La sinistra, se vuole riconquistare i ceti popolari, deve fare quello che Reagan e Thatcher fecero quarant’anni fa, ma nella direzione opposta: una battaglia culturale di lungo periodo per cambiare il senso comune. È inutile promettere più sanità, più scuola, più ricerca, se poi le casse degli Stati sono vuote anche perché i ricchi portano i capitali all’estero e la parola “patrimoniale” resta impronunciabile
Enrico Pedemonte
In un intervento rilanciato da Appunti, l’economista Gabriel Zucman ha descritto la violenta reazione dei miliardari, specie quelli della Silicon Valley, contro il referendum che si svolgerà in California il 3 novembre, quando gli elettori dovranno dire sì o no alla Proposition 40, un’imposta una tantum del 5 per cento sui patrimoni superiori al miliardo di dollari.
Sei premi Nobel per l’economia hanno firmato un appello a favore, sostenendo che il voto potrebbe segnare una svolta “nella battaglia tra democrazia e oligarchia”.
Qui vorrei andare oltre, perché in California si decide una partita che ci riguarda da vicino.
Edward Luce, sul Financial Times, ha sviluppato un’osservazione a mio parere centrata: secondo lui la Proposition 40 è mal congegnata, un prelievo una tantum che non sposterebbe in modo permanente il carico fiscale.
Ma il suo obiettivo è politico e culturale perché invertirebbe un processo avviato da un altro referendum, la Proposition 13, che fu votato proprio in California nel 1978 e impose un tetto rigido alle imposte sugli immobili.
Due anni dopo un ex governatore californiano, Ronald Reagan, fece del taglio delle tasse il cuore della campagna presidenziale che lo portò alla Casa Bianca.
Reagan e Margaret Thatcher diedero avvio a una rivoluzione culturale e linguistica che ha plasmato la politica dei paesi occidentali per mezzo secolo. I due leader riuscirono a convincere l’opinione pubblica che le tasse erano un furto, i “tax cuts“ divennero “tax relief“, sollievo fiscale, trasformando le tasse in una malattia, come ha notato il linguista George Lakoff.
Negli anni Novanta l’imposta di successione (”estate tax“) fu battezzata “death tax“, tassa sulla morte.
Nel maggio 2023 la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha definito le tasse sulle piccole imprese un “pizzo di Stato”, evocando il linguaggio dell’estorsione mafiosa. La sinistra ha protestato debolmente, consapevole che “tasse” è diventata una parola sporca. Ne parlo a lungo nel mio recente libro: Perché la destra vince.
Come la Proposition 13 innescò la rivolta contro le tasse, la Proposition 40 vuole innescare una rivolta contro la ricchezza esorbitante e non tassata.
Per questo, osserva Luce, un sì al referendum potrebbe innescare un processo culturale ben al di là dei confini degli Stati Uniti.
E infatti i miliardari stanno cercando di correre ai ripari.
Dietro la Proposition 40 ci sono due economisti francesi che da vent’anni cercano di misurare quante tasse pagano i più ricchi. Emmanuel Saez e Gabriel Zucman, allievi di Thomas Piketty, hanno costruito la base empirica su cui si regge oggi il dibattito mondiale sulla tassazione della ricchezza.
Zucman, che dirige l’International Tax Observatory e insegna alla Paris School of Economics, è oggi forse l’economista più citato dalla sinistra mondiale. La sua proposta – la “tassa Zucman” – è semplice: un’imposta di almeno il 2 per cento all’anno per chi possiede un patrimonio di oltre cento milioni di euro: chi paga già l’equivalente dello 0,5 per cento verserebbe un ulteriore l’1,5 per cento. In Francia riguarderebbe circa 1.800 famiglie.
Nel suo ultimo libro, We Need to Tax Billionaires, Zucman spiega che il punto non è punire il successo: è ristabilire l’uguaglianza davanti al fisco. “I miliardari pagherebbero tanto quanto le categorie sociali al di sotto di loro”.
