Roma – Conti pubblici sul filo del rasoio: la Corte dei conti svela la verità sulla manovra e sul debito record
Il picco del debito pubblico slitta al 2027 toccando il 138,5% del Pil, frenato dall’eredità del Superbonus. Nel Documento programmatico arrivano le clausole per difesa ed energia, ma mancano i dettagli sulle coperture
L’indebitamento netto dell’Italia riuscirà a scendere sotto il parametro europeo del 3 per cento già nell’anno in corso, attestandosi al 2,9 per cento del Pil, ma la discesa del debito pubblico subisce un brusco rinvio, vedendo il proprio picco slittare al 2027 al 138,5 per cento a causa del trascinamento di cassa dei bonus edilizi, dell’aumento dei tassi e del ricorso alla flessibilità europea per finanziare spese militari e approvvigionamenti energetici.
È questo il quadro delineato a Roma, dinanzi alle Commissioni riunite Bilancio della Camera e del Senato, dalle Sezioni riunite in sede di controllo della Corte dei conti nel corso dell’audizione preliminare all’esame del Documento programmatico di finanza pubblica (DPFP) 2026. La magistratura contabile ha evidenziato come l’intero impianto di finanza pubblica si muova lungo un crinale particolarmente stretto, sospeso tra il rispetto dei nuovi vincoli comunitari di spesa netta e l’assenza di dettagli analitici sulle coperture e sulle misure settoriali della prossima manovra di bilancio.
TENSIONI GEOPOLITICHE, COMMERCIO MONDIALE E DINAMICHE DELL’INFLAZIONE
Il contesto internazionale è appesantito dal persistere del conflitto in Ucraina, dalle difficoltà di navigazione nello Stretto di Hormuz e dalle ripercussioni dello scontro bellico in Iran esploso oltre sei mesi fa. Tali criticità hanno compresso le forniture energetiche mondiali, spingendo il Brent stabilmente sopra i 100 dollari al barile, un rincaro superiore al 50 per cento rispetto ai livelli pre-crisi, mentre la quotazione europea del gas al TTF ha superato a metà settembre gli 80 euro al megawattora, più che raddoppiando i valori precedenti alle tensioni in Medio Oriente.
Ciononostante, l’attività produttiva globale ha mostrato una parziale resilienza trainata dagli investimenti tecnologici. Sul fronte delle relazioni commerciali, l’intesa tra Stati Uniti e Unione europea ha fissato al 15 per cento il limite alla prevalenza dell’export comunitario verso il mercato nordamericano su settori come autoveicoli e prodotti farmaceutici brevettati, preservando assetti più rigidi per acciaio e alluminio. I dati del Central Plan Bureau registrano nei primi sette mesi del 2026 una divaricazione tra scambi internazionali, saliti del 5,7 per cento tendenziale, e produzione industriale globale, ferma a un incremento dell’1,9 per cento. L’OCSE stima per l’anno in corso un Pil mondiale in progresso del 2,9 per cento (un decimo in più rispetto a giugno), con gli Stati Uniti al 2,2 per cento grazie agli investimenti nell’intelligenza artificiale che arginano la flessione dei consumi, mentre la Cina rallenta al 4,5 per cento per effetto della crisi immobiliare e della debolezza interna. Nell’Eurozona il Pil è atteso in risalita all’1 per cento (+0,2 punti percentuali sulle stime precedenti).
Le fiammate energetiche hanno alimentato i prezzi alla produzione nell’area euro, saliti ad agosto dell’8,2 per cento su base annua (+21 per cento per il comparto energetico), e i prezzi industriali all’importazione (+8,2 per cento tendenziale e +1 per cento congiunturale). L’inflazione armonizzata europea (IPCA) è rimbalzata al 3,8 per cento a settembre, a fronte di una componente di fondo al 2,2 per cento e di aspettative di medio periodo coerenti con il target del 2 per cento stabilito dalla BCE, la quale ha reagito con due strette monetarie a giugno e settembre, alzando i tassi di riferimento di 50 punti base complessivi e portando il tasso sui depositi al 2,5 per cento.
