Per mesi la domanda è stata una sola: incidente, malore o suicidio? Adesso, sulla morte di Ronald Adarlo, storico custode della villa di Marco Lavazza sulla precollina torinese, emerge una quarta ipotesi. E cambia completamente la lettura di quei pochi, drammatici secondi ripresi dalle telecamere della proprietà.
Secondo quanto riportato nelle ultime ore dal Corriere Torino, gli investigatori stanno valutando la possibilità che Adarlo si sia lasciato cadere volontariamente dal balcone non con l’intenzione di morire, ma per simulare un incidente e ottenere successivamente un risarcimento assicurativo. Una ricostruzione ancora da verificare, che non costituisce una conclusione dell’inchiesta, ma che offrirebbe una possibile spiegazione a uno dei punti rimasti più difficili da comprendere: perché un uomo che, secondo i filmati, sembrerebbe essersi gettato nel vuoto indossava un caschetto di protezione e si trovava in un contesto compatibile con piccoli lavori di manutenzione?
È proprio quel caschetto, ritrovato vicino al corpo, uno degli elementi che fin dall’inizio avevano reso il caso particolarmente complesso. Il 7 marzo, poco dopo le 17.30, Adarlo venne trovato agonizzante nel cortile interno della villa di via Giuseppe Alby 20. A notarlo furono gli addetti alla vigilanza, che chiamarono immediatamente il 112. Quando arrivarono i sanitari del 118 di Azienda Zero, il cinquantenne respirava ancora, ma le lesioni erano troppo gravi: morì poco dopo.
Ronald Adarlo era originario delle Filippine, viveva in Italia da circa vent’anni e lavorava in quella residenza da molto tempo. Per otto anni era stato alle dipendenze della famiglia Lavazza, ma prima ancora aveva lavorato per circa dieci anni per i precedenti proprietari della villa, la famiglia Recchi. Abitava in una dépendance vicina alla proprietà. La moglie si trovava nelle Filippine, mentre il figlio lavorava in un ristorante a Lecce.
In quelle prime ore, la scena sembrava raccontare soprattutto un infortunio sul lavoro. Adarlo era custode, giardiniere e tuttofare e, secondo le prime ricostruzioni, stava svolgendo attività di manutenzione all’esterno dell’abitazione. Sul posto arrivarono i carabinieri del Nucleo Radiomobile, i tecnici dello Spresal e la Sezione Investigazioni Scientifiche dell’Arma. La Procura di Torino aprì un fascicolo senza indagati e senza un’ipotesi di reato specifica, affidato al pm Mario Bendoni.
Poi arrivarono le telecamere. Le immagini della videosorveglianza, acquisite dagli investigatori, avrebbero mostrato Adarlo mentre si spostava verso il balcone e quindi precipitava nel vuoto. Il filmato aveva spostato con forza l’attenzione verso un gesto volontario, tanto da rendere meno credibili le prime piste dell’infortunio e del malore. Ma proprio allora era emersa una contraddizione: se si fosse trattato di suicidio, perché presentarsi sul balcone in abbigliamento da lavoro e con un caschetto di protezione?
La famiglia di Adarlo, del resto, aveva contestato fin dall’inizio l’ipotesi suicidaria. La sorella Rose Marie Adarlo aveva descritto Ronald come una persona allegra, religiosa, molto legata al proprio lavoro e alla famiglia, sostenendo di non riuscire a immaginare un gesto estremo. Non era una prova, naturalmente, ma era uno degli elementi che continuavano a mantenere aperti interrogativi sulla dinamica e soprattutto sul movente.
È qui che la nuova pista assume peso.
L’ipotesi investigativa oggi al vaglio sarebbe che Adarlo avesse scelto deliberatamente di lasciarsi cadere da un’altezza che riteneva compatibile con un infortunio non letale, con l’obiettivo di far apparire la caduta come accidentale e ottenere così un risarcimento. Avrebbe però sottovalutato la distanza dal suolo e la violenza dell’impatto. Una messa in scena, dunque, finita in tragedia.
Si tratta di una ricostruzione ancora da dimostrare e sulla quale, al momento, non risultano conclusioni definitive della Procura. Ma sarebbe coerente con alcuni particolari che fin dall’inizio avevano lasciato perplessi gli investigatori: l’assenza di elementi compatibili con l’intervento di terze persone, la presenza dell’equipaggiamento da lavoro, il gesto apparentemente volontario ripreso dalle telecamere e una dinamica che non sembrava combaciare perfettamente né con un normale incidente né con un suicidio tradizionalmente inteso.
L’ipotesi dell’omicidio, invece, era stata sostanzialmente esclusa già nelle prime fasi dell’inchiesta. Non erano emersi segni di colluttazione né indizi che facessero pensare alla presenza di qualcuno accanto al custode nel momento della caduta. Per questo l’attenzione degli investigatori si era concentrata quasi subito sulle condizioni e sulle intenzioni dello stesso Adarlo.
La Procura aveva disposto anche l’autopsia e gli esami tossicologici per chiarire se il cinquantenne fosse stato vittima di un malore o si trovasse sotto l’effetto di alcol o sostanze al momento della precipitazione. Quegli accertamenti si inserivano in un’indagine che, fin dall’inizio, aveva seguito ogni pista possibile prima di arrivare a una ricostruzione complessiva.
La vicenda aveva colpito profondamente anche la famiglia Lavazza. In una nota diffusa subito dopo la morte, Marco Lavazza e i suoi familiari avevano parlato di «profondo dolore e sgomento», definendo Adarlo una persona «molto cara e parte della famiglia da tanti anni» e assicurando la piena collaborazione con gli investigatori.
A sette mesi dalla tragedia, dunque, il “giallo” di via Alby potrebbe assumere contorni molto diversi da quelli immaginati nelle prime ore.
Non un omicidio. Forse neppure un suicidio. Ma la possibilità di un incidente volutamente costruito, diventato fatalmente reale.
Ed è proprio su questo confine sottile — quello tra ciò che Adarlo avrebbe voluto far apparire e ciò che invece accadde davvero — che si concentra adesso uno dei passaggi più delicati dell’inchiesta.
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