aggiungere strumenti, ma trasformare un insieme di bonus in una politica agevolativa riconoscibile, organica e stabile.
Che cosa distingue, allora, una politica agevolativa da un insieme di incentivi? Anzitutto l’obiettivo di costruire un sistema che serva davvero a qualcosa: che generi ciò che senza di esso non accadrebbe, non che sostenga ciò che sarebbe accaduto comunque. Poi la stabilità, perché una regola che cambia ogni anno è una regola che nessuno considera nei propri programmi di sviluppo e mette a bilancio: un beneficio orienta le scelte solo se è conosciuto e, come detto, creduto. Naturalmente serve coerenza con il quadro europeo e con la global minimum tax, che sposta, di fatto, il baricentro della concorrenza sulle aliquote alla sostanza economica. Serve, quindi, un approccio che premi la ricerca, le persone, i dati, le filiere che mettono radici anziché l’utile già prodotto o il solo bene materiale.
I criteri OCSE: tra addizionalità, preventività e spese qualificate
Innanzitutto, un beneficio si giustifica pienamente quando è addizionale, quando cioè determina attività che senza il sostegno pubblico non ci sarebbero state o non nella stessa misura, o non nello stesso luogo. Non basta conteggiare gli investimenti agevolati; occorre isolare quelli realmente aggiuntivi, rispetto a quelli che si sarebbero fatti comunque e a ciò che è stato solamente anticipato, e mettere gli effetti su occupazione, salari e filiere a confronto con il gettito impiegato.
Bisogna considerare quello che gli economisti chiamano “effetto di spiazzamento”. In parole semplici: quando il denaro pubblico premia un investimento che si sarebbe fatto comunque, non crea ricchezza nuova, ma prende il posto di quella privata; e quando favorisce un’impresa a scapito dei concorrenti che l’agevolazione non la ricevono, sposta ricchezza da un’azienda all’altra senza accrescere il PIL del Paese. Il risultato che si vede, gli investimenti “agevolati”, è più grande di quello reale: una parte di ciò che sembra merito dell’incentivo è, in realtà, ricchezza che ci sarebbe stata comunque o che è stata semplicemente tolta a qualcun altro.
Più un’agevolazione è generale, stabile e legata a spese e attività concrete (ricerca svolta, persone assunte, impianti effettivamente realizzati) meno rischia di “spiazzare”: sostiene comportamenti nuovi invece di ricompensarne di già decisi. Al contrario, un beneficio incerto nella durata e/o annunciato quando l’investimento è già avviato, tende a spostare risorse più che a generarne. È la ragione tecnica per cui un buon incentivo non si misura da quanti lo incassano, ma da quanto di nuovo mette in moto: la norma efficace è quella che cambia una decisione, non quella che si limita a premiarla.
L’OCSE, peraltro, in questa stessa prospettiva, esprime una preferenza per gli incentivi legati alle spese qualificate (crediti d’imposta, deduzioni rafforzate, ammortamenti accelerate) che incidono sul costo dell’investimento, rispetto alle aliquote ridotte che valorizzano i profitti già maturati. È la direzione verso cui spinge (indirettamente) anche la global minimum tax: la competizione fiscale non scompare, cambia oggetto, migrando dalla riduzione delle aliquote alla sostanza economica.
La ZES unica, una base da far evolvere mettendo ordine e costruendo un modello su tre livelli
Un punto di partenza, in casa nostra, già esiste: la ZES unica per il Mezzogiorno. Ha i tratti giusti (un credito commisurato agli investimenti, intensità graduate per territorio, uno Sportello unico e un’Autorizzazione unica) e un finanziamento confermato per il triennio 2026-2028 che finalmente offre un orizzonte per un’adeguata pianificazione. In potenza tiene insieme tre profili che, spesso, viaggiano separati: beneficio fiscale, politica industriale e semplificazione. Ci sono tuttavia delle criticità: il credito premia soprattutto macchinari, impianti, terreni e immobili, mentre restano sacrificati software, dati, ricerca, formazione, funzioni direzionali. Due imprese possono investire la stessa somma nella stessa area: una compra un capannone e una linea di produzione, l’altra apre un laboratorio, assume ricercatori, si lega all’università e a una serie di fornitori. Il valore che resta sul territorio è però profondamente diverso e, quindi, una agevolazione ben pensata dovrebbe favorire soprattutto quegli investimenti che hanno una maggiore potenzialità di generare ricchezza in futuro.