L’ECONOMIA ITALIANA NEL CONTESTO EUROPEO TRA INVESTIMENTI E FRENATA DEI CONSUMI PUBBLICI
L’Italia si trova in una fase ciclica successiva al marcato rimbalzo post-pandemico, caratterizzata da un ritmo di crescita moderato e allineato ai partner continentali. Ponendo a 100 la media del 2020 a valori concatenati, nel secondo trimestre del 2026 il Pil reale italiano si è posizionato a 118,7, superando la Francia (114,7) e la Germania (106,5), pur rimanendo alle spalle della Spagna (126,4).
La voce trainante è rappresentata dagli investimenti lordi, il cui indice ha toccato quota 150,5, staccando Madrid di circa 20 punti, Parigi di circa 40 punti e registrando un andamento opposto rispetto a Berlino, che arretra di circa 4 punti rispetto al 2020. I consumi pubblici italiani evidenziano invece un profilo più compresso: l’indice nazionale si colloca a circa 5 punti al di sotto di quello tedesco e ad almeno 10 punti rispetto a Spagna e Francia.
I dati Istat del 5 ottobre confermano l’andamento espansivo: il Pil ha registrato incrementi congiunturali dello 0,3 per cento nel primo trimestre e dello 0,2 per cento nel secondo, portando la crescita acquisita per il 2026 allo 0,8 per cento (due decimi sopra il DFP di aprile). Gli indici di fiducia economica di settembre mostrano una tenuta generale, pur evidenziando una flessione per famiglie, costruzioni e servizi, a fronte di un lieve recupero della manifattura.
REVISIONE DEI CONTI ECONOMICI NAZIONALI E AGGIORNAMENTO DEL PIL
Il DPFP recepisce le revisioni Istat diffuse il 22 settembre, che hanno rideterminato all’insù la crescita economica degli anni scorsi: il Pil 2024 è salito all’1,1 per cento (+0,3 punti), mentre il 2025 è stato corretto allo 0,6 per cento (+0,1 punti).
COMPORTAMENTI DI SPESA DELLE FAMIGLIE E RIPRESA DEGLI INVESTIMENTI
La spesa per consumi delle famiglie residenti è prevista salire dell’1,2 per cento nel 2026 (+0,4 punti sul DFP), sostenuta dalla tenuta occupazionale e dai salari nominali, pur dovendo fronteggiare la risalita dei prezzi. I consumi della Pubblica Amministrazione crescono dello 0,5 per cento. Nel primo semestre 2026 la spesa delle famiglie è aumentata dell’1,1 per cento rispetto all’anno precedente. Nel secondo trimestre il reddito disponibile è salito dello 0,4 per cento su base congiunturale a fronte di consumi in espansione dell’1,7 per cento; la propensione al risparmio è calata al 6,7 per cento (-1,2 punti) e, con un deflatore dei consumi all’1,4 per cento, il potere d’acquisto reale è sceso dello 0,9 per cento.
Gli investimenti fissi lordi nel 2026 salgono al 2,8 per cento (+0,9 punti percentuali rispetto al quadro tendenziale di aprile), spinti dalle fasi conclusive dei cantieri PNRR per opere non residenziali e infrastrutture. Nei primi sei mesi dell’anno gli investimenti sono cresciuti del 4,1 per cento tendenziale, con picchi nei mezzi di trasporto (+7,5 per cento), abitazioni (+4,6 per cento) e fabbricati non residenziali (+4,4 per cento). Nel secondo trimestre l’espansione congiunturale ha rallentato allo 0,2 per cento (dall’1 per cento del primo trimestre), mentre la quota di profitto delle società non finanziarie è scesa di 0,2 punti e il tasso di investimento ha toccato il picco pluriennale del 26,4 per cento.
COMMERCIO CON L’ESTERO E IL NODO DELLE RAGIONI DI SCAMBIO
Le previsioni per il 2026 incorporano un’accelerazione degli scambi esteri in linea con l’incremento del commercio globale, ipotizzato al 5,1 per cento rispetto all’1,9 per cento di aprile. L’export cresce del 3,2 per cento (dallo 0,9 per cento), mentre le importazioni salgono al 3,9 per cento (dal 2,3 per cento).