Nel 2024 il G20 a presidenza brasiliana ha chiesto a Zucman un rapporto sugli effetti che avrebbero nuove regole per tassare i super-ricchi.
Secondo le sue stime, un’imposta globale del 2 per cento sui patrimoni di meno di tremila miliardari frutterebbe circa 250 miliardi di dollari all’anno.
In Francia la sua proposta è stata approvata dall’Assemblea nazionale il 20 febbraio 2025 e affossata dal Senato in giugno, ma è diventata uno dei temi centrali del dibattito politico in vista delle presidenziali.
Che in America i più ricchi paghino in proporzione meno tasse di un lavoratore a basso reddito non è uno slogan.
Nel 2021 il sito di giornalismo investigativo ProPublica ottenne le dichiarazioni dei redditi dei 25 americani più ricchi e calcolò che, tra il 2014 e il 2018, avevano pagato il 3,4 per cento della crescita dei loro patrimoni. Jeff Bezos aveva versato lo 0,98 per cento, Elon Musk il 3,27, Warren Buffett lo 0,10. Bezos non aveva pagato un dollaro di imposta federale sul reddito nel 2007 e nel 2011; Musk nel 2018. Buffett stesso ammette da anni di avere un’aliquota più bassa di quella della sua segretaria.
Il meccanismo è legale. I grandi patrimoni sono fatti di azioni, che vengono tassate solo quando vengono vendute. Sergey Brin e Larry Page (fondatori di Google) hanno uno stipendio base di un dollaro all’anno; le loro azioni di Alphabet non producono reddito imponibile finché restano nel cassetto.
Per vivere, molti miliardari chiedono prestiti alle banche usando le azioni come garanzia, e i prestiti non sono reddito. Quando il titolare muore, gli eredi ricevono le azioni con il valore “rivalutato” al giorno della successione: le plusvalenze accumulate in una vita svaniscono.
Secondo i calcoli di Saez e Zucman, i 400 americani più ricchi della lista Forbes pagano complessivamente il 24 per cento del loro reddito economico, contro il 30 per cento del cittadino medio.
La giurista Ray Madoff conferma questi dati nel suo ultimo libro (The Second Estate): gli americani più ricchi controllano 46mila miliardi di dollari, e grazie a trust, scappatoie sulle successioni e filantropia molti di loro pagano poco o nulla.
Le regole fiscali hanno prodotto un’aristocrazia ereditaria. Lo stesso vale fuori dagli Stati Uniti: secondo la rivista Forbes, il 63 per cento della ricchezza dei miliardari italiani deriva da un’eredità, e tutti i miliardari del mondo sotto i trent’anni hanno ereditato il loro patrimonio.
Se i miliardari possono permettersi di pagare poco, è anche perché il capitale si muove liberamente e il fisco no.
Secondo il Tax Justice Network, gli Stati perdono ogni anno 492 miliardi di dollari a causa dei paradisi fiscali: 348 per lo spostamento dei profitti delle multinazionali, 144 per l’evasione dei privati che nascondono la loro ricchezza all’estero.
I patrimoni custoditi offshore valgono circa 13.600 miliardi di dollari, il 9 per cento del Pil mondiale. E il paradosso è che a facilitare quasi la metà di queste perdite sono otto Paesi ricchi, Stati Uniti e Regno Unito in testa, che si oppongono a una convenzione fiscale dell’Onu.
In Europa le cose non vanno diversamente. In Perché la destra vince descrivo quello che definisco il paradosso europeo: l’articolo 63 del Trattato sul funzionamento dell’Unione vieta qualsiasi restrizione ai movimenti di capitale, ma lascia ai singoli Stati la piena sovranità fiscale. Il risultato è una gara al ribasso.