La disciplina degli aiuti di Stato non vieta un’evoluzione della nostra politica di agevolazione: chiede di progettarla. Le misure generali possono fare da base comune; gli interventi selettivi per territori, tecnologie e categorie d’impresa devono comporre in modo coordinato le diverse basi di compatibilità: aiuti regionali, ricerca e innovazione, formazione, finanziamento del rischio, transizione ambientale. Non un’unica agevolazione indistinta, dunque, ma un solo “progetto industriale” servito da strumenti diversi, con costi ammissibili distinti e regole di cumulo fissate in anticipo.
Su queste fondamenta, un nuovo modello potrebbe, oltre che essere predeterminato e stabile, reggersi su tre livelli. Una base nazionale, automatica e stabile, che, nell’ambito di una progressiva riduzione dell’aliquota verso il limite minimo del 15 per cento, riduca il costo degli investimenti con deduzioni immediate e incentivi permanenti per ricerca, software, dati, cybersecurity, formazione e innovazione. Un livello selettivo, riservato ai progetti strategici capaci di portare in Italia laboratori, tecnologie, funzioni decisionali e lavoro qualificato. Un livello territoriale, che riconosca una maggiorazione a chi si insedia nella ZES e nelle altre aree assistite. Per le componenti innovative il credito dovrebbe poter essere riportato o, entro limiti stringenti, reso rimborsabile, così da non tagliare fuori chi investe prima di generare utili; e la sua intensità potrebbe dipendere dalla qualità economica del progetto (ricerca, personale qualificato, alleanze con l’università, filiere, brevetti) accanto al valore dei beni acquistati.
Per i progetti di maggiore dimensione potrebbe anche immaginarsi un accordo preventivo d’investimento, gestito da una struttura amministrativa unica: non una trattativa riservata sull’aliquota, che sarebbe evidentemente discrezionale, ma l’applicazione centralizzata e trasparente di criteri predeterminati, con spese ammissibili, obiettivi occupazionali, tempi, controlli e clausole di recupero definiti prima di iniziare l’investimento. Autorizzazione unica, supportata da un’interlocuzione preventiva, digitale e soprattutto trasparente, in cui cooperative compliance e Tax Control Framework diventerebbero parte dell’offerta competitiva del Paese.
Un sistema simile è più impegnativo di un semplice taglio d’aliquota, e i rischi vanno riconosciuti: margini di discrezionalità, costi di conformità, competenze necessarie a misurare l’addizionalità. Ma sono rischi governabili. La discrezionalità si argina con criteri pubblici e tetti predeterminati di intensità; i costi si comprimono con standard comuni e adempimenti proporzionati. La complessità non si esorcizza fingendo che investimenti diversi rendano allo stesso modo: si governa, misurando gli effetti con indicatori fissati fin dall’origine e legando il beneficio ai risultati.
Agevolare ciò che non si sposta
L’Europa non impedisce all’Italia di sostenere i suoi investimenti; le chiede soltanto di chiarire quali vuole attrarre, perché meritano denaro pubblico e quali risultati devono restituire. È un vincolo che ha la funzione di un metodo. La competizione fiscale dei prossimi anni non si vincerà promettendo l’aliquota più bassa d’Europa né aggiungendo l’ennesima misura decontestualizzata: si vincerà costruendo un sistema in cui imprese e persone possano conoscere le regole prima di decidere, programmare su un orizzonte certo e trovare un’Amministrazione che sappia accompagnare e controllare, non soltanto erogare.
Il vero cambio di paradigma sta tutto in uno spostamento di baricentro: dal premio sull’imponibile già prodotto alla condivisione del costo e del rischio dell’investimento. E richiede un secondo passaggio, più difficile perché culturale: ricomporre un mosaico di agevolazioni in una politica fiscale coerente, riconoscibile e duratura. Perché il miglior incentivo non è quello più generoso sulla carta, né quello che garantisce risultati nell’immediato. È quello che cambia davvero una decisione e lascia nel Paese ciò che nessuna aliquota potrà mai spostare altrove facilmente: le persone, la conoscenza, la capacità di produrre. E, con esse, il futuro.
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