Tuttavia, l’aumento dei flussi reali sconta il deterioramento delle ragioni di scambio (-0,9 per cento): il deflatore delle importazioni (+4,1 per cento) supera nettamente quello delle esportazioni (+3,2 per cento), aumentando l’onere degli acquisti dall’estero. Nei primi sette mesi dell’anno l’export a prezzi correnti è salito del 4,6 per cento e l’import del 4,3 per cento, portando il surplus commerciale a 32,9 miliardi (da 30,6 miliardi).
Le vendite estere risultano concentrate su metalli di base (+26,4 per cento), prodotti petroliferi raffinati (+24 per cento) e autoveicoli (+8 per cento). Le importazioni hanno visto incrementi diffusi su petroliferi raffinati (+28,1 per cento), elettronica (+17,6 per cento), metalli (+15,8 per cento) e mezzi di trasporto (+8,2 per cento).
MERCATO DEL LAVORO, OCCUPAZIONE E ANDAMENTO DEI PREZZI
Il mercato del lavoro evidenzia indicatori favorevoli: il numero di occupati nel 2026 crescerà dell’1,2 per cento (+0,7 punti rispetto ad aprile), mentre il tasso di disoccupazione si attesterà al 5,7 per cento, al di sotto della media continentale. Sul fronte dei prezzi, il deflatore dei consumi familiari è stimato al 3 per cento (due decimi in più del DFP), mentre il deflatore del Pil si ferma all’1,7 per cento per via dei maggiori costi all’importazione. Nel 2027 il quadro tendenziale prospetta una crescita del Pil reale ridotta allo 0,6 per cento, con la domanda interna che apporta 0,5 punti percentuali, i consumi delle famiglie frenati allo 0,5 per cento e investimenti allo 0,8 per cento; l’export e l’import saliranno rispettivamente del 2,2 e del 2,7 per cento, con un apporto negativo della domanda estera netta pari a -0,1 punti. Nel triennio 2027-2029 il Pil tendenziale avanzerà a un ritmo medio annuo inferiore di due decimi rispetto al 2026, attestandosi allo 0,8 per cento nel 2028 e 2029.
L’ATTIVAZIONE DELLA CLAUSOLA NAZIONALE DI SALVAGUARDIA E IL QUADRO PROGRAMMATICO
Il quadro programmatico introduce il ricorso alla clausola di salvaguardia nazionale (NEC) per finanziare spese eccezionali legate alla difesa e alla sicurezza energetica. Il Governo prevede di richiedere spazi di bilancio pari a 0,3 punti di Pil annui per la difesa e ulteriori 0,3 punti per l’energia nel biennio 2027-2028, per un impiego complessivo di 0,6 punti percentuali di Pil all’anno (circa 14,4 miliardi di euro nel biennio per ciascuna finalità), a fronte di un potenziale massimo teorico consentito dalle norme europee pari a 1,5 punti di Pil (circa 36 miliardi).
Grazie a queste risorse, la crescita programmatica del Pil reale è stimata allo 0,8 per cento nel 2027 (+0,2 punti sul tendenziale), allo 0,9 per cento nel 2028 (+0,1 punti) e allo 0,8 per cento nel 2029. Gli investimenti programmatici beneficiano di una spinta addizionale, salendo al 2,2 per cento nel 2027, all’1,5 per cento nel 2028 e allo 0,7 per cento nel 2029 (contro una media dello 0,8 per cento nel tendenziale). Sul piano strutturale, lo scenario programmatico prevede nel 2029 oltre 800 mila occupati in più rispetto al 2025, con i redditi interni da lavoro dipendente che supereranno i 1.000 miliardi di euro (+13 per cento cumulato), a beneficio di Irpef e contributi. La spesa delle famiglie a valori correnti salirà mediamente del 2,3 per cento tra il 2026 e il 2029, alimentando le imposte indirette.