Le aliquote sulle società nei Paesi Ocse sono scese in quarant’anni dal 40 al 23 per cento; Irlanda e Cipro sono al 12,5, l’Ungheria al 9. Secondo l’EU Tax Observatory l’Unione perde circa 130 miliardi di euro l’anno per l’elusione delle imprese. I regimi fiscali di favore per i super-ricchi, nell’Ue, sono passati da 5 a 28 tra il 1995 e il 2021, e quello italiano per i “neo-residenti” è considerato tra i più dannosi.
Nessuno ha sfruttato questo sistema meglio delle Big Tech. Secondo la Fair Tax Foundation le “Silicon Six” (Amazon, Apple, Alphabet, Meta, Microsoft e Netflix) hanno evitato circa 278 miliardi di dollari di imposte nel decennio fino al 2024, con un’aliquota effettiva media del 18,8. Apple ha pagato in Irlanda, nel 2014, un’aliquota dello 0,005 per cento, finché la Corte di giustizia europea non l’ha condannata nel 2024 a restituire 13 miliardi di euro.
Secondo la Commissione europea le aziende digitali pagano in media il 9,5 per cento, contro il 23,2 delle imprese tradizionali.
Il tentativo di mettere ordine è fallito perché il destino delle Big Tech si decide a Washington. L’accordo Ocse del 2021 sulla tassa minima globale del 15 per cento sulle multinazionali è stato svuotato dopo il ritorno di Trump, che nel gennaio 2026 ha ottenuto un’intesa che esenta le società americane.
Francia, Italia, Spagna e Austria, che hanno una digital tax nazionale, sono finite sotto indagine commerciale americana. E la Commissione europea, per non irritare Trump, sta studiando un prelievo generico sulle grandi imprese che colpisca anche Apple, Meta e Google senza nominarle.
Non è solo merito della destra se è difficile parlare di tasse. Nel 2024 l’iniziativa europea “Tax the Rich” cercò di raccogliere un milione di firme per chiedere alla Commissione un’imposta sui grandi patrimoni, quelli dello 0,1 per cento più ricco, oltre i 5,4 milioni di euro, con il gettito destinato alla transizione ecologica e alla lotta alle disuguaglianze. La sostenevano Piketty e Paul Magnette, leader dei socialisti belgi.
Raccolse in tutta Europa poco più di 300.000 firme, 35.000 in Italia: un numero irrisorio, se si pensa che alle europee di giugno 2024 trentasei milioni di cittadini avevano votato per partiti di sinistra. I partiti progressisti non mossero un dito per far circolare l’appello.
La parola “tasse” spaventa la sinistra dei bramini, quella dei laureati e dei benestanti di cui parla Piketty.
Eppure i numeri, in Italia, parlerebbero da soli. Il 10 per cento più ricco delle famiglie possiede circa il 60 per cento della ricchezza nazionale, mentre la metà più povera ne ha meno dell’8.
Tra il 1995 e il 2016, secondo uno studio di Acciari, Alvaredo e Morelli, lo 0,01 per cento più ricco, circa cinquemila persone, ha quasi triplicato la propria quota, dall’1,8 al 5 per cento. E oltre il 60 per cento della ricchezza del top 1 per cento è fatto di attività finanziarie e partecipazioni: l’Imu, la “patrimoniale” che già esiste, colpisce la casa della classe media e lì non arriva.
Qualcosa sembra muoversi. Elly Schlein, ospite di Accordi e disaccordi, il 30 maggio ha detto che la tassazione dei grandi patrimoni “non può essere un tabù”, preferibilmente a livello europeo ma non solo.
La reazione è stata immediata, e rivelatrice. Antonio Tajani ha rispolverato il berlusconiano “meno tasse per tutti”; il Movimento 5 Stelle e Italia Viva, potenziali alleati, si sono affrettati a dire di no. Pronunciare la parola tasse è ancora considerato un suicidio politico.
Intanto in Ungheria il nuovo premier Péter Magyar, di centro-destra, ha annunciato una patrimoniale dell’1 per cento sui patrimoni oltre un miliardo di fiorini, circa 2,8 milioni di euro, inclusi beni all’estero, yacht, jet e opere d’arte.
