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| L’astro Glucksmann, l’Europa coi fichi secchi e Bruxelles che attende, la produttività delle AI |
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Alessandro Trocino
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Le primarie in Francia Raphaël Glucksmann ha vinto le primarie del Partito socialista francese e di Place Publique e può essere considerato l’astro nascente della sinistra riformista. Ma sarà vera gloria? Se lo chiede Massimo Nava.
L’Europa coi fichi secchi A parole, più o meno tutti i governi europei si dicono a favore di un’Ue più capace di affrontare le nuove sfide e di non farsi schiacciare da Usa e Cina. Quando, però, si arriva ai fatti, tipo il bilancio settennale in discussione in queste settimane, le cose cambiano, come ci spiega Luca.
Bruxelles attendista o prudente Donald Trump sembra avere abbandonato al suo destino Volodymyr Zelensky e abbracciato Vladimir Putin. L’Europa rischia di restare schiacciata dalla sua debolezza militare e politica. Il suo attendismo è una giusta prudenza o un’inerzia pericolosa?
La produttività delle AI Federico Fubini ha fatto un’incursione tra i produttori di San Francisco e, nella sua newsletter «Whatever it takes» ha fatto due conti: «Un’impresa media negli Stati Uniti o in Italia ha circa 250 mila euro o dollari di fatturato per dipendente; Anthropic invece ha nove milioni di dollari per addetto e OpenAI ne ha 5,6 milioni». Una produttività enorme, che però crea un deserto umano e non pochi pericoli.
La Cinebussola Paolo Baldini analizza «Sotto a chi tocca», terza regia di Giorgio Pasotti, commedia nera e thriller psicologico.
Gianluca Mercuri gmercuri@rcs.it Luca Angelini langelini@rcs.it Elena Tebano etebano@rcs.it Alessandro Trocino atrocino@rcs.it
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| Rassegna francese |
| Le primarie a gauche e la vittoria di Glucksmann, lezione per la sinistra |
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Alla fine Raphaël Glucksmann – lo «stagista» (definizione sprezzante di Ségolène Royal, umiliata ed eliminata) – ha stravinto le primarie del Partito socialista e di Place Publique e può legittimamente candidarsi alle elezioni presidenziali della primavera prossima. Che questa incoronazione di partito, a scapito peraltro del segretario e gran favorito Olivier Faure, significhi automaticamente la trasformazione in condottiero di tutta la sinistra fino alla vittoria è tutta un’altra storia.
Glucksmann propone una sinistra ecologista, europeista, socialdemocratica, che ritrovi l’entusiasmo innovatore della prima presidenza di Emmanuel Macron e la forza della tradizione mitterandiana con lo sperato appoggio dell’ex presidente François Hollande. Ma è una «gauche» che deve fare i conti con la sinistra radicale di Jean-Luc Mélenchon, avanti nei sondaggi, paladino delle piazze in rivolta, osannato dai giovani e da tante categorie di francesi scontenti e arrabbiati. Inoltre Glucksmann ha origini ebraiche, è ardentemente anti putiano come il grande filosofo Andrè, suo padre, sostiene l’Ucraina senza riserve, vanta amicizie con il movimento che scatenò la «rivoluzione delle rose» anti russa in Georgia. Insomma, una carta d’identità politica che può piacere alla sinistra riformista e borghese, ma dispiace alla sinistra più radicale, pacifista, filo palestinese, più vicina al popolo delle periferie e ai giovani immigrati, per lo più musulmani.
Con due guerre in corso, anche in Francia la politica estera entra drammaticamente nel dibattito politico ed è lacerante, soprattutto a sinistra, tanto più che Mélenchon si è più volte duramente espresso contro il sostegno militare all’Ucraina (guadagnandosi l’accusa di filo russo) e contro Israele per il genocidio a Gaza (guadagnandosi l’accusa di antisemitismo).
Tenere insieme queste due anime è un po’ la quadratura del cerchio, peraltro ulteriormente complicata dal meccanismo delle primarie che determinano il vincitore attraverso il voto degli iscritti, ma anche dei simpatizzanti online. C’è stato un flusso inaspettato, un po’ come capitò in Italia a Elly Schlein, che non permette di decifrare al millimetro il reale consenso della base elettorale del partito.
A memoria c’è il precedente di Benôit Hamon, trionfatore alle primarie e poi scalzato da Macron. Ma proprio i sondaggi oggi dicono che Glucksmann può essere l’astro nascente della sinistra riformista. Piace ad una parte della classe dirigente, è un abilissimo comunicatore, avrà dalla sua quel che resta delle truppe di Macron e di conseguenza il sostegno dell’apparato, almeno fino alle elezioni.
Soprattutto, sembra l’unico in grado di sbarrare la strada al Rassemblement National e a Marine Le Pen, data per sicura (e per la terza volta) al ballottaggio di primavera. In questo senso, il meccanismo elettorale a doppio turno non fa sconti a nessuno. Le posizioni di principio e le simpatie di partenza si attenuano in corsa per portare all’Eliseo un candidato accettabile per la propria famiglia politica. Se il vento di Glucksmann continuasse a soffiare, anche Mélenchon potrebbe/dovrebbe mettere da parte le sue ambizioni. «Non siamo qui per vincere una disputa all’interno della sinistra. Siamo qui per vincere le elezioni presidenziali: voltare pagina sul macronismo, impedire l’ascesa dell’estrema destra e cambiare la vita», ha subito commentato Glucksmann. Belle parole, che da oggi devono mettere fine a rivalità interne, rancori nel «campo largo» francese, ambizioni non ancora accantonate, come nel caso dell’ex presidente Hollande, il quale si è seduto in panchina e sembra attendere che il popolo della gauche faccia appello al suo ritorno.
