L’onda emotiva scatenata dallo sfratto prima e dalla morte poi di Maricarmen Abascal, a Madrid, si è fatta sentire anche in Italia. A Roma, Virginia Libero, segretaria dei Giovani democratici, la giovanile del Partito democratico, ha lanciato una nuova mobilitazione delle tende per «rompere il muro di silenzio sull’emergenza casa» e dare voce «a chi cerca casa e non la trova, a chi la trova ma non può pagarla, a chi ha smesso di credere di poterla trovare»: non solo famiglie con reddito basso, ma anche giovani lavoratori, magari con alle spalle famiglie più benestanti, che però faticano a trovare casa in una grande città. Altre tende sono spuntate nei giorni scorsi nelle università, a cominciare da Milano. La stampa, invece, ha messo sotto la lente di ingrandimento il Piano casa annunciato a inizio anno da Giorgia Meloni, scoprendo amaramente che fin qui è stato fallimentare. In vigore da luglio, prevede la ristrutturazione di 60mila case popolari inagibili e la pianificazione di 100mila alloggi a prezzi calmierati, da costruire in 10 anni. Eppure, nulla ancora si è mosso, a partire dai decreti attuativi che dovrebbero renderlo operativo.
Le città sono il «bene comune per eccellenza» e la casa ne è l’unità minima. Se però si smette di valorizzarne la funzione primaria, quella abitativa, «e si guarda la casa in una logica di mercato, si perde di vista il senso stesso di una città». Massimo Bricocoli è il direttore del Dipartimento di architettura e studi urbani del Politecnico di Milano, dove insegna Tecnica e pianificazione urbanistica. L’emergenza abitativa che colpisce le grandi città di mezza Europa l’ha vista arrivare da lontano.
Il Dastu ha iniziato anni fa ad analizzare la relazione tra redditi e costi abitativi, quindi non solo l’andamento dei prezzi ma la possibilità effettiva dei nuclei familiari di accedere alla casa vicino alle aree dove si concentrano i posti di lavoro. «Abbiamo notato una criticità molto forte, in aumento, dell’esclusione abitativa di persone che non sono povere o senza lavoro, anzi magari hanno un lavoro qualificato, eppure non riescono a comprare casa. Questo ha fatto sì che la questione diventasse politicamente rilevante».

L’Italia è sempre più divisa: pochi sempre più ricchi, molti sempre più poveri. Disuguaglianze così larghe non sono solo una questione di equità sociale, sono un problema per lo sviluppo del Paese e il futuro delle nuove generazioni. Come uscirne? Le vie possibili nel numero di VITA magazine di febbraio.
SEMPRE PIÙ RICCHI, E SEMPRE PIÙ POVERI?
Da un punto di vista economico, mentre gli stipendi sono fermi, il costo di acquisto o di affitto di una casa sono in aumento e non solo a causa di un generico effetto dell’inflazione. Pesano, infatti, anche i progetti di “rigenerazione urbana” delle grandi città: più si aumenta la qualità degli alloggi e dei servizi di una zona, più aumentano i costi. Il risultato è che opportuni e apprezzabili interventi di riqualificazione hanno avuto come contraltare la progressiva espulsione verso l’esterno di ceti medi e popolari. «Ma il tema», avvisa Bricocoli, «non è la rigenerazione urbana. Il tema vero è l’offerta di abitazione e servizi che vai a creare. Prendiamo il caso di Milano: negli ultimi 15-20 anni si sono costruiti tanti nuovi alloggi, ma sono stati immessi in un mercato libero e del tutto sregolato, permettendo a chi costruiva di realizzare profitti fuori misura senza che al contempo si garantisse la presenza di alloggi accessibili per chi a Milano ci lavora».
A Milano, la casa è, insieme alla sicurezza, il tema su cui si giocheranno le prossime elezioni amministrative. Le città hanno un ruolo fondamentale nel contrastare l’emergenza abitativa, intervenendo per mitigare la speculazione dei grandi fondi di investimento. Secondo Bricocoli, per rafforzare la propria posizione nei confronti di questi attori, le amministrazioni devono rafforzarsi, innanzitutto definendo in via preliminare alcune precondizioni per accogliere futuri investimenti edilizi, per esempio determinate quote di alloggi a canone calmierati.
Su questo tema, i costruttori lamentano spesso che oneri simili spingono ad alzare i prezzi della parte destinata al libero mercato, innescando quindi una spirale inflattiva in tutta la zona, per poter raggiungere il margine di profitto stabilito. In questo dibattito, i critici che pure riconosco la correttezza della dinamica spiegata dai costruttori, sottolineano che una soluzione sarebbe quella di accettare profitti ridotti. Tuttavia, il mercato è libero e fissare un tetto al profitto massimo realizzabile è praticamente impossibile. Esistono, però, altri strumenti che possono essere usati per “condizionare” il mercato e riequilibrarlo verso la domanda reale dei cittadini e non quella di fondi e paperoni. Per esempio, un aumento della cedolare secca per gli affitti brevi e una contestuale riduzione di quella per gli affitti a lungo termine, in modo tale da rendere più vantaggiosi i secondi. «Non solo», aggiunge Bricocoli. «Serve anche aumentare l’offerta alberghiera. Prendiamo sempre il caso di Milano: i flussi turistici sono in aumento, ma le notti passate in albergo rimangono stabili. Se si vuole incentivare il turismo ma non si predispone un’adeguata offerta alberghiera, è inesorabile che si alimenti il mercato degli affitti brevi».
Sono tutte misure su cui le grandi città, in Italia, non hanno mai puntato, almeno fino a oggi. Anche lo Stato, però, può intervenire, per esempio riequilibrando la tassazione tra rendita e lavoro. Come ha spiegato l’economista Leonzio Rizzo nel focus book di VITA Nel Paese delle rendite. Così la finanza si mangia lavoro e imprese, in Italia il reddito da lavoro è tassato con un’imposta progressiva che arriva fino al 43%, mentre la cedolare degli affitti è del 21%. Negli ultimi 20 anni, però, il reddito imponibile da affitti è cresciuto del 26%, quello da lavoro dipendente del 14%: la ricchezza ha cambiato (parzialmente) faccia, ma la tassazione non l’ha seguita. «È incredibile che ci sia questa discrepanza tra la tassazione sul lavoro e sulle abitazioni e sulle rendite», commenta Bricocoli. «Sul tema della casa la politica nazionale è del tutto assente».
In apertura: occupazione dell’Università statale di Milano da parte degli studenti contro gli affitti troppo cari, mercoledì 23 Luglio 2026 (Marco Ottico/Lapresse)
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