PRODUTTIVITÀ E INNOVAZIONE: LE SFIDE APERTE DOPO IL PNRR
Il documento governativo attribuisce alla spinta del PNRR uno scostamento positivo di 2 punti percentuali di Pil reale nel 2026, ma la quantificazione puntuale degli effetti delle singole riforme resta di complessa scomposizione. Nonostante l’avanzamento degli investimenti, la produttività oraria del lavoro nel secondo trimestre 2026 ha segnato un arretramento sia rispetto al 2025 (-0,5 per cento) sia rispetto al quarto trimestre pre-Covid del 2019 (-1,5 per cento).
I cali hanno colpito la manifattura (-3,2 per cento sul 2019) e i servizi (-2,3 per cento), a fronte di una dinamica positiva nelle sole costruzioni. Permangono criticità anche sul fronte delle competenze: nel 2025 la quota di occupati tra i 20 e i 64 anni con titolo di studio terziario si è attestata al 26 per cento, 15 punti percentuali sotto la media dell’Eurozona e 20 punti dietro Spagna e Francia. Sul versante dell’innovazione, pur crescendo l’adozione di intelligenza artificiale nelle PMI, il divario con le grandi imprese resta ampio.
L’INDEBITAMENTO NETTO E I SALDI DI FINANZA PUBBLICA A LEGISLAZIONE VIGENTE
Le stime Istat sui conti 2024-2025 hanno comportato lievi correzioni: l’indebitamento 2024 è salito a 74,8 miliardi (da 73,8) per maggiori investimenti pubblici (+1,1 miliardi) e contributi (+0,9 miliardi), con saldo primario a 10,6 miliardi (da 11,7); nel 2025 il deficit si è attestato a 69,7 miliardi (da 69,4) con saldo primario a 17,4 miliardi (da 17,8) e investimenti aumentati di 7,6 miliardi. In rapporto al Pil, il deficit è rimasto al 3,1 per cento nel 2025 (dopo il 3,4 del 2024). Nel 2026 l’indebitamento netto a legislazione vigente è atteso al 2,9 per cento del Pil (-0,2 punti sul 2025), scendendo per la prima volta sotto il tetto europeo del 3 per cento.
Il deficit nominale si contrae a 68,03 miliardi (-1,7 miliardi), mentre il saldo primario migliora di 11,4 miliardi toccando 28,84 miliardi (1,2 per cento del Pil). Questo risultato assorbe il marcato incremento degli interessi passivi, previsti a 96,88 miliardi (4,2 per cento del Pil, in salita di 9,7 miliardi).
Le entrate complessive 2026 crescono di 39,1 miliardi (+3,6 per cento), spinte dalla componente corrente (+37,4 miliardi, di cui 18 miliardi di tributi e 10,2 miliardi di contributi), portando la pressione fiscale al 43 per cento (era 42,9 per cento nel 2025).
GESTIONE DEL BILANCIO DELLO STATO E TENDENZE DI CASSA NEI PRIMI OTTO MESI DEL 2026
I dati contabili a tutto agosto 2026 mostrano una flessione degli stanziamenti di bilancio dello Stato dello 0,8 per cento rispetto al dato finale del 2025, al netto delle partite verso Next Generation EU, delle risorse Ecobonus e dell’assestamento. Rispetto ai primi otto mesi del 2025, gli stanziamenti crescono di 4,3 miliardi (da 770,6 a 774,9 miliardi): la spesa corrente sale di 13,36 miliardi (primaria +10,7 miliardi, interessi +2,6 miliardi), con incrementi su stipendi (+1,7 miliardi) e trasferimenti alle famiglie (+1,2 miliardi). Gli stanziamenti in conto capitale scendono invece di 9,1 miliardi (da 92,8 a 83,8 miliardi), penalizzati dal taglio ai contributi alle imprese (-6,4 miliardi) e alla PA (-3,2 miliardi). Gli impegni di competenza nei primi otto mesi salgono a 449,8 miliardi (da 446,9), con la spesa corrente primaria a 322,6 miliardi (da 316,7) e gli interessi a 80,2 miliardi (da 78,1), a fronte di impegni in conto capitale scesi a 47,1 miliardi (da 52).
