#Finsubito news dalla rete – ‘ballano’ 29 miliardi. La doppia partita di Meloni con Bruxelles e il voto sul deficit


Roma, 11 ottobre 2026 – Tre operazioni di flessibilità, ma non tre assegni da spendere. Attorno alla prossima manovra si intrecciano la clausola europea per energia e difesa, la richiesta aggiuntiva di tenere conto dell‘inflazione e l’autorizzazione parlamentare allo scostamento di bilancio.

Il punto decisivo è che la prima e la terza riguardano gli stessi 29 miliardi, mentre la seconda potrebbe eventualmente aprire altri margini, ma non è stata ancora accolta né quantificata. Una distinzione fondamentale per comprendere la strategia di Giorgia Meloni: ottenere più spazio per sostenere l’economia senza abbandonare la disciplina di bilancio. E per capire perché, nonostante le cifre annunciate, Giancarlo Giorgetti continui a frenare le richieste di spesa della maggioranza.

La clausola europea su energia e difesa

La prima operazione è la più concreta. L’Italia ha chiesto di utilizzare la clausola nazionale di salvaguardia, nata per la difesa ed estesa alla sicurezza energetica, per spendere fino a 28,8 miliardi in più nel biennio 2027-2028: circa 14,4 miliardi per ciascun settore, distribuiti sui due anni. La Commissione europea ha espresso l’8 ottobre una valutazione positiva sulla sostenibilità dell’operazione. Manca ancora il via libera definitivo del Consiglio dell’Ue. Ma attenzione: non sono finanziamenti regalati da Bruxelles. È il permesso di aumentare temporaneamente determinate spese, anche ricorrendo a maggiore deficit, senza violare per questo il percorso europeo concordato.

Il limite

C’è però un limite sostanziale: non tutto ciò che riguarda l’energia può essere finanziato attraverso questa deroga. Bruxelles ammette investimenti per reti, rinnovabili, accumuli, efficienza e riduzione della dipendenza dai combustibili fossili, ma esclude i tagli generalizzati delle accise e i semplici sussidi destinati a compensare i rincari. La flessibilità può dunque finanziare la sicurezza energetica di domani, non automaticamente il pieno di benzina di oggi. Una distinzione che spiega anche perché Palazzo Chigi continui a cercare altre leve, dalla pressione sulle compagnie petrolifere al meccanismo delle accise mobili.

L’effetto inflazione

Il secondo fronte è politicamente più ambizioso, ma anche più incerto. Meloni ha scritto a Ursula von der Leyen chiedendo di considerare gli effetti dell’inflazione sulle regole europee di bilancio. Il ragionamento è semplice: il Patto fissa un limite alla crescita della spesa pubblica in termini nominali, ma quel limite era stato concordato quando si prevedevano prezzi molto più bassi. Se l’inflazione fa aumentare automaticamente pensioni e altre prestazioni, lo Stato finisce per consumare spazio di bilancio senza avere deciso nuove misure. Giorgetti chiede quindi una “corretta interpretazione” delle regole, non formalmente la sospensione del Patto. Su questa seconda operazione non esiste però alcuna cifra acquisita. La Commissione ha promesso approfondimenti, ma Valdis Dombrovskis ha avvertito che “non possiamo continuare a introdurre nuove forme di flessibilità fiscale”. Olanda e altri Paesi contrari ad allentamenti generalizzati insistono sulla sostenibilità del debito. La richiesta italiana rimane aperta e il suo eventuale beneficio dipenderà dalle modalità con cui Bruxelles deciderà di valutare gli effetti dell’inflazione. Per Palazzo Chigi, un’interpretazione favorevole significherebbe difendere maggiore spazio per le scelte della manovra senza aprire uno scontro frontale con la Commissione.

Il valore delle leggi di bilancio del governo Meloni

Il valore delle leggi di bilancio del governo Meloni

La terza opzione: lo scostamento di bilancio

Resta la terza operazione, quella dello scostamento di bilancio che martedì 13 ottobre approderà in Parlamento. Anche in questo caso occorre evitare un equivoco: non sono altri 29 miliardi. Camera e Senato devono autorizzare, secondo la Costituzione e la legge sul pareggio di bilancio, l’utilizzo nazionale della stessa deviazione richiesta all’Europa per energia e difesa. Servirà la maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera. Un voto quindi non soltanto contabile, ma anche politico, perché obbligherà la coalizione a presentarsi compatta su una scelta che comporta maggiore indebitamento. La trattativa ha già prodotto un compromesso significativo. Il governo era partito da un’ipotesi di circa 36 miliardi, poi ridotta a 29, soprattutto diminuendo lo spazio destinato alla difesa. Una soluzione accolta favorevolmente dalla Lega, che chiedeva di dare all’emergenza energetica almeno lo stesso peso di quella militare. Guido Crosetto ha escluso contrasti con Meloni e Giorgetti, riconoscendo che “la sicurezza che oggi dobbiamo garantire è anche quella economica delle famiglie”.

La Lega e la “Manovra coraggiosa”

Il confronto nella maggioranza rimane però aperto su un’altra questione. Salvini e l’ala più espansiva della Lega chiedono una manovra “coraggiosa” e contestano l’eccessiva rigidità del vincolo del 3%. Giorgetti considera invece la prudenza indispensabile, mentre Meloni prova a utilizzare la trattativa europea per conciliare le due esigenze. Il Tesoro sa che lo scostamento non cancella il debito: il Dpfp prevede, includendo le spese straordinarie, un deficit al 3,4% nel 2027, mentre il rapporto debito-Pil rimane superiore al 138%.

Irpef e pensioni: che succede

Il risultato è una manovra costruita su due piani. Per energia e difesa si apre uno spazio straordinario, vincolato e temporaneo. Per Irpef, pensioni, giovani e altre misure ordinarie bisogna invece continuare a cercare coperture. L’eventuale riconoscimento degli effetti dell’inflazione potrebbe attenuare questa strettoia, ma non costituisce ancora una risorsa disponibile. Il senso politico dell’intera operazione sta nella scelta di Meloni di non contrapporre apertamente crescita e disciplina fiscale, cercando piuttosto di modificare i margini entro cui la seconda viene applicata. Una strategia che può consentire al governo di sostenere investimenti e fronteggiare lo shock energetico, ma che non risolve automaticamente il problema delle promesse fiscali della maggioranza. La differenza fra poter spendere di più e poter finanziare qualunque misura resta il vero confine della manovra.


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