MODENA. «Ogni 33 ore un detenuto tenta di uccidersi». È il dato da cui parte Roberto Cavalieri, Garante regionale dei detenuti, convinto che di ognuno di questi casi si dovrebbe parlare, non solo di quelli che fanno notizia. Lo dice dopo due episodi che hanno scosso l’Emilia-Romagna: il suicidio nel carcere di Reggio di Mena Istafanous, 26 anni, arrestato cinque giorni prima dopo l’aggressione a un distributore di benzina, e quanto avvenuto a Modena a Salim El Koudri, accusato di strage per l’auto lanciata sulla folla il 16 maggio. Un episodio indicato come tentato suicidio, che la polizia lo smentisce: avrebbe assunto per sbaglio le medicine del compagno di cella. E ora è un giallo. I due casi hanno riacceso l’attenzione su chi, in carcere, vive una condizione di fragilità.
L’intervista
Garante, da dove viene il dato?
«Dai dati dell’amministrazione penitenziaria emiliano-romagnola: basta dividere le ore di un anno per il numero dei tentati suicidi. E parlo di tentativi seri, che hanno richiesto un intervento sanitario, non del detenuto che sbraita e si taglia un dito. Di El Koudri e Istafanous si parla perché sono casi molto seguiti».
Perché accade così spesso?
«Chi entra in carcere è molto fragile, spesso ha già problemi di tossicodipendenza e di povertà. Il carcere isola moltissimo e la disperazione sale alle stelle. La fragilità psichica, che sia già presente prima dell’arresto o emerga dentro, predispone fortemente al suicidio».
Cosa colpisce dei casi di Reggio e Modena?
«Che queste due persone non erano in sezioni comuni. Il ragazzo di Reggio era già in carico al territorio come malato psichiatrico e si trovava in una sezione per persone con questi problemi. El Koudri in una sezione per detenuti con problematiche sanitarie, l’I Care: su di lui non conosco le pieghe, so che c’è una perizia, e non mi espongo a definirlo psichiatrico o meno. Sono però due episodi che colpiscono».
Perché?
«Perché la grande difficoltà dei penitenziari è conciliare diritto alla salute e regole della vita detentiva. Se entra nella sezione dove si è ucciso il detenuto di Reggio, dal punto di vista architettonico non c’è differenza con una sezione ordinaria. L’unica è la frequenza con cui i sanitari visitano queste persone. Chi è malato ha diritto ad ambienti di cura. Tenga comunque conto che a Modena altri detenuti si erano già tolti la vita nella sezione I Care, quella per le problematiche sanitarie: è la sezione con la più alta frequenza di suicidi, perché è lì che vengono messe le persone a rischio suicidario. Rispetto alle altre ha più visite dei sanitari, ma l’effetto resta devastante».
Nel caso di El Koudri ora c’è chi parla di errore. Ma a gennaio 2025 lei scrisse alla direzione del carcere e all’Ausl contestando le condizioni dell’I Care. Chi le ha risposto?
«Nessuno. Non ricevere risposte è una delle cose più ricorrenti nell’attività di un garante, con tutti i soggetti che interpello. Contestavo che fosse troppo una sezione detentiva comune per persone a rischio suicidario: i fornelletti, lo sporco, l’impossibilità di sedersi negli spazi comuni. Chi è in equilibrio la partita a scopa se la fa anche sul pavimento del cortile; chi vive una psicosi ha una sensibilità enorme a fattori ambientali che per gli altri non sono nulla».
Quali carceri sono più critiche nella nostra regione?
«Modena, Reggio, Parma e Bologna. A Parma i suicidi sono avvenuti più spesso nelle sezioni di isolamento, ambienti spogli e malsani: una l’ho contestata diverse volte. Reggio per la concentrazione di casi psichiatrici, perché ha un’articolazione per la tutela della salute mentale. Modena per l’I Care. Bologna è una delle carceri più sovraffollate».
Il sovraffollamento è una causa?
«Modena è molto sovraffollata, ma l’I Care non lo è: è una teoria da approfondire. Se hai 880 detenuti come a Bologna e personale calibrato per 500, hai 400 persone in più da seguire. Ma il sovraffollamento è diventata una chiave da infilare nella serratura della politica. Frequento le carceri da 33 anni e fuoriclasse della politica penitenziaria non ne ho visti».
Quando il rischio è più alto?
«Nelle persone entrate da poco, che vivono lo stress del processo . E in chi si avvicina al fine pena. Il rischio è che il carcere diventi una delega del territorio, dove le politiche per i detenuti sono deboli. Il ragazzo di Reggio si era rivolto ai servizi psichiatrici, poi ne era scomparso».
E le Rems? Che ruolo hanno in questo sistema?
«Nelle Rems vanno le persone per cui il giudice ha ritenuto che il reato non sia stato commesso consapevolmente: non sono detenuti ma internati, sottoposti a una misura di sicurezza. Il “cuscinetto” dentro il carcere è l’articolazione per la tutela della salute mentale, dove si trovava il detenuto morto a Reggio Emilia: persone ritenute consapevoli pur avendo una malattia psichiatrica».
Quanti sono i detenuti con problemi psichiatrici in regione?
«Le patologie psichiatriche vere sono più frequenti che tra i cittadini liberi, ma non siamo al 40%. Se contiamo chi riceve terapie per un disagio transitorio, un lutto, la carcerazione, allora sì, il numero è devastante».
Possibili soluzioni?
«La psichiatria deve essere un ambito di investimento, sapendo che sono investimenti a ritorno zero: servono risorse per collocare queste persone all’esterno e prenderle in cura. Il carcere fa fatica a farsene carico: è un luogo di sicurezza, con educatori in numero irrisorio rispetto ai poliziotti».
L’opinione pubblica su questi reati è sempre più giustizialista. È per questo che la politica se ne disinteressa? È impopolare occuparsi di chi ha causato lutti e dolore?
«Purtroppo sì. La politica, tutto l’arco dei partiti, mette anche questo nel bilancio del consenso. Andare controcorrente lo facciamo noi garanti. Io ho detto che El Koudri rimane un essere umano, e questo non toglie nulla alla sua colpevolezza, alla gravità di ciò che ha fatto e al dolore delle vittime. Altrimenti arriveremo al giorno in cui, se si suicidasse, sentiremmo una liberazione anziché un dolore. Sarebbe estremamente grave».
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