IL MONITORAGGIO DELLA SPESA NETTA E I SALDI STRUTTURALI
La spesa netta finanziata a livello nazionale rappresenta la metrica cardine del Patto europeo. La Corte dei conti lamenta la carenza di dati assoluti nel DPFP, limitato a percentuali di Pil. Le stime mostrano per il 2024 e il 2025 una spesa netta al -1,8 e +1,5 per cento (rispetto a tetti del -1,9 e +1,3), con una variazione cumulata del -0,3 per cento (tetto a -0,7 per cento). I saldi debitori sul conto di controllo restano comunque inferiori alla franchigia annua dello 0,3 per cento e cumulata dello 0,6 per cento di Pil. Nel 2026 la spesa netta avanza dell’1,6 per cento (allineata alla raccomandazione), con un tasso cumulato dell’1,2 per cento contro lo 0,9 raccomandato. Tra i fattori correttivi, la spesa per disoccupazione legata alla fase ciclica peggiora l’indicatore di 0,3 punti di Pil, mentre agiscono da scomputo i fondi UE (0,9 punti), i cofinanziamenti (0,3 punti), le una tantum (0,2 punti) e le misure discrezionali di entrata (DRM) per 0,1 punti di Pil (erano 0,9 punti nel 2025 applicando la metodologia UE sul drenaggio fiscale).
L’ANALISI DEL DEBITO PUBBLICO E LE TENSIONI SUI MERCATI FINANZIARI
Il rapporto debito/Pil è stato ricalcolato al 134,3 per cento nel 2024 e al 136,7 per cento nel 2025 grazie alla rivalutazione Istat del Pil nominale (+8,9 miliardi nel 2024 e +7 miliardi nel 2025). Nel 2026 il rapporto scenderà al 138,1 per cento (-0,5 punti rispetto al DFP). Tuttavia, il profilo programmatico evidenzia una nuova risalita al 138,5 per cento nel 2027, per poi invertire la rotta al 137,9 per cento nel 2028 e al 136,3 per cento nel 2029 (contro il 134,9 previsto inizialmente dal PSB). L’inversione di tendenza della curva del debito viene così rinviata dal 2027 al 2028. A spingere al rialzo il debito nel quadriennio 2024-2027 sono l’effetto valanga (snow-ball), tornato positivo per via del divario tra costo del debito e crescita nominale, e gli aggiustamenti stock-flussi, che ammontano a ben 160 miliardi di euro a causa dello sfasamento tra competenza economica e cassa dei crediti fiscali del Superbonus (+1 punto di Pil nel 2024 e +2,6 nel 2025). La discesa nel biennio 2028-2029 (-1,9 punti di Pil) sarà resa possibile dal riassorbimento del problema di cassa dei bonus edilizi, che compenserà i 9,3 punti di pressione al rialzo derivanti dai tassi con la crescita reale (+2,3 punti), l’inflazione (+5 punti) e il saldo primario (+3,8 punti).
LE ENTRATE FISCALI E IL CONTRASTO ALL’EVASIONE TRIBUTARIA
Nel 2026 le entrate tributarie delle Pubbliche Amministrazioni si attesteranno a 683,8 miliardi (+5,1 miliardi sul DFP), salendo a 705,1 miliardi nel 2027, 720,9 nel 2028 e 743,2 nel 2029. Le entrate contributive passeranno a 316 miliardi nel 2026 (da 305,8 nel 2025), fino a 344 miliardi nel 2029. Rispetto al 2025, i tributi crescono nel 2026 di 18 miliardi (+2,7 per cento). Nei primi otto mesi del 2026 le entrate tributarie erariali accertate hanno raggiunto 398,8 miliardi (+10,1 miliardi, +2,6 per cento): le dirette salgono a 227 miliardi (+2,7 per cento, trainando il 60 per cento della crescita) e le indirette a 171,8 miliardi (+2,4 per cento).
