#Finsubito news dalla rete – Veneto, pochi Comuni segnalano l’evasione: dati e cause


In Veneto 26 Comuni su 560 hanno inviato segnalazioni qualificate nel 2024. I dati, i casi locali e perché il recupero fiscale degli enti resta limitato.

VENETO — Nel 2024 soltanto 26 Comuni veneti su 560 hanno trasmesso segnalazioni qualificate all’Agenzia delle Entrate su possibili irregolarità fiscali. È il 4,6% delle amministrazioni della regione. I contributi riconosciuti nel 2025 per questa attività ammontano complessivamente a 111mila euro: un dato piccolo rispetto alla dimensione del Veneto, ma molto utile per capire che cosa sta cambiando — e soprattutto che cosa non riesce ancora a cambiare — nel rapporto fra Comuni e fisco statale.

Il punto non è misurare una generica «lotta all’evasione», né sovrapporre questi numeri ai tributi che i Comuni riscuotono direttamente. Le segnalazioni qualificate riguardano infatti informazioni che un ente locale invia all’amministrazione finanziaria perché possano essere usate nell’accertamento di tributi erariali. Il Comune non stabilisce l’imposta, non sostituisce l’Agenzia delle Entrate e non riceve denaro per il semplice invio di un sospetto: il contributo arriva solo dopo un percorso istruttorio e di riscossione. È questa distanza fra il lavoro iniziale e il risultato finale a spiegare perché una misura apparentemente semplice sia utilizzata da così pochi enti.

Il dato veneto: partecipazione ridotta, non assenza di strumenti

I 26 Comuni che hanno partecipato nel 2024 sono una minoranza netta. Il dato, diffuso il 10 ottobre nell’elaborazione ripresa dalle testate locali, va letto per l’anno a cui si riferisce: le somme riconosciute nel 2025 non fotografano necessariamente controlli svolti nello stesso anno, perché fra segnalazione, accertamento e incasso trascorre tempo. Per i cittadini è una distinzione importante: 111mila euro non sono l’ammontare dell’evasione scoperta in Veneto, né un fondo già disponibile per nuovi servizi. Sono la quota attribuita agli enti dopo gli esiti della procedura.

Il meccanismo esiste da anni. L’Agenzia delle Entrate indica che le comunicazioni dei Comuni passano dal sistema SIATEL-PuntoFisco. Non è quindi una segnalazione libera o una lista di nominativi: deve contenere elementi utilizzabili ai fini dell’accertamento. La procedura è pensata per valorizzare ciò che un Comune può osservare nell’esercizio delle sue funzioni — anagrafe, urbanistica, patrimonio, attività sul territorio — senza trasformare gli uffici comunali in un secondo apparato tributario.

La ricostruzione dell’Ufficio studi CGIA su dati del Ministero dell’Interno, relativa ai contributi erogati nel 2024 per l’attività 2023, aiuta a dare profondità al quadro più recente. In quella annualità Verona ha ricevuto 32.905 euro, Bussolengo 24.966, Venezia 22.416 e Peschiera del Garda 18.009; seguivano, tra gli altri, Vicenza con 14.430 euro, Fumane con 11.144, Negrar di Valpolicella con 7.582, Noventa Padovana con 5.369 e Schio con 5.197. Non sono classifiche di «Comuni più evasori»: indicano invece gli enti ai quali è stato riconosciuto un contributo per segnalazioni che hanno prodotto un esito utile.

Che cosa può diventare una segnalazione qualificata

Le aree previste non sono indefinite. Il dossier CGIA riepiloga cinque filoni: commercio e professioni; urbanistica e territorio; proprietà edilizie e patrimonio immobiliare; residenze fittizie all’estero; disponibilità di beni che appaiono non coerenti con la capacità contributiva dichiarata. Il Comune deve poter descrivere atti, fatti o negozi con dati abbastanza precisi da consentire all’amministrazione finanziaria di avviare le sue verifiche.

Il capitolo immobiliare è quello più vicino alla vita quotidiana di un ente. Un ufficio che gestisce una pratica edilizia o un tributo locale può rilevare incongruenze che meritano approfondimento, per esempio un immobile diverso dall’abitazione principale non presente nelle dichiarazioni, oppure l’uso dell’immobile da parte di chi non risulta titolare di un contratto registrato. Questo non significa che l’anomalia dimostri da sola un’imposta non versata: significa che può esistere una base documentale per una verifica da parte dell’ente competente.

Un caso recente in Friuli Venezia Giulia mostra quanto le informazioni territoriali siano decisive: Nordest24 ha raccontato le verifiche sulle seconde case dichiarate come abitazioni principali a Tarvisio, costruite incrociando residenza, catasto, nucleo familiare e consumi. Il quadro giuridico e il tributo locale non coincidono automaticamente con le segnalazioni qualificate venete, ma l’esempio rende concreto un punto: dati anagrafici e immobiliari, se letti da uffici con competenze e banche dati adeguate, possono far emergere situazioni da controllare senza affidarsi a segnalazioni generiche.