Royal e Olivier Faure, i principali sfidanti, non hanno risparmiato roventi critiche al vincitore. La peggiore, appunto quella di essere considerato il «nuovo Macron» che, nella Francia di oggi, è un insulto politico.
A sei mesi dal primo turno, previsto per il 18 aprile 2027, Glucksmann avrebbe oggi l’11 per cento dei consensi, dietro Mélenchon (16%), Édouard Philippe (21%) e Marine Le Pen (33%). Cifre che dicono tutto e niente. Se Marine Le Pen appare irraggiungibile almeno al primo turno, l’ex premier Philippe è indebolito da una pletora di candidati nel centro destra, mentre Mélenchon continua a crescere nel clima di protesta sociale e rivoluzione studentesca.
L’impressione è che Glucksmann voglia fare corsa al centro, sperando che l’elettorato popolare ed ex gollista preferisca lui a Marine Le Pen e voglia evitare a tutti i costi la deriva radicale della Francia guidata da Mélenchon. Hollande resta la mina vagante, nel caso in cui i sondaggi non premiassero la campagna di Glucksmann nei prossimi mesi. Del resto, Hollande si considera tutt’altro che un ripiego. Con discrezione, ha già preparato programma, team e quartier generale. L’ex presidente è noto per il suo senso dell’umorismo, ma i suoi fedelissimi dicono che non sta affatto scherzando.
In questo genere di sfida, la percezione dell’elettorato di sinistra è ambivalente: c’è la spontanea simpatia verso il volto nuovo e giovane e c’è la preoccupazione per la mancanza di carisma e di esperienza. La lunga stagione di Macron e la sua biografia politica sono un punto di riferimento costante di queste riflessioni. C’era una volta un brillante giovane promosso dall’establishment, venuto da una costola di un partito alla deriva, che prometteva la grande trasformazione del Paese, una nuova rivoluzione sociale ed ecologica. Nel corso del tempo, pensò di essere Jupiter o Bonaparte. La Francia precipitò nel caos sociale e nel debito fuori controllo e Jupiter/Bonaparte conobbe Waterloo elettorali in serie.
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| Rassegna europea |
| Il bilancio Ue e i governi che vogliono un’Europa forte ma senza spendere |
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«Le sfide esistenziali che la Ue è chiamata oggi a fronteggiare (in termini di difesa, di innovazione, di tutela ambientale e di inclusione sociale), rendono troppo esigua la dimensione di quel futuro bilancio. Si tratta di soffocare sul nascere una “coalizione luciferina” tra i Paesi frugali, che vogliono tagliare il bilancio della Ue per motivi ideologici, e i Paesi che si professano amici della coesione per salvaguardare spese inefficienti e posizioni di rendita».
Così scrivevano, un mese fa, nella newsletter Il Mattinale europeo, gli economisti Marco Buti e Marcello Messori (se ne era occupato anche Gianluca Mercuri in questa Rassegna). Ma, a quel che scrive stamattina, nella stessa newsletter, David Carretta, è finita proprio così: con un’alleanza tra «frugali» (Germania, Paesi Bassi, Svezia, Finlandia, Danimarca e Austria) e «Amici della coesione» (con Italia e Romania come capofila, e poi Bulgaria, Cipro, Croazia, Repubblica Ceca, Estonia, Grecia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Portogallo, Slovenia, Slovacchia e Spagna) che avrà come risultato «l’esito più prevedibile e peggiore: a essere sacrificate saranno le risorse per gli investimenti nel futuro».
Se ne è ovviamente accorta anche la Commissione Ue che, come riporta Politico Europe, per bocca della responsabile del bilancio, Stéphanie Riso, ha lanciato l’avvertimento ai 27 ambasciatori dell’Ue durante una riunione a porte chiuse domenica: l’eliminazione di miliardi di euro da diversi fondi di riserva renderà l’Europa meno attrezzata per affrontare le crisi durante il prossimo ciclo di bilancio settennale, il messaggio fatto arrivare ai governi. «Ciò che potrebbe fare la differenza è se Friedrich Merz ed Emmanuel Macron si presentassero mano nella mano e dicessero che viviamo in un mondo nuovo», confida a Politico un diplomatico Ue.
Per il momento, però, con i governi dell’Ue impegnati in una corsa contro il tempo per raggiungere un accordo sul bilancio entro fine anno, prima delle elezioni in Francia, Italia e Polonia che rischiano di interrompere i negoziati, la situazione è quella che Carretta fotografa così: «La nuova nego-box (piattaforma negoziale, ndr) deve servire da “catalizzatore” per arrivare a un accordo entro la fine dell’anno, ha detto il ministro irlandese per gli Affari europei, Thomas Byrne. Per riuscirci, la presidenza ha proposto l’unico compromesso possibile tra le due fazioni: un taglio dell’8% al bilancio proposto dalla Commissione, salvando però i fondi per l’agricoltura e la coesione».
