#Finsubito news dalla rete – Si scrive aiuto allo sviluppo, ma si fa controllo delle frontiere: il monitoraggio sui fondi stanziati da Italia e Unione europea


Dei circa 9,6 miliardi di euro destinati dall’Unione europea, tra il 2020 al 2025, a interventi sulla gestione delle migrazioni in diversi Paesi, quasi l’intera cifra è stata classificata come aiuto pubblico allo sviluppo. I fondi hanno sostenuto attività diverse: dall’assistenza a rifugiati, sfollati e comunità che li accolgono fino al controllo delle frontiere e ai rimpatri. È quanto emerge dal rapporto di ActionAid “L’aiuto alle frontiere. Cooperazione allo sviluppo ed esternalizzazione nelle politiche migratorie dell’Unione europea e dell’Italia”, presentato alla Camera dei Deputati.

L’indagine mostra come una quota significativa degli aiuti venga impiegata per sorvegliare le frontiere, intercettare le persone in viaggio e prevenire gli arrivi in Europa, anche attraverso l’intervento sulle cosiddette “cause profonde”, ovvero le condizioni sociali, economiche e ambientali che possono spingere le persone a partire.
Il risultato è che gli aiuti si allontanano dai bisogni delle popolazioni e diventano sempre più legati all’adozione di misure di contenimento e repressione dei flussi da parte dei Paesi di origine e transito. Roberto Sensi, esperto diseguaglianze globali per ActionAid Italia: «La cooperazione dovrebbe proteggere le persone migranti e sostenere le comunità di origine e di transito; invece, gli aiuti sono sempre più legati al controllo delle partenze, ai respingimenti e ai rimpatri».

Nord Africa: risorse per il contenimento delle migrazioni otto volte più di quelle per agricoltura e sicurezza alimentare

La cooperazione finalizzata al contenimento delle migrazioni, nel Nord Africa, riceve oltre otto volte le risorse destinate ad agricoltura e sicurezza alimentare. Tra il 2020 e il 2024, quasi un euro su due di quelli donati alla Tunisia è stato destinato al controllo delle frontiere e ai rimpatri: 49,85 milioni contro i 113,3 della cooperazione allo sviluppo. In Libia, la quota destinata al controllo delle frontiere, al contrasto alla tratta e ai rimpatri ha raggiunto 66,45 milioni a fronte di 161,1 milioni di euro di aiuto pubblico allo sviluppo donato al Paese. 

Questo orientamento prosegue anche nel 2026. La Legge di bilancio 2026-2028 ha rifinanziato i due principali strumenti di azione esterna in materia migratoria: il Fondo Migrazioni con 28,5 milioni di euro e il Fondo premialità per le politiche di rimpatrio con 9,5 milioni. A queste risorse si aggiungono quelle del Decreto missioni: 11,09 milioni di euro per sostenere la Guardia costiera libica, il cui operato è stato più volte denunciato da organismi delle Nazioni Unite, e per la prima volta 8,8 milioni per una missione con obiettivi analoghi in Tunisia, a sostegno della Guardia nazionale tunisina.  

Categoria di intervento più finanziata: la protezione

La protezione è la categoria di intervento più finanziata considerando entrambi i fondi, che presentano però composizioni molto diverse. Nel Fondo Migrazioni assorbe il 56% delle risorse, pari a circa 136 milioni di euro. Nel Fondo premialità, invece, oltre il 62% dei finanziamenti, circa 54 milioni di euro, è destinato alla gestione dei confini. Questa concentrazione fa di questa categoria di spesa la principale funzione operativa del Fondo, anche se il suo ambito formale è più ampio e riguarda la cooperazione in materia di rimpatri.

Italia: in cinque anni 96 milioni di euro al controllo delle frontiere e ai rimpatri

Il confronto con altri settori di intervento in Nord Africa rende evidente il peso di queste spese. Tra il 2020 e il 2024, l’Italia ha destinato quasi 96 milioni di euro al controllo delle frontiere e ai rimpatri: quasi quattro volte quanto assegnato nello stesso periodo – meno di 25 milioni – come aiuti a fondo perduto per l’agricoltura e la sicurezza alimentare.

«Senza un’alleanza con la società civile, la possibilità di fare scelte politiche sarebbe azzerata», ha detto alla conferenza alla Camera l’onorevole Rachele Scarpa. «Dobbiamo avere la responsabilità politica di fare un bilancio degli ultimi 10 anni, in cui abbiamo scelto di investire nell’esternalizzazione delle frontiere. E il bilancio è disastroso: dal 2014 ad oggi sono circa 26mila le persone morte lungo la rotta centrale del Mediterraneo».

Solo lo 0,2% del Fondo Migrazioni italiano investito per migrare in modo sicuro

Allargando lo sguardo a più Paesi e attività, l’analisi documenta complessivamente 472 milioni di euro stanziati dall’Italia tra il 2020 e il 2025 che non hanno riguardato soltanto il controllo delle frontiere e i rimpatri, ma anche la protezione delle persone migranti e progetti per creare opportunità di lavoro nei Paesi di origine nel tentativo di disincentivare le partenze. I finanziamenti del nostro Paese sono fortemente concentrati in Nord Africa e nell’Africa subsahariana. Circa l’82% di queste risorse è stato conteggiato come aiuto pubblico allo sviluppo: denaro che dovrebbe avere come obiettivo principale il miglioramento delle condizioni di vita nei Paesi che lo ricevono.