L’obiettivo dichiarato sono gli oligarchi cresciuti all’ombra di Orbán. Con una maggioranza di due terzi in parlamento, Magyar potrebbe riuscire a farla approvare.
La notizia più sorprendente, però, arriva dalla Cina che, in quarant’anni di crescita vertiginosa, ha prodotto oltre mille miliardari e cinque milioni di milionari: “Arricchirsi è glorioso”, diceva Deng Xiaoping. Ora Xi Jinping ha lanciato quella che il Financial Times definisce la più ambiziosa caccia fiscale globale della storia.
Il 24 luglio l’agenzia delle entrate cinese ha annunciato che tasserà i redditi dei trust offshore, la scappatoia con cui i ricchi cinesi proteggono i loro patrimoni a Hong Kong, Singapore e Tokyo. L’imposta, del 20 per cento, colpisce in più fasi: quando il trust viene costituito, quando i beni si rivalutano, quando il reddito viene distribuito.
Un’ulteriore imposta del 20 per cento scatta quando i beni vengono ereditati o quando un cittadino cinese smette di essere residente fiscale, anche prendendo un’altra cittadinanza: una vera exit tax. Secondo il Financial Times le verifiche sugli investimenti all’estero risalgono in alcuni casi fino al 2000.
Le ragioni della svolta di Xi sono almeno tre. La prima è fiscale: le entrate dei governi locali dalla vendita dei terreni sono crollate con la crisi immobiliare, e il governo centrale fatica a finanziare scuola, sanità e stipendi pubblici.
La seconda è ideologica: la redistribuzione è uno strumento della “prosperità comune”, che Xi definisce “un requisito essenziale del socialismo con caratteristiche cinesi”.
La terza è politica: dopo la stretta sui giganti tecnologici e sui costruttori immobiliari, il fisco diventa un altro modo per ricordare all’élite imprenditoriale chi comanda.
Il caso cinese smonta un argomento che da quarant’anni paralizza il dibattito: che tassare i patrimoni sia impossibile perché i capitali fuggono. Quando uno Stato decide di farlo, e ne ha gli strumenti, la ricchezza nascosta all’estero si può trovare.
Dalla California alla Cina, da Parigi a Budapest, il tema della tassazione dei super-ricchi è tornato al centro della scena. Le disuguaglianze non sono solo una questione di giustizia sociale: sono una questione di democrazia.
Susan Stokes ed Eli Rau, analizzando l’erosione democratica in oltre cento modelli statistici, hanno trovato che la disuguaglianza di reddito e di ricchezza è uno degli indicatori più solidi della crisi delle democrazie.
Joseph Stiglitz lo ripete da anni: la concentrazione della ricchezza diventa concentrazione del potere politico, e il principio “una testa, un voto” si trasforma in “un dollaro, un voto”.
La chat su Signal in cui Brin, Andreessen e altri miliardari discutevano di comprare la società che raccoglieva le firme per la Prop 40, pur di fermarla, ne è un’illustrazione quasi didascalica.
La nuova destra sta vincendo anche perché sa cavalcare la rabbia che nasce dall’aumento delle ineguaglianze, pur avendo nel proprio Dna la difesa dei più ricchi e l’insofferenza per le tasse.
La sinistra, se vuole riconquistare i ceti popolari, deve fare quello che Reagan e Thatcher fecero quarant’anni fa, ma nella direzione opposta: una battaglia culturale di lungo periodo per cambiare il senso comune. È inutile promettere più sanità, più scuola, più ricerca, se poi le casse degli Stati sono vuote anche perché i ricchi portano i capitali all’estero e la parola “patrimoniale” resta impronunciabile.
“Le tasse sono il prezzo che paghiamo per la civiltà”, scriveva Oliver Wendell Holmes un secolo fa. Per cinqusnt’anni ce lo siamo dimenticati. La Proposition 40 lanciata in California prova a ricordarcelo.
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