L’8% di tagli, fa notare Carretta, non è una cifra da poco: 141 miliardi in meno su sette anni (1.622 miliardi di budget totale, contro i 1.763 proposti dalla Commissione). Su un bilancio che impegna poco più dell’1% del Pil europeo, significa ridurre ulteriormente le ambizioni dell’Ue. Siegfried Muresan, relatore al Parlamento europeo per il Quadro finanziario pluriennale, ha calcolato che il taglio in termini reali — tenendo conto dell’inflazione — rispetto al bilancio 2021-27 è del 10%, quando i bilanci nazionali sono aumentati in media del 23%.
Se poi si vanno a vedere i singoli capitoli interessati dai tagli, peggio ci si sente. Il taglio più significativo in termini assoluti riguarda il secondo capitolo: quello dedicato alla competitività, alla prosperità e alla sicurezza. È il cuore della modernizzazione proposta da von der Leyen, con il Fondo europeo per la competitività, più risorse per Horizon, la decarbonizzazione, la difesa e la connettività. La Commissione aveva proposto 522 miliardi di euro; la presidenza irlandese propone 456 miliardi, con un taglio dell’11%. Il capitolo più penalizzato in termini relativi è il terzo, dedicato alla politica estera e all’azione esterna dell’Ue: meno 17%. La Commissione aveva proposto 190 miliardi; la presidenza irlandese scende a 157 miliardi. Difficile non concordare con quel che scrive Carretta: «Gli Stati membri dicono di voler fare dell’Ue un attore geopolitico globale, ma non sono disposti a finanziarla». Con un Trump che non perde occasione per far capire all’Europa che, tra i vasi di ferro Usa e Cina, deve arrangiarsi da sola se non vuol fare la fine del vaso di coccio, non sembra una scelta molto lungimirante. «Sarebbe un grave errore, un errore che l’Europa pagherà con la sua stessa sicurezza e la sua posizione nel mondo», ha avvertito l’irlandese Barry Andrews (Renew Europe), presidente della commissione Sviluppo al Parlamento europeo.
La nego-box irlandese, di fatto, salva solo le politiche tradizionali: agricoltura e coesione. La proposta di sabato prevede un taglio di appena il 3%: da 946 miliardi a 915 miliardi. «Ma i tagli – evidenzia Carretta – si concentrano sugli strumenti di emergenza e di flessibilità, mentre i pagamenti diretti della Pac e i finanziamenti per la coesione rimangono intatti. In un negoziato europeo, gli Stati membri vogliono la certezza di quanto incasseranno nei prossimi sette anni. Poco importa se emergeranno nuove crisi: perturbazioni di mercato, aumenti dei prezzi dell’energia, siccità, alluvioni».
Non manca, aggiunge Carretta, «il taglio populista ai funzionari europei, presentati come troppo numerosi e troppo ben pagati. La realtà è ben diversa: con 32.000 funzionari, la Commissione ha meno dipendenti di una grande capitale o di una grande regione, e i salari non sono più competitivi come un tempo, tanto che reclutare nei Paesi più ricchi è sempre più difficile».
Gli «Amici della coesione» sono pronti a sacrificare gli investimenti nella competitività e nella difesa pur di salvare i fondi per i loro agricoltori e le loro regioni. Vale anche per alcuni frugali: il testo di sabato viene incontro all’Austria per l’agricoltura e ai Länder tedeschi che beneficiano dei fondi di coesione per le zone svantaggiate. «Ma il messaggio politico che emerge – conclude Carretta – è uno solo: scordatevi il rapporto Draghi». Ossia scordatevi che l’Europa possa riconquistare la competitività perduta a livello globale («L’Europa sta perdendo terreno rispetto a Usa e Cina nelle tecnologie decisive del prossimo decennio», non si stanca di ripetere Draghi).
Anche se la discussione è ancora aperta e seguiranno aggiustamenti, la conclusione di Carretta è già impietosa: «La battaglia sulla modernizzazione del bilancio è destinata a essere persa. Nel 2005-2006 i negoziati sul Quadro finanziario pluriennale si trasformarono già in uno scontro tra chi voleva investire nella competitività e chi difendeva agricoltura e coesione. Tony Blair cercò di tagliare i fondi tradizionali; Jean-Claude Juncker li salvaguardò. In cambio di cosa? I “rebates”: gli sconti al contributo nazionale. Che sono ancora nella nego-box di oggi. Come nel Gattopardo: “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”».
«Stiamo rafforzando di nuovo l’Europa», dice convinto alla nostra Francesca Basso il leader del Partito popolare europeo, il tedesco Manfred Weber, ottimista sul fatto che il Ppe saprà «guidare e non seguire l’agenda dei populisti». E annuncia che, da Taormina, lancerà «una visione del futuro forte, positiva e chiara per l’Europa, fondata su nazioni forti». «L’Italia non siede al tavolo europeo per dire sempre sì. Siede lì per dire quello che va detto quando va detto, anche se è scomodo, anche se costa, perché l’Italia è tra le nazioni che l’Europa l’hanno fondata e ha il diritto e il dovere di dire quando qualcosa non va, non per indebolirla, ma esattamente per il contrario, per renderla più forte», ha aggiunto stamattina, dall’assemblea generale di Assolombarda, la premier Giorgia Meloni.