L’IRPEF sale a 158,6 miliardi (+2,8 per cento), spinta dalle ritenute sui dipendenti pubblici (+5 per cento a 65,6 miliardi per rinnovi e arretrati; la retribuzione contrattuale oraria PA è salita a 113,6 ad agosto da 110,6 di dicembre 2025) e privati (+2,3 per cento a 70,1 miliardi; retribuzione oraria a 113,5 da 111,5). L’IRES arretra a 29,2 miliardi (-1,1 per cento), con il saldo a -12,5 per cento e l’acconto di agosto a -40,4 per cento.
Le ritenute bancarie su interessi calano del 60,7 per cento (-2,7 miliardi), mentre salgono le imposte su capital gains (+8,1 per cento a 2,8 miliardi), dividendi (+6,8 per cento a 5,1 miliardi) e fondi pensione (+54,2 per cento a 2,3 miliardi). L’IVA cresce di 4,5 miliardi (+3,9 per cento a 120,7 miliardi), sostenuta dagli scambi interni (+3,2 per cento) e dalle importazioni (+9,8 per cento). L’imposta di bollo cala del 5,3 per cento a 7,8 miliardi per via della concentrazione nel 2025 del prelievo sulle polizze vita. Le accise calano di 0,8 miliardi: -7,6 per cento sui prodotti energetici (15,1 miliardi) e -12,6 per cento sull’energia elettrica, a fronte di un balzo del 42,6 per cento per il gas da riscaldamento (2,3 miliardi). Il tax gap stimato per il 2023 si attesta tra 107,9 e 112,8 miliardi, ma la propensione all’evasione scende al 17,1-17,3 per cento. Le entrate da controlli nei primi otto mesi 2026 raggiungono 11,3 miliardi (+6,6 per cento). L’obbligo di collegamento POS-registratori telematici da gennaio 2026 ha prodotto nei primi 9 mesi un incremento di 267,5 milioni di scontrini (+1,9 per cento) e 13,5 miliardi di imponibile (+4,1 per cento). Sul catasto, le ortofoto coprono il 96 per cento del Paese, con 20 mila lettere per immobili fantasma e 21.600 avvisi di compliance su fabbricati riqualificati con fondi pubblici.
CARBURANTI: TRA EMERGENZA, RIALLINEAMENTO E NUOVO REGIME DEL BOLLO AUTO
La politica sulle accise ha seguito due direttrici: da un lato il riallineamento strutturale tra benzina e gasolio a 672,90 euro per mille litri (in precedenza 617,40 per il gasolio e 728,40 per la benzina) per tagliare i sussidi ambientalmente dannosi; dall’altro la gestione emergenziale tramite decreti (d.l. 21 e d.l. 33 prorogato in otto fasi sino al 5 ottobre con un costo di 2,3 miliardi). Nei primi otto mesi del 2026 i consumi di benzina sono saliti del 4,9 per cento, mentre il gasolio è sceso del 3,9 per cento (-7,1 per cento extra-rete e -1,6 per cento in rete).
Dal 6 ottobre il taglio generalizzato delle accise è cessato ed è stato introdotto il blocco del bollo auto per il 2027 per alcune categorie (d.l. 162/2026). La Corte osserva come la riduzione indifferenziata delle accise risulti distorsiva e onerosa, suggerendo misure mirate a redditi bassi e trasportatori, analogamente a Francia (bonus per lavoratori pendolari “grands rouleurs”), Germania (bonus aziendale esente fino a 1.000 euro e taglio di 17 centesimi), Spagna (IVA carburanti al 10 per cento) e Regno Unito (congelamento Fuel Duty e sgravi red diesel).