Perché così pochi Comuni partecipano

La prima causa documentata è organizzativa. Nel dossier CGIA, che analizza il fenomeno nazionale, la necessità di personale formato è esplicita: una segnalazione deve essere circostanziata, sostenuta da elementi identificativi e compatibile con un percorso istruttorio. Per un piccolo Comune questo significa sottrarre tempo a uffici spesso impegnati su anagrafe, bilancio, edilizia, gare, manutenzioni e tributi locali. L’incentivo economico, se arriva a distanza di anni e senza certezza di importo, può non compensare il costo immediato di costruire una funzione dedicata.

C’è poi una differenza decisiva fra il recupero dei tributi propri e la collaborazione sull’imposizione erariale. IMU, TARI, canone patrimoniale e imposta di soggiorno incidono direttamente sul bilancio dell’ente, hanno procedure che gli uffici conoscono e generano risorse immediatamente riconoscibili nel rendiconto. Le segnalazioni qualificate riguardano invece imposte statali e un processo nel quale il Comune è un soggetto collaboratore. È comprensibile, quindi, che molte amministrazioni concentrino le competenze disponibili sui crediti locali già individuabili.

Questa priorità non va interpretata come una rinuncia automatica. Il recupero dei tributi locali può migliorare equità e conti dell’ente; la collaborazione con il fisco statale può aggiungere valore quando esistono dati solidi e personale capace di gestirli. Il problema segnalato dal dato veneto è la scala: con il 95,4% dei Comuni che non compare nell’attività 2024, la partecipazione resta episodica e dipende da poche realtà, non da un servizio diffuso.

Una geografia che segue gli uffici, non solo le dimensioni

I risultati storici non seguono in modo meccanico la popolazione. Nel 2023 Verona, Venezia e Vicenza sono presenti fra gli enti veneti con i contributi più alti, ma compaiono anche Comuni di dimensione inferiore come Bussolengo, Fumane, Negrar e Noventa Padovana. È un segnale della rilevanza delle strutture amministrative e della continuità del lavoro sui dati, non una prova che i territori minori abbiano più irregolarità.

Conta anche il tempo. Nel prospetto CGIA, il contributo di Verona passa da 175.104 euro nel 2016 a 32.905 nel 2023; Venezia da 24.623 a 22.416; Vicenza da 60.757 a 14.430. Le oscillazioni non consentono di dedurre un andamento dell’evasione: possono dipendere da pratiche maturate in anni diversi, esiti dell’accertamento e tempi di riscossione. Il dato corretto da estrarre è un altro: la partecipazione comunale non produce entrate lineari e programmabili come una tariffa. Per programmare personale e bilancio servono quindi basi più stabili dell’attesa di un recupero occasionale.

Che cosa cambia per residenti e imprese

Per chi paga regolarmente, il tema riguarda l’equità delle regole e la qualità delle informazioni pubbliche, non una nuova procedura da affrontare allo sportello. I Comuni non possono usare una segnalazione qualificata per modificare automaticamente l’imposta di un cittadino: restano le garanzie, gli atti formali e le possibilità di chiarimento previste dal sistema tributario. Per le imprese, invece, il punto operativo è tenere coerenti registrazioni, domicilio fiscale, titoli di utilizzo degli immobili e comunicazioni amministrative. Una pratica edilizia o un dato anagrafico non deve essere visto come un allarme in sé, ma come parte di un insieme che deve risultare coerente.

Per le amministrazioni, il dato suggerisce una domanda pratica: conviene avere un ufficio isolato in ogni Comune oppure condividere competenze, formazione e analisi dei dati su scala di Unione o area vasta? Il dossier nazionale non fornisce una ricetta unica, ma il Veneto — fatto di molti Comuni piccoli — è un territorio nel quale la risposta organizzativa pesa più di uno slogan. Lo stesso ragionamento vale quando gli enti lavorano insieme per sostenere l’economia locale: nel Pordenonese, per esempio, il bando per le micro e piccole imprese del Distretto Sile Meduna coinvolge sei Comuni. Obiettivi e strumenti sono diversi, ma la lezione amministrativa è simile: la collaborazione può rendere praticabile ciò che per un singolo ufficio sarebbe troppo oneroso.

Il numero di 26 Comuni non dimostra che gli altri 534 ignorino i tributi o non facciano controlli sui propri tributi locali. Dimostra invece che la partecipazione formale all’accertamento erariale, nel perimetro specifico delle segnalazioni qualificate, è ancora ristretta. Per trasformarla in una politica territoriale servono dati condivisi, addetti preparati, procedure verificabili e un monitoraggio pubblico che distingua sempre fra segnalazioni inviate, accertamenti definiti e somme effettivamente riscosse. Solo così il dibattito può uscire dai titoli e misurare un risultato che interessa tanto i bilanci comunali quanto chi vive e lavora in Veneto.


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