Sarà. Però Buti e Massari, nel loro intervento, prendevano di mira proprio Weber e la sua tesi che «per arginare l’avanzata dei populisti della destra estrema, si debba condividere la loro narrazione dei problemi europei. Il punto cruciale è che, sotto la guida di Manfred Weber, tale tesi è stata fatta propria dalla maggioranza del Partito popolare europeo (Ppe)». E concludevano: «I sondaggi mostrano una crescente domanda di una Ue che risponda alle nuove vere priorità sia interne che internazionali. Tale domanda attende solo un’offerta politica coraggiosa. (…) La sfida non è quella di arrotondare i margini e di attenuare le terapie di breve termine rispetto al rifiuto dei migranti e al negazionismo ambientale. In quel caso, come è provato dal recente risultato tedesco, gli elettori sceglieranno l’originale radicale piuttosto che l’imitazione timorosa. Rivolgendosi al presidente del Ppe, von der Leyen dovrebbe affermare: “Manfred, la strada della resa culturale alle destre è sbagliata”».
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| Rassegna internazionale |
| L’Europa, di fronte a Putin e Trump, è prudente o attendista? |
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Alla nuova Yalta lanciata da Donald Trump con Vladimir Putin per spartirsi le sfere di influenza, l’Unione europea non partecipa, restando solidale con l’Ucraina, come dimostra anche il nuovo debito comune per 90 miliardi acceso di recente per Kiev. Unità non compromessa, per ora, da sensibilità diverse tra i Paesi non solo rispetto all’Ucraina, ma anche alla deriva americana trumpiana. La resa dei conti si avvicina e il voltafaccia di Trump – il terzo dopo l’umiliazione di Volodymyr Zelensky alla Casa Bianca e il tentativo di concedere a Putin di portarsi via tutto il Donbass ad Anchorage – rischia di accelerare l’esito della guerra, nella direzione di una sconfitta ucraina.
Il prossimo appuntamento che chiarirà meglio la posizione della Ue è il Consiglio europeo di giovedì e venerdì. Nel frattempo si discute sulla postura dell’Europa, con una duplice chiave di lettura. Da una parte si contesta un atteggiamento di attendismo, che torna a far parlare di «sonnambuli», termine usato dall’ex presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker e dall’ex ministro degli Esteri del Lussemburgo Jean Asselborn, parlando al Mattinale europeo, con un parallelo al 1913. È evidente che un atteggiamento passivo, e una sconfitta di Kiev, porterebbero gli scarponi di Putin a due passi dai nostri confini. Con la consapevolezza di una debolezza europea che è militare, politica e strategica. Come scrive su Le Figaro Isabelle Lasserre: «Alla fine, l’Europa sarà giudicata dal modo in cui finirà la guerra in Ucraina. Se l’Ucraina vince, si dirà che l’Europa è stata all’altezza delle sue responsabilità, sapendola aiutare nel tempo. Se l’Ucraina dovrà cedere davanti a una Russia economicamente esausta ma sostenuta da Donald Trump, si dirà che non è stata all’altezza della sfida storica, e questa defezione potrebbe esserle fatale». La domanda successiva da farsi è se, dopo l’Ucraina, Putin prenderà di mira i Paesi baltici o la Polonia.
Dall’altra parte si mette in guardia da quella che l’ex ministro degli Esteri francese Dominique de Villepin chiama «la tentazione dell’ossessione e della reazione eccessiva». Commenta il politologo Mario Giro sul Domani: «Se l’Europa accetta l’idea che conti solo la forza, si condanna alla sconfitta perché non può vincere una gara di brutalità contro gli imperi inquieti». In Italia sono tesi che si risolvono brutalmente nella contrapposizione tra il «pacifismo» – che può sembrare cinico e rassegnato – e il «bellicismo» – che può sembrare sconsiderato e distruttivo. Etichette affibbiate con scarsa capacità di analisi e che servono più che altro a squalificare l’avversario. Spiega Giro che «il dibattito secondo cui il diritto sarebbe inutile ma solo la forza è credibile, è una falsa alternativa. Servono entrambi: diritto e capacità di deterrenza».
Non convince il mantra stucchevole di chi dice no, senza se e senza ma, al riarmo – a tutto il riarmo, nazionale ed europeo – nella convinzione naïf che il diritto internazionale si fondi solo sul dialogo e sulla cooperazione. Come se un’Europa debole e indifesa non ponesse le premesse non solo per rischi territoriali ma anche per una subalternità politica e strategica. D’altra parte, affidarsi a un riarmo nazionale alimenta i rischi di ipernazionalismi pericolosi, soprattutto in tempi nei quali le destre estreme – vedi la Germania – si avvicinano a posizioni di governo, ponendo le premesse per una disgregazione europea, che lascerebbe i singoli Paesi con arsenali bellici rinnovati e fuori controllo. L’Europa ha poi una tradizione da difendere: è nata per portare la pace dopo i disastri della seconda guerra mondiale e per questo ha anche vinto un Nobel nel 2012.