Invece, restano marginali gli investimenti per consentire alle persone di migrare in modo regolare e sicuro. Nel Fondo Migrazioni italiano, tra il 2020 e il 2025, a questo obiettivo sono andati appena 500mila euro su circa 242 milioni: lo 0,2% delle risorse.  Alla Libia sono andati 78 milioni, pari a circa un terzo del totale, mentre i cinque principali Paesi beneficiari hanno assorbito oltre il 60% delle risorse. Il Fondo premialità per le politiche di
rimpatrio ha stanziato circa 87 milioni di euro, di cui 67 milioni, oltre il 70%, destinati alla Tunisia.

Monitoraggio della società civile e controllo parlamentare sempre più difficili

«Non solo vengono destinate sempre più risorse al controllo delle frontiere, anche attraverso il sostegno a regimi non democratici, ma la normativa italiana sull’accesso alle informazioni è diventata più restrittiva», ha detto Roberto Sensi, esperto diseguaglianze globali per ActionAid Italia. «Questo rende il monitoraggio della società civile e il controllo parlamentare sempre più difficili e, in alcuni casi, impossibili. La trasparenza è necessaria per ridurre il rischio di violazioni dei diritti umani, verificare il rispetto degli obiettivi di sviluppo nei programmi di azione esterna dell’Italia e garantire un dibattito democratico sulle loro finalità».

La necessità di trasparenza

«La mancanza di trasparenza è un problema centrale nelle politiche e negli strumenti di finanziamento dell’esternalizzazione», si legge nel report. «La molteplicità degli attori coinvolti, la pluralità dei canali di finanziamento, il ricorso ad accordi informali e la crescente quantità di documenti dichiarati inaccessibili fanno sì che le informazioni siano spesso opache, incomplete o non disponibili. Ne derivano possibilità limitate, per la società civile e per i parlamenti europeo e nazionali, di controllare l’impiego delle risorse pubbliche e di chiamare le istituzioni a risponderne».

La necessità di trasparenza è stata sottolineata durante l’incontro anche da Lorenzo Figoni, policy advisor per ActionAid Italia. «Occorre creare una banca dati pubblica e aggiornata sui progetti finanziati nell’ambito della dimensione
esterna delle politiche migratorie, a disposizione della società pubblica. Senza una banca dati, viene svuotata la democrazia partecipativa delle politiche migratorie. Occorre garantire l’introduzione di meccanismi più incisivi di controllo parlamentare sull’azione esterna dell’Unione europea, compresa quella in materia di migrazione», ha proseguito Figoni.

Il controllo parlamentare dovrebbe intervenire prima dell’approvazione delle misure più rischiose
o della riallocazione delle risorse, e non quando i loro effetti si sono già prodotti. «Inoltre, la questione della due diligence in materia di diritti umani nei finanziamenti destinati ai programmi migratori esterni non può più essere rimandata e bisogna prevedere, ad esempio, una valutazione preventiva dei rischi, un monitoraggio degli interventi e la possibilità di interrompere i finanziamenti».

Meno collaborazione sui rimpatri, meno risorse per lo sviluppo

Nei prossimi mesi il legame tra aiuti e controllo delle migrazioni potrebbe rafforzarsi ulteriormente. Nei negoziati sul prossimo bilancio pluriennale dell’Unione europea si discute, infatti, della possibilità di sospendere i finanziamenti o i programmi ai Paesi non cooperativi in materia di rimpatri e riammissioni. Se approvata, la misura introdurrebbe un meccanismo preciso: meno collaborazione sui rimpatri, meno risorse per lo sviluppo.  

Roberto Sensi: «Servono politiche fondate sui diritti»

«Le migrazioni sono una questione politica, non un problema di sviluppo da risolvere. La cooperazione dovrebbe proteggere le persone migranti e sostenere le comunità di origine e di transito; invece, gli aiuti sono sempre più legati al controllo delle partenze, ai respingimenti e ai rimpatri», ha proseguito Sensi. «Per favorire un legame positivo tra migrazione e sviluppo, servono politiche fondate sui diritti, canali di ingresso sicuri, programmi di migrazione circolare e il coinvolgimento delle diaspore». Il report di ActionAid “L’aiuto alle frontiere. Cooperazione allo sviluppo ed esternalizzazione nelle politiche migratorie dell’Unione europea e dell’Italia” «verrà presentato il prossimo 15 ottobre al Parlamento europeo», ha concluso Sensi.

Le richieste di ActionAid

ActionAid chiede all’Unione europea e al Governo italiano di garantire che le risorse stanziate per l’aiuto pubblico allo sviluppo siano effettivamente destinate allo sviluppo economico dei Paesi, senza subordinarle alla collaborazione sul controllo delle frontiere e sui rimpatri. L’organizzazione chiede, inoltre, di incrementare gli investimenti nella protezione delle persone, nella possibilità di migrare in modo sicuro e regolare, anche per studio e lavoro, e in programmi costruiti insieme alle comunità locali, a partire dalle loro necessità. 

Foto di Julie Ricard su Unsplash e, nell’articolo, foto e video di Ilaria Dioguardi

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