#Finsubito news dalla rete – UE al bivio: Federazione o irrilevanza totale


Il recente Discorso sullo Stato dell’Unione pronunciato da Ursula von der Leyen rappresenta l’ennesima dimostrazione dell’inadeguatezza finanziaria e amministrativa con cui la Commissione risponde alla crisi strutturale del nostro continente.

Anziché tracciare la rotta verso un’Unione federale dotata di reale sovranità democratica, la Presidente ha preferito offrire una rassegna di compromessi al ribasso, un’amministrazione del quotidiano destinata a lasciare l’Europa in balia degli egoismi nazionali e dell’irrilevanza geopolitica. Nel Manifesto di Ventotene, Altiero Spinelli e Ernesto Rossi tracciarono una linea di demarcazione fondamentale e chiarissima: la vera frattura politica non è tra chi vuole più o meno Stato, ma tra chi continua a concepire la conquista del potere nazionale come fine prioritario e chi invece comprende che l’unico compito decisivo è la creazione di un solido Stato federale sovrastatale. L’attuale leadership europea appartiene purtroppo alla prima categoria: quella che gestisce la sovranità frammentata delle nazioni anziché superarla. Ma di fronte a questa stasi non basta denunciare: occorre contrapporre un’alternativa politica, sociale e istituzionale solida.

Quando la Presidente von der Leyen invoca il completamento del Mercato Unico e la riduzione della burocrazia per sostenere la competitività, rifiuta di affrontare l’evidente e macroscopico nodo politico di fondo: non può esistere un reale mercato unico integrato senza un bilancio federale autonomo e senza una vera politica fiscale comune. Continuare a parlare di unione dei mercati, dei capitali o di grandi piani industriali mentre il bilancio dell’Unione Europea rimane bloccato al misero 1% del PIL continentale è un’illusione demagogica. Già nel 1787, durante la nascita degli Stati Uniti d’America, padri fondatori come Alexander Hamilton compresero che la prima confederazione era destinata al fallimento proprio perché priva di un potere fiscale autonomo e dipendente dalle contribuzioni dei singoli Stati. Di fronte agli investimenti massicci messi in campo oggi da Cina e Stati Uniti, l’Europa risponde ancora con la frammentazione degli aiuti di Stato nazionali, avvantaggiando unicamente i Paesi con maggiore margine di bilancio e spaccando dall’interno il mercato comune. La vera soluzione federale richiede di dotare l’Unione di una capacità fiscale federale permanente, finanziata da vere risorse proprie dirette — come la tassazione sui giganti del web, sulle transazioni finanziarie e sulle emissioni di carbonio ai confini — e dalla capacità strutturale di emettere titoli di debito comune per finanziare un grande piano di investimenti in innovazione, ricerca e infrastrutture strategiche europee.

Questa stessa contraddizione tra la retorica dei grandi progetti e l’assenza di strumenti comuni si ripete drammaticamente sul terreno della transizione energetica e delle politiche climatiche. Il discorso della Commissione rivela un’impostazione dirigista e burocratica che scarica sui singoli Stati e sui cittadini il peso economico della trasformazione, senza fornire adeguati strumenti redistributivi federali. Imporre vincoli e patti normativi senza offrire la copertura finanziaria collettiva trasforma una causa nobile in un fattore di risentimento sociale. Già Immanuel Kant, nella sua riflessione sul diritto cosmopolitico e sulla pace, ricordava che la norma giuridica e la legge morale devono essere sempre accompagnate dalle condizioni materiali per la loro attuazione. L’annuncio dell’ennesimo pacchetto di raccomandazioni non sostituirà mai la vera soluzione che proponiamo: l’istituzione di un Ministero Federale dell’Energia e del Clima, investito della competenza esclusiva di gestire un’unica rete elettrica continentale ad alta tensione, acquistare risorse energetiche sul mercato globale con la forza contrattuale di cinquecento milioni di cittadini e distribuire un Fondo di Solidarietà Federale per perequare i costi della transizione nelle regioni meno abbienti.

L’incursione della Commissione su temi sociali quali l’emergenza abitativa e l’assistenza rivela poi un’ipocrisia istituzionale ancora più profonda. Il vero federalismo si fonda sul principio di sussidiarietà: l’Unione deve gestire i grandi beni pubblici globali, come il fisco, la moneta, la ricerca e le grandi reti continentali, lasciando ai territori e ai comuni la gestione delle politiche sociali di prossimità. Promettere interventi europei sulla casa mentre contemporaneamente si riattivano le regole rigide del Patto di Stabilità, le quali strozzano la capacità di spesa degli enti locali e dei governi nazionali, significa fare mera demagogia. La nostra proposta è capovolgere questa logica: non serve che Bruxelles costruisca appartamenti, ma occorre varare la «Golden Rule» federale sugli investimenti, scorporando integralmente gli investimenti pubblici locali nei servizi essenziali, nell’edilizia sociale e nella rigenerazione urbana dal calcolo del deficit, unendo a ciò un Fondo Perequativo Sociale Europeo destinato alle aree urbane in emergenza abitativa.

Forse il punto di massimo cedimento morale e politico verso la logica intergovernativa risiede nell’elogio del nuovo Patto sulla Migrazione e l’Asilo. Anziché centralizzare la gestione dell’asilo tramite una vera autorità federale e un sistema unico di accoglienza con redistribuzione automatica dei rifugiati, la Commissione ha avallato la logica dei muri, della mercanteggianza con Paesi terzi e dello scaricabarile sui Paesi di primo approdo. Riprendendo le parole del Manifesto di Ventotene, il problema essenziale che va risolto, e fallito il quale qualsiasi altro progresso non è che un’apparenza illusoria, è l’abolizione della divisione dell’Europa in Stati nazionali sovrani. La via d’uscita concreta consiste nel superamento immediato del regolamento di Dublino attraverso l’istituzione di un Servizio Federale Europeo per l’Asilo e l’Immigrazione, con un’unica procedura di protezione valida in tutta l’Unione, canali legali d’ingresso gestiti a livello comunitario e un corpo di Guardia Costiera e di Frontiera pienamente integrato, responsabile direttamente di fronte al Parlamento Europeo e vigile nel rispetto dei diritti umani.

Ciò che sconcerta maggiormente nell’intero discorso è il totale e colpevole silenzio sulla necessità indifferibile di superare il diritto di veto in Consiglio e di avviare una riforma profonda dei Trattati. Finché un singolo governo nazionale potrà bloccare le decisioni dell’intera comunità per perseguire propri ridotti interessi elettorali, l’Europa rimarrà un organismo paralizzato. La storia ci insegna che nei momenti di grande svolta geopolitica le strutture confederali e i sistemi di alleanze deboli o si trasformano in federazioni compiute o si disgregano inesorabilmente sotto la pressione delle forze esterne. La nostra risposta non è la gestione dell’esistente, ma una Convenzione Costituente Europea dotata del mandato esplicito di redigere una Costituzione Federale. Questa Costituzione dovrà eliminare il diritto di veto, estendere il voto a maggioranza qualificata a tutte le materie, conferire al Parlamento Europeo il pieno potere di iniziativa legislativa e trasformare la Commissione in un vero e proprio Governo Federale responsabile politicamente di fronte al Parlamento e alle Regioni d’Europa. Soltanto così la nostra Unione smetterà di essere un’assemblea di interessi di bottega e diventerà la Repubblica Federale Europea che la storia ci richiede di costruire.


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