L’attendismo di Bruxelles si può considerare prudenza o inerzia. Ma dipende anche dalle debolezze nazionali: si avvicinano elezioni decisive nel 2027 – in Francia, Italia, Spagna e Polonia – e la destra estrema, incoraggiata e foraggiata da Mosca ma anche da Washington, avanza e minaccia la compattezza europea. Bisognerà capire come si tradurrà l’azione di governo di queste nuove formazioni. Come scrive il politologo Ivan Krastev su Internazionale, «L’Unione può convivere con un leader che vuole una politica migratoria più severa o rallentare la transizione verde, ma non può funzionare con un leader che si schiera apertamente con Mosca o riduce l’Europa a un’appendice degli Stati Uniti di Trump».
È, invece, decisamente inerzia, e pericolosa, quella relativa alla guerra ibrida, già in atto. L’Europa ha approntato finora tre misure: l’attribuzione diretta alla Russia degli attacchi; il rafforzamento delle difese di obiettivi sensibili e la minaccia di ritorsioni per Mosca. Il problema è che non è stato raggiunto un accordo europeo collettivo sulle risposte da dare ad attacchi imprevedibili. Non c’è una difesa aerea avanzata per difendersi dai droni, come vorrebbe Radoslaw Sikorski, ministro degli Esteri polacco. E non c’è un’intelligence in grado di identificare e colpire i responsabili degli attacchi. Alcuni analisti, sentiti da Steven Erlanger del New York Times, sostengono che «le capacità informatiche potrebbero essere utilizzate per paralizzare una città russa o la metropolitana di Mosca come segnale di avvertimento».
La proporzionalità dovrebbe essere sempre tenuta come principio base. Anche perché i rischi di escalation, come quelli di errori, sono alti. Ma proporzionalità non vuol dire immobilità: ed è su questo crinale che giovedì i Ventisette saranno chiamati a dire che cosa vuole essere l’Europa.
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| Whatever it takes |
| «Fanno un deserto, e lo chiamano produttività»: cronache da San Francisco |
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Questa immagine è presa da un film in fase di realizzazione, programmato per uscire nella prima parte del 2027. Tratto dal romanzo Salambò di Gustave Flaubert
Sono appena tornato da un settimana di incontri con aziende, imprenditori e venture capitalist nella Silicon Valley e, vista da lì, un’evidenza salta agli occhi. Le prossime elezioni in Italia, in Spagna, in Francia, negli Stati Uniti o in Germania si dovrebbero giocare su immagini come questa sotto.

Questa immagine è presa da un film in fase di realizzazione, programmato per uscire nella prima parte del 2027. Tratto dal romanzo Salambò di Gustave Flaubert
Che c’entra con le scelte politiche delle democrazie occidentali? È presa da un film in fase di realizzazione, programmato per uscire nella prima parte del 2027 (foto in alto). Tratto dal romanzo Salambò di Gustave Flaubert, racconta la vicenda di una vestale di Cartagine durante le guerre puniche. Lo sta producendo “Monelli Studio”, una casa cinematografica francese fondata dall’italiano Stefano Landi. In precedenza Landi, che continua a muoversi fra Parigi e San Francisco, è stato un manager di punta di Amazon Web Services a Silicon Valley e ne ha assorbito le lezioni: Salambò è un film interamente prodotto tramite l’intelligenza artificiale. Nessuna delle scene, nessuno degli attori è mai esistito se non in versione algoritmica. La realizzazione potrebbe costare un cinquantesimo o un centesimo delle somme che servirebbero a girare materialmente un film fatto di scene come questa: la flotta dei ventimila mercenari sconfitti da Roma nella prima guerra punica, che rientra verso Cartagine per battere cassa.
La rapidità senza precedenti
L’intelligenza artificiale sta entrando con una rapidità senza precedenti in tutte le attività produttive, dalle arti, al software, ai molti livelli diversi della gestione d’impresa, alla pianificazione della manifattura o dell’agricoltura. Gli angoli rimasti al riparo sono pochissimi, e saranno sempre meno. Resta dunque da capire che impatto possa avere questa trasformazione sulla società, sul rapporto di potere fra le generazioni e su quello fra diversi tipi di lavoratori.
La ricetta cinese per noi
A Landi, che ho conosciuto in California, preme sottolineare che l’avvento dell’intelligenza artificiale nella cinematografia non mortifichi necessariamente la creatività. È il contrario, dice: «Il talento delle singole persone non solo resta necessario nel generare l’opera usando i nuovi strumenti, ma è sempre di più esaltato dal venir meno dei vincoli fisici a ciò che si può mettere in scena». Il solo limite riguarda la disponibilità di modelli dal mondo reale o dalle produzioni audiovisive preesistenti, indispensabili per allenare gli algoritmi a produrre nuove immagini. Senza quei dati alla base, i software non hanno né la fantasia né i riferimenti dai quali creare il mondo immaginario dei loro personaggi e delle loro scenografie. Del resto è già molto probabile che con questa tecnica molta fiction audiovisiva in apparenza «reale» di questi anni sia in realtà una fabbricazione ibrida integrata, senza dirlo allo spettatore, con l’AI.