INVESTIMENTI PUBBLICI: DAL PICCO DEL 2026 AL RISCHIO RALLENTAMENTO
Gli investimenti fissi lordi della Pubblica Amministrazione raggiungono il picco nel 2026 con 93,68 miliardi (4 per cento del Pil), dopo gli 88,58 miliardi del 2025, per poi scendere a 92,18 miliardi nel 2027, 88,47 nel 2028 e stabilizzarsi a 88,80 miliardi nel 2029 (3,5 per cento del Pil). Nel medio periodo il peso degli investimenti pubblici sul totale dell’economia è salito dal 13 per cento del 2019 al 17,8 per cento del 2025. La composizione vede le Amministrazioni locali scendere dal 2,3 per cento di Pil nel 2026 all’1,6 nel 2029, scontando la chiusura del PNRR e tagli alle risorse nazionali superiori a 8 miliardi per il 2027-2034. Al contrario, le Amministrazioni centrali aumenteranno la spesa dall’1,7 all’1,9 per cento del Pil (da 39,1 miliardi nel 2025 a 47,5 nel 2029, con picco nel 2027 a +13,9 per cento), spinti da armamenti, ferrovie e infrastrutture. Nei primi otto mesi del 2026 i pagamenti per investimenti diretti dello Stato scendono a 9,38 miliardi (-7,9 per cento sul 2025), concentrati per l’85 per cento in difesa, mobilità e infrastrutture (trasferimenti ad Anas in aumento, mentre calano RFI e Terzo Valico dei Giovi).
Gli investimenti degli enti territoriali nei primi otto mesi salgono invece a 24,7 miliardi (+15,9 per cento), guidati dai Comuni (+18,1 per cento a 15,3 miliardi), con crescite marcate a Sud (+29,4 per cento), Isole (+29,7 per cento) e grandi città (+27,6 per cento a 2,5 miliardi, guidate da Napoli con 301,8 milioni, Bari con 202,2 milioni e Milano con 421,8 milioni). Il modello previsivo Holt-Winters stima per i Comuni una spesa totale annua 2026 pari a 25,3 miliardi (+15,5 per cento), con il consueto addensamento nel quarto trimestre (8 miliardi). Il monitoraggio dei grandi soggetti centrali evidenzia come dieci enti assorbano 44,87 miliardi di trasferimenti statali (2022-2026), dominati da RFI (27,96 miliardi) e ANAS (9,91 miliardi). Sui progetti censiti nel sistema MOP, RFI ha erogato il 45 per cento dei 284,5 miliardi finanziati, e ANAS il 25 per cento di 161,4 miliardi. Sulla piattaforma ReGiS per il PNRR, i sette principali attuatori hanno speso 16,44 miliardi su 55,2 miliardi finanziati (29,8 per cento), con la quota PNRR saldata al 65,5 per cento (16,29 miliardi su 24,87). Infine, l’analisi delle leggi pluriennali di spesa censisce 898 autorizzazioni attive per 480 miliardi nel periodo 2026-2028 e successivi, imperniate su quattro grandi Fondi istituiti a partire dal 2016 per infrastrutture, difesa del suolo, trasporti e sviluppo sostenibile.
IL MONITO CONCLUSIVO DEI GIUDICI CONTABILI SULLA MANOVRA
Nelle considerazioni finali, la Corte dei conti esprime un giudizio improntato alla prudenza: l’extradeficit autorizzato dalle clausole su difesa ed energia evita restrizioni pro-cicliche immediate ma, sommato all’impatto di cassa dei bonus edilizi, rinvia di un anno la discesa del rapporto debito/Pil, esponendo il Paese ai rischi di riprezzamento sui mercati finanziari. Il collegio rimarca come il contenimento della spesa netta concordata a livello europeo rappresenti l’unico vero strumento per preservare la sostenibilità finanziaria. La magistratura contabile censura tuttavia la persistente natura interlocutoria del documento presentato dal Governo, denunciando l’assenza di indicazioni puntuali circa la ripartizione delle risorse, la quantificazione finanziaria delle misure della manovra di bilancio e l’articolazione delle spese in conto capitale per l’energia e la difesa. Un quadro reso ancor più fragile dal ritardo nell’adeguamento formale dell’ordinamento contabile italiano alle nuove regole di governance dell’Unione europea.
Testo dell’audizione sul Documento Programmatico di Finanza Pubblica
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