#Finsubito news dalla rete – Agricoltura, la battaglia europea di Meloni e Lollobrigida parte dagli investimenti in Italia


La difesa della Politica agricola comune assume un significato diverso se la si guarda insieme alle scelte compiute dal governo in Italia. Il passaggio favorevole nel negoziato europeo arriva dopo il rafforzamento delle risorse per le filiere, il fotovoltaico sui tetti delle aziende, le infrastrutture irrigue e l’accesso alla terra. È su questo terreno che Giorgia Meloni e Francesco Lollobrigida possono sostenere una linea politica riconoscibile: l’agricoltura deve restare una priorità economica dell’Europa, anche mentre aumentano le esigenze di spesa per difesa, tecnologia e sicurezza.

La proposta della presidenza irlandese del Consiglio Ue per il bilancio 2028-2034 offre un primo riscontro. A fronte di una riduzione complessiva di 141 miliardi rispetto alle richieste della Commissione, il sostegno al reddito agricolo mantiene circa 261 miliardi. La coesione guadagna invece 5,2 miliardi, raggiungendo quota 410 miliardi. Sono cifre di una trattativa ancora aperta: rappresentano una posizione da consolidare, non fondi già assegnati. E i 261 miliardi riguardano l’intera Unione, non la sola Italia.

Il risultato politico consiste nell’aver contribuito a difendere queste due grandi politiche europee dentro una discussione dominata dalla pressione sui conti. Fratelli d’Italia richiama l’iniziativa di Meloni insieme a un gruppo di 17 Paesi per evitare che le nuove priorità penalizzassero agricoltura e territori. La tutela prevista dal testo negoziale va nella direzione sostenuta dal governo italiano, pur essendo il frutto di un confronto che coinvolge molti Stati.

Per comprendere la sostanza della strategia italiana bisogna partire dal Pnrr. La ricognizione aggiornata del ministero dell’Agricoltura indica circa 8,9 miliardi di risorse di propria competenza, contro i circa 3,7 miliardi della dotazione iniziale del 2021. Un primo aumento aveva portato il totale a 6,5 miliardi con la revisione del 2023; la riprogrammazione del novembre 2025 lo ha ulteriormente rafforzato. Il governo ha dunque utilizzato le revisioni del Piano per accrescere il peso degli investimenti agricoli. Si tratta di dotazioni finanziarie, la cui efficacia va misurata anche attraverso l’avanzamento dei progetti e la spesa effettiva.

Una scelta rilevante riguarda il Fondo rotativo per i contratti di filiera, passato da 2 a 4 miliardi. Nella stessa ricognizione figurano 552 milioni per la logistica agroalimentare e degli altri settori interessati, e 880 milioni per la resilienza dell’agrosistema irriguo. Sono interventi su passaggi decisivi della produzione: organizzare meglio i rapporti tra imprese, movimentare le merci, disporre di acqua quando serve.

Il valore dei contratti di filiera sta nella possibilità di collegare investimenti che, se affrontati separatamente, rischiano di perdere efficacia. Un produttore può migliorare la propria azienda, ma il vantaggio si riduce se mancano strutture adeguate di trasformazione, conservazione o distribuzione. La politica pubblica può aiutare a superare questa frammentazione. Per le imprese agricole, spesso piccole, significa avere maggiori possibilità di partecipare a programmi di investimento condivisi.

L’altro capitolo concreto è l’Agrisolare. La misura sostiene impianti fotovoltaici sugli edifici produttivi agricoli e agroindustriali, evitando il consumo di suolo. È una risposta al problema dei costi energetici che cerca di tenere insieme produzione alimentare e produzione elettrica.

Secondo il Masaf, nel marzo 2026 risultavano finanziati oltre 23 mila progetti; il ministero ha inoltre annunciato il rafforzamento della misura con circa 800 milioni aggiuntivi. Lollobrigida ne ha rivendicato l’impostazione indicando l’obiettivo di rendere le imprese «sempre più competitive sui mercati e in grado di investire in qualità». Il numero dei progetti finanziati documenta la partecipazione alla misura, mentre i benefici economici dipendono dalla realizzazione degli impianti e dal loro utilizzo.

Accanto agli investimenti, il governo è intervenuto sulle difficoltà immediate. Il decreto Agricoltura del 2024 ha previsto misure sul credito e sulla moratoria dei mutui, sostegni per produzioni colpite da danni e interventi sulle emergenze della peste suina africana e del granchio blu. Ha inoltre regolato l’installazione del fotovoltaico a terra nelle aree agricole. Un insieme di provvedimenti che affronta problemi differenti, accomunati dalla necessità di preservare la capacità produttiva delle aziende.

C’è poi la questione del ricambio generazionale. Gli strumenti Ismea operativi durante questa legislatura intervengono su due ostacoli: acquistare la terra e finanziare lo sviluppo dell’impresa. “Generazione Terra” può finanziare fino al 100% del prezzo di acquisto dei terreni per i giovani che rispettano i requisiti; “Più Impresa” sostiene il subentro e l’ampliamento di aziende guidate da giovani e donne, con piani di investimento fino a 1,5 milioni di euro. Sono strumenti da valutare sull’accessibilità e sulle iniziative che riescono effettivamente a sostenere.

Questa politica incontra il lavoro di Raffaele Fitto sulla coesione. La proposta europea per il prossimo settennio punta su Piani di partenariato nazionali e regionali, maggiore coordinamento dei finanziamenti e partecipazione delle autorità territoriali. Per le campagne, il collegamento ha un’utilità evidente: gli investimenti aziendali hanno bisogno di infrastrutture e servizi che superano i confini della singola impresa.

La revisione della coesione promossa dalla Commissione comprende resilienza idrica, energia, competitività e abitazioni accessibili. Fitto ha descritto l’obiettivo come quello di «sbloccare il potenziale di ogni territorio». Per le aree rurali italiane può significare creare condizioni migliori per chi vuole restare, lavorare e avviare un’attività.

Resta una battaglia da completare. Lollobrigida contesta il taglio di 2,5 miliardi alla riserva europea per le emergenze agricole: preservare gli aiuti ordinari, indebolendo la risposta alle crisi, lascerebbe una vulnerabilità importante.

Il governo può quindi rivendicare il rafforzamento degli investimenti nazionali e un passaggio negoziale europeo favorevole. La prova successiva sarà trasformare queste scelte in aziende più solide, pagamenti tempestivi e opere funzionanti. È lì che la difesa della Pac e la nuova coesione dovranno dimostrare il proprio valore, nei bilanci delle imprese e nella vita dei territori.


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