Gli attori al servizio dell’AI
Per questo oggi alcuni celebri attori di Hollywood offrono già i propri servizi ai produttori di film dell’intelligenza artificiale: in certi casi hanno chiesto quattro milioni di dollari semplicemente per prestare le immagini del proprio volto e delle proprie movenze a una banca dati, sulla quale poi si addestrerà l’algoritmo che deve generare l’alter ego virtuale dell’attore stesso in un nuovo film. Anche qui vince dunque chi ha i dati. E chi ha i dati, anche qui, è la Cina. Poiché non è una democrazia e non tutela la proprietà intellettuale o la privacy, la Repubblica popolare ha aziende che si addestrano digitalmente, indisturbate, su milioni di ore di pellicole e su uno sterminato numero di volti reali catturati dall’obiettivo chissà come. È lì che si sono formate le più grandi aziende al mondo di fornitura delle matrici per i film di intelligenza artificiale. Un colosso come ByteDance, la casa madre di TikTok, ha una costola chiamata Sea Dance che genera matrici e film puramente digitali anche per i produttori occidentali.
Le micro serie tv
In Cina è in corso un boom così violento che sta finendo per innervosire il governo. Nei primi otto mesi dell’anno sono già state prodotte algoritmicamente 430 mila “duanju” – micro-serie tv di pochissimi minuti da distribuire sui social media – con un aumento di tredici volte rispetto all’anno scorso. Più sono viste, più gli algoritmi sono in grado di identificare quali trame e personaggi tengono agganciati meglio i singoli spettatori, più gli algoritmi stessi possono continuare ad alimentare quelle stesse storie su misura. Stefano Landi di «Monelli Studio» prevede che il prossimo passo, già sperimentato da alcuni studios in California, saranno film dell’intelligenza artificiale dalle trame variabili secondo le preferenze dei singoli spettatori espresse sulle piattaforme durante la visione.
Chiunque può produrre un film
Pensateci un attimo, sospendendo il giudizio e l’istintivo conservatorismo di noi italiani. Quali possono essere gli effetti di una cinematografia del genere? Il primo è di abbattere le barriere. Il talento e il merito possono emergere più facilmente. Non importa dove sei. Oggi con poche migliaia di euro di crediti di un modello di AI e una connessione Internet decente chiunque può produrre un buon film. Non hai bisogno di trovare degli sponsor a Hollywood o altrove. Hai bisogno solo di ispirazione artistica e competenza tecnica, ma proprio l’accesso al digitale la mette a disposizione di tutti ovunque (in teoria). All’ultimo «World AI Film Festival» di Cannes, a maggio, ha fatto incetta di premi un giovane e sconosciuto ingegnere giordano, Ibrahim Diab, che da casa sua ha prodotto un piccolo capolavoro sui migranti del Mediterraneo. L’altra conseguenza, tuttavia, è che serviranno molte meno persone: meno attori, meno cameramen, meno fonici, addetti alle luci, al trucco o al vestiario; meno attori, meno doppiatori. Ne servono già molti meno.
Solo nell’ultimo anno il settore «motion picture e registrazione suoni» negli Stati Uniti ha perso il 5,8% degli addetti, un crollo di oltre ventimila occupati (con un calo complessivo del 30% dal debutto dell’intelligenza artificiale generativa nel 2022).
Poi c’è un altro fattore cinese che complica ulteriormente il quadro. Guardate la foto qua sotto. L’ho presa l’altra sera in centro a San Francisco.
Per chi funziona il boom
Kimi, per la precisione Kimi K3, è un modello di intelligenza artificiale di frontiera della cinese Moonshot. Viene qui, nel cuore della Silicon Valley, a farsi la propria pubblicità in faccia ai tycoon dell’AI americana e anzi promette che «spendi il 70% in meno» (in alto a destra nella foto) rispetto ai loro prezzi. L’ultima versione di Kimi è stata rilasciata da pochi giorni e sembrerebbe avere prestazioni superiori persino al modello americano attualmente più avanzato, Claude Fable 5.1 di Anthropic.
Di certo quest’ultima, l’azienda di Dario Amodei, ha subito fatto sapere ai clienti che da ora in poi non potranno più svolgere alcuna azione di AI sui loro computer: dovranno trasferire tutti i dati nei centri di elaborazione di Anthropic stessa. Non è solo il segno che quei dati dei clienti hanno un valore economico, che Amodei ormai vuole catturare fino all’ultima goccia. È un sintomo di profonda insicurezza dei campioni americani, di fronte alla sfida cinese a basso costo e ad efficienza (apparentemente) alta. Si tratta di un problema di cui ho parlato il mese scorso: i colossi americani dell’AI sono pericolosamente esposti sul piano finanziario e temono che la concorrenza della Repubblica popolare faccia saltare i loro conti. Ma va visto anche l’impatto dei loro investimenti sul mondo del lavoro. Anche se con l’intelligenza artificiale siamo di fronte a un ciclo di investimenti potenzialmente mai visto nella storia delle rivoluzioni tecnologiche.
