#Finsubito news dalla rete – i dati Inps e Istat


Economia

di Cristiana Flaminio –

Non è una questione di destini che si allineano. E non è nemmeno (tutta) una vicenda contabile. Fatto sta che Inps e Istat hanno, ciascuna dal suo punto di vista, restituito l’ennesimo spaccato della situazione italiana. Il nostro è un Paese in cui la povertà è una realtà che incide la carne viva dei cittadini, spesso anziani, spesso al Sud. Dove si pagano le pensioni più basse di tutte quelle che vengono erogate in Italia. Certo, non ci può essere una correlazione diretta, come si diceva ai tempi della pandemia, tra le due cose. Di sicuro, però, vale la lezione di Agatha Christie: tre indizi fanno una prova.

I dati Inps sulle pensioni

Iniziamo dai numeri dell’Inps. La spesa per le pensioni nel 2025 è aumentata e si è attestata sui 372,4 miliardi di euro. Una somma che, da sola, risulta in aumento rispetto all’anno precedente del 2,3%. Attenzione, però. Come ci tiene a sottolineare il sottosegretario al Lavoro e politiche sociali Claudio Durigon, il dato riguarda la spesa lorda, non quella netta. Ciò non vuol dire che si tratti di un esborso netto da parte del pubblico. Ma, più semplicemente, di una cifra erogata su cui, poi, lo Stato incasserà ritenute e tasse “alla fonte”. Il costo netto, insomma, è un altro.

Maschi contro femmine

Per quanto riguarda gli assegni, però, le aporie sono fin troppo interessanti. Innanzitutto gli uomini incassano (molto) più delle donne. Mediamente, 26.031 euro per gli uni contro i 19.553 delle altre. Eppure, in termini di platea, le signore sono la maggioranza con il 51%. Una sproporzione che assomma a circa 5mila euro, in termini percentuali quasi il 33%. Ma non è tutto. La spesa pensionistica complessiva si distribuisce per il 51% nel Nord, per il 28% nel Mezzogiorno e per il 21% nel Centro Italia.

I divari dell’assegno

Dai dati emerge inoltre che la quota di chi incassa fino a mille euro di pensione, al Sud, è pari al 35,3% e risulta nettamente superiore rispetto alle altre aree del Paese. Si attesta, nel Settentrione, al 20,2 per cento mentre sale al Centro fino a raggiungere il 25,3%. Al contrario, i redditi da pensione superiori a tremila euro al mese vedono in testa proprio la macroregione del Centro (17,8%) seguita a ruota dal Nord (17,2%) mentre il Mezzogiorno rimane attardato (11,9%).

I nodi della pensione

Vivere di pensione non è certo un lusso. Non può esserlo. Perché ha ragione Durigon. Con la pressione fiscale sale al 43,5 per cento e chi incassa un assegno previdenziale si vede l’importo già “depurato” di tasse, imposte e trattenute, alla fonte. Mille euro, sì. Ma al lordo. Non è di certo facile affrontare settimane, anzi mesi. No, anni costellati di rincari durissimi, di energia inavvicinabile, con la speculazione pronta a ghermire quelle due lire (pardon, euro) rimaste nel borsellino. E allora c’è poco da stupirsi se l’Italia fa i record di occupazione stabile. Perché i lavoratori senior, piuttosto che rassegnarsi a vivere di quel poco che passa loro lo Stato, continuano a lavorare.

Si torna a lavorare

Finché ce la faranno, finché si potrà. Un contratto stabile, a differenza dei giovani, lo si trova sempre. Del resto, una vita passata a lavorare ha contribuito a raggiungere competenze che son difficili da riscontrare nelle altre classi di età. Però, poi, il rischio è che troppi giovani restino a spasso. Magari si tratta di quei nipoti, di quei figli che campano, o comunque che sbancano il lunario, anche grazie alla paghetta che gli anziani nonni continuano a regalargli. Soprattutto al Sud. Come dimostrano i dati Istat sulla povertà.

Un Paese di poveri

Relativa e assoluta. Non si scappa. Questo è un Paese in cui ci sono 5,4 milioni di poveri assoluti e 8,7 milioni di persone a rischio di esclusione sociale. Il trend annuale del 2025, rispetto all’anno precedente, risulta sostanzialmente stabile. Anzi, a dirla tutta, in leggera decrescita se si considera che il tasso 2025 è pari all’8% per le famiglie in povertà assoluta (2,1 milioni) e al 9,3% per le persone (era al 9,8%). Non c’è da credere che si tratti solo di un problema che affligge le comunità straniere.

Non è solo un problema degli stranieri

Questa non è una vicenda che si può iscrivere dentro il solito reportage da banlieue o ghetti degradati. L’incidenza della povertà assoluta, secondo l’Istat, per le famiglie composte solamente da italiani è salito al 5,9%. Tra gli immigrati, purtroppo, il rischio si moltiplica: si attesta al 26,7 per cento per i nuclei composti da almeno un membro straniero e sale ulteriormente al 29,4% per quelle completamente composte da cittadini di nazionalità estera.

La povertà del Sud

La povertà assoluta rimane, purtroppo, un fenomeno che si fa sentire con maggiore veemenza proprio nel Mezzogiorno. Confermando i trend degli anni passati, a cominciare dal 2024. Non è questione di poco, il divario (anche in questo campo) è netto. Al Sud, infatti, la povertà assoluta riguarda il 9,6% delle famiglie residenti, in pratica un nucleo su dieci. Si parla, in termini numerici, di ben 813mila famiglie. Il Nord Ovest è la ripartizione che segue ma i numeri, sia in termini assoluti che percentuali, è netta. Qui, infatti, ci sono 568mila famiglie in stato di necessità pari al 7,7% dei residenti. Ancora più marcata la distanza col Nord-Est dove il dato dei nuclei familiari in povertà assoluta scende al 6,3% e si stabilizza attorno alle 386mila famiglie bisognose. Al Centro, invece, i valori più bassi: 338mila nuclei in stato di necessità pari al 6,3%.

Denatalità…

È la solita pappardella. La povertà assoluta è una realtà tra le famiglie che hanno un maggior numero di componenti. E di figli. Le stime Istat riferiscono che affligge il 19,2% di quei nuclei con almeno cinque membri. Scende al 10,5% per quelle con quattro membri. Le famiglie composte da tre persone a rischio povertà solo “solo” l’8,4 per cento. Di minori in povertà assoluta ce ne sono 1,4 milioni. Il 16,9% delle famiglie con tre figli è pienamente dentro lo stato di bisogno. Anche per le famiglie di “altra tipologia”, dove spesso coabitano più nuclei familiari o sono presenti membri aggregati, l’incidenza è elevata (16,4%).

…e pensioni come ammortizzatori sociali

Superiori alla media, inoltre, i valori dell’incidenza per le famiglie monogenitore tra le quali più di una su 10 (11,5%) è in povertà assoluta. C’è da chiedersi ancora perché l’Italia rimane un Paese che non fa figli? Ecco l’ennesima, brutale, risposta. Meno male, però, che ci sono gli anziani. Nelle famiglie in cui la persona di riferimento ha più di 65 anni, l’incidenza della povertà scivola al 6,1%. Sale, per capirsi, fino a superare il 10% per quei nuclei in cui quello che una volta si sarebbe chiamato in maniera “patriarcale” il capofamiglia non ha più di 34 anni. Ecco a che serve la pensione.

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