La critica di Krugman
Qui sono tributario di un’analisi di Paul Krugman, il premio Nobel per l’economia. Krugman osserva che l’infrastruttura dell’intelligenza artificiale è composta di data center i quali, una volta costruiti, danno lavoro a cinquanta o forse cento addetti per ognuno di essi. Si tratta di lunghissime file di server altamente automatizzati. Ma un data center è anche un’immensa struttura dal costo medio di 41 miliardi di dollari e fino al 2032 in America si progetta di costruirne 183, per una spesa di 7.500 miliardi (ai prezzi attuali).
Di solito investimenti così colossali in altri settori – fabbriche, centri commerciali, infrastrutture elettriche o di trasporto – generebbero in modo diretto vari milioni di posti di lavoro. Una decina di milioni, secondo Krugman. Gli investimenti in data center dell’AI genererebbero invece meno di ventimila posti diretti, proprio mentre investimenti diversi non vengono fatti proprio a causa dell’enorme peso finanziario sull’economia americana di quelli per la nuova tecnologia. In sostanza, passata la fase attuale della costruzione dei data center, non ci sarebbe alcuna nuova ondata di creazione di posti per colletti blu o figure meno qualificate. Al contrario.

«Facciamo di più con meno»
Non so se quella di Krugman sia una previsione corretta. So quello che ho sentito con le mie orecchie parlando ad alcuni imprenditori e manager a San Francisco. Alcuni preferiscono non essere citati, altri sì. Ho parlato per esempio a Paolo Privitera, veneziano di origine, un diploma post-laurea da manager al Massachusetts Institute of Technology di Boston, investitore e imprenditore seriale con già quattro società lanciate e poi vendute con successo. Oggi Privitera è fondatore e leader di Events.com, una società che segue eventi in presenza in tutto il mondo. Mi ha detto, a proposito di come l’intelligenza artificiale e i suoi agenti digitali personalizzati cambiano il modo di organizzare il lavoro: «Nelle aziende che seguo qui, da founder e da investitore, vedo sempre lo stesso schema: si parte pensando di ridurre l’organico del 30%, e man mano che si riduce le performance salgono e i costi scendono. C’è chi in meno di un anno ha più che dimezzato il team».
Il mercato estromette chi non usa l’AI
Creano la selezione proprio i crediti da utilizzare per far funzionare agenti da modelli di Claude di Anthropic o di ChatGPT di OpenAI. Mi ha detto Privitera: «Gli strumenti AI vengono dati a tutti i dipendenti, di fatto senza limiti di budget. E ci sono aziende che fissano, ruolo per ruolo, una quota minima di utilizzo: chi non usa l’AI almeno per quel minimo esce dall’azienda. Non è una punizione: chi non la usa non va alla velocità di chi la usa. Sembra brutale, ma è la realtà in cui viviamo». E ancora: «Si lavora con decine di agenti di intelligenza artificiale, divisi per settore come se fossero dipendenti. E il dipartimento risorse umane diventa il ponte tra le persone e gli agenti: è quel dipartimento che scrive le regole su cosa un agente può fare». Privitera applica questa disciplina a se stesso anche nella vita privata. «Io stesso avevo tre assistenti: ne ho tenuta una part-time – spiega -. Oggi ho una ventina di agenti AI che lavorano per me, con ruoli diversi sia in azienda sia in famiglia. È pazzesco quanto rendo di più, quanto tempo mi fanno risparmiare e quanto stress mi tolgono».
Il rapporto fatturato per addetto
Nella Silicon Valley si stanno formando aziende con decine o centinaia di agenti di intelligenza artificiale e un pugno di dipendenti. Screenpipe.com, che aiuta ad automatizzare le funzioni dei computer, in poco tempo è salita da 60 mila dollari a 1,5 milioni di dollari di ricavi con due soli addetti; e non ha affatto piani per assumerne di più. Il miraggio di San Francisco nel 2026 è un’azienda da milioni di dollari con un solo addetto. E si sta avvicinando. Un’impresa media negli Stati Uniti o in Italia ha circa 250 mila euro o dollari di fatturato per dipendente; Anthropic invece ha nove milioni di dollari per addetto e OpenAI ne ha 5,6 milioni: non perché siano finanziariamente floride – OpenAI rischia di bruciare tutta la sua cassa entro nove mesi – ma perché sono entrambe strutturate attorno ai loro dirigenti apicali, con pochissimi sottoposti. Forse sono semplicemente sistemi disegnati per aspirare denaro verso l’alto, verso l’apice della piramide. Intanto fanno quasi tutto gli agenti di AI.
L’impatto sulle posizioni junior
Si capisce così il grafico sopra, prodotto dall’economista dell’innovazione di Stanford Erik Brynjolfsson con due colleghi. Soprattutto fra i più giovani, soprattutto nelle professioni più esposte all’intelligenza artificiale, l’occupazione in America sta già crollando. Nella fascia tra i 22 e il 25 anni e nei mestieri più facili da automatizzare i posti di lavoro attivi sono già del 19% sotto a dove sarebbero se avessero seguito le medie del mondo del lavoro. Questa è la parte dell’impatto che può arrivare direttamente e prima anche in Italia: non si licenzia, ma si smette di assumere e si affida il lavoro a una AI. In questo nuovo sistema vincono i motivati, gli altamente educati, quelli disposti ad aggiornarsi di nuovo ogni mese e a lavorare lunghe ore al massimo della concentrazione. Mi ha detto il ricercatore Luca Vendraminelli, che lavora a Stanford con Brynjolfsson: «L’intelligenza artificiale richiede gente più istruita, non di meno».
Un deserto chiamato produttività
Ma nessuno sembra porsi la domanda più semplice, perché non tutti i lavoratori sono così. Molti (legittimamente) non vedono nel lavoro una realizzazione o il centro della loro vita. Non sono disposti a dedicarvi una quantità smodata di energie. E rischiano di essere i prossimi spiazzati. Oggi a San Francisco tutti pensano freneticamente a come ottimizzare le proprie funzioni, come tagliare i costi, come inserire più agenti AI ed espellere più dipendenti in carne ed ossa. Tutti sono in cerca della massima efficienza individuale, in vista della prossima quotazione a Wall Street. Ma alzassero la testa e cercassero di dare un’occhiata al panorama dalla sommità di uno dei grattacieli sulla baia, potrebbero porsi la prossima domanda: chi comprerà i loro prodotti, chi manterrà l’equilibrio sociale, chi li proteggerà dalla prossima insurrezione populista, se intorno a sé avranno fatto un deserto e l’avranno chiamato «produttività»?
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| La Cinebussola |
| «Sotto a chi tocca»: con Pasotti, Papaleo e Mezzogiorno il gioco al massacro dei candidati aziendali |
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Terza regia di Giorgio Pasotti dopo Io, Arlecchino e Abbi fede, Sotto a chi tocca! è un’opera double face: 1) feroce commedia nera e insieme 2) thriller psicologico da camera (o meglio da ufficio), scivolo cinematografico di un celebre testo teatrale: Il metodo Grönholm di Jordi Galcerán. Ambientato nel mondo spietato del reclutamento aziendale, il film esplora i limiti della disumanizzazione, si chiede cioè fino a che punto cioè gli esseri umani possano spingersi pur di affermarsi, o meglio per evitare il fallimento, in un sistema cinico, egoista, algoritmico, indisponibile a riconoscere i meriti e le buone virtù.
In un’asettica Torino contemporanea, sei professionisti stimati, con i controfiocchi, ma di differenti retroterra si presentano nella sede di un’enigmatica multinazionale. Fernando Porta (Pasotti) è convinto di essere stato scelto come direttore commerciale, ma scopre ben presto di dover dividere la stanza con altri cinque agguerriti profili: Carlo (Rocco Papaleo), Daniela (Giovanna Mezzogiorno), Enrico (Stefano Fresi), Giulio (Giacomo Giorgio) e Franca (Linda Messerklinger). I sei candidati vengono accolti in una gelida stanza d’albergo. Nessun esaminatore si presenta in carne e ossa. Il gruppo viene sottoposto al cosiddetto Metodo Grönholm: un test psicologico in cui i candidati dovranno eliminarsi a vicenda attraverso prove e giochi mentali. La regola fondamentale è spietata: chi sceglie di abbandonare la stanza viene escluso dalla selezione. Un reality show da mors tua vita mea, una giostra di colpi bassi e gomitate.
La tensione psicologica subisce un’impennata quando si scopre che tra i sei si nasconde una talpa, ovvero un esaminatore delle risorse umane infiltrato per valutare le loro reazioni. Paranoia. Il colloquio si trasforma in un gioco al massacro di stampo sociologico in cui ogni debolezza personale — passati fallimenti, orientamenti ideologici, fragilità emotive — viene usata dai concorrenti per colpire gli avversari. I candidati si scaricano addosso un arsenale di pregiudizi, calunnie, malvagità. In palio c’è la dignità personale. I caratteri emergono con ferocia: l’aggressivo, l’equilibratore, il giovane che cerca riparo nella tecnologia, l’ambigua manipolatrice. Tutto al confine tra finzione e realtà. Niente è vero e tutto è verosimile. Tra richieste di sottomissione, alleanze fallaci, tradimenti e sospetti.
Pasotti regista porta il racconto al limite della tensione psicologica, segnalando il deterioramento delle relazioni umane, l’isterica determinazione aziendale, l’egoismo individuale che diventa un disvalore universale. Affiora una logica settaria: il sistema esige un sacrificio. L’impalcatura corale è la colonna portante del film, in uno sfumato affresco di ironia e di malinconia. I lunghi piani sequenza sottolineano la dimensione teatrale degli interpreti. Il salto di qualità cinematografico, rispetto alla pièce di partenza, è spesso faticoso: la narrazione è troppo controllata, geometrica, cerebrale per coinvolgere appieno. E tuttavia i sei personaggi in cerca d’autore sono tutti efficaci: Pasotti anzitutto, ma anche Stefano Fresi, Rocco Papaleo, Giovanna Mezzogiorno, Giacomo Giorgio, Linda Messerklinger.
SOTTO A CHI TOCCA di Giorgio Pasotti (Italia, 2026, durata 95’, Adler Entertainment) con Giorgio Pasotti, Rocco Papaleo, Giovanna Mezzogiorno, Stefano Fresi, Claudia Tosoni, Giacomo Giorgio, Linda Messerklinger Giudizio: 3,5 su 5 Nelle sale
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