#Finsubito news dalla rete – Moda e ambiente: in Italia 615mila tonnellate di rifiuti tessili l’anno. Tecno promuove una ricerca


in foto Claudio Colucci e Salvatore Amitrano

In Italia vengono generate ogni anno circa 615mila tonnellate di rifiuti tessili, ma soltanto 154mila sono raccolte in modo differenziato. È uno dei dati al centro di “Sustainability in Fashion Value Chains”, la ricerca presentata da Tecno, società benefit quotata su Euronext Growth Milan con il ticker TCG e attiva nel settore SustainTech, con la collaborazione della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e dell’Istituto Marangoni. Lo studio analizza come la sostenibilità possa diventare un fattore di competitività per il settore della moda, intervenendo sulle scelte industriali già prima dell’inizio del ciclo di vita del prodotto.

A livello europeo, nel 2022 il consumo di prodotti tessili ha raggiunto circa 19 chili pro capite, mentre ogni anno vengono scartati circa 12 chili per persona. L’impatto associato ai consumi tessili è stimato in 355 chili di CO₂, 12 metri cubi di acqua, 323 metri quadrati di uso del suolo e 523 chili di materie prime per individuo. Numeri che evidenziano come la sostenibilità non rappresenti più soltanto una questione ambientale, ma anche un tema di efficienza industriale e produttiva.

L’impatto ambientale si decide nel design

Secondo le evidenze richiamate dalla ricerca, oltre l’80% dell’impatto ambientale di un prodotto può essere determinato già nella fase di progettazione, quando vengono effettuate le prime scelte sui materiali e sui processi di realizzazione. Nei casi di analisi del ciclo di vita (Lca, Life Cycle Assessment) ed economia circolare esaminati nel paper, l’impatto delle materie prime rappresenta oltre il 97-99% degli impatti valutati.

L’Lca è il metodo scientifico utilizzato per misurare gli effetti ambientali di un prodotto lungo tutto il suo ciclo di vita. La ricerca sottolinea quindi l’importanza di intervenire a monte della produzione, considerando la selezione dei materiali e le caratteristiche della filiera come elementi determinanti per ridurre l’impatto complessivo.

“Per il settore della moda la sfida non è aggiungere un nuovo livello di compliance, ma utilizzare la maggiore conoscenza della filiera per migliorare il modello industriale”, commenta Salvatore Amitrano, direttore finanziario e CInO di Tecno Group. “Gli stessi dati richiesti per governare il rischio possono aiutare a individuare inefficienze, gestire meglio le dipendenze dai fornitori e migliorare la competitività. È qui che sostenibilità e performance economica iniziano a convergere e il modello SustainTech diviene abilitatore del cambiamento”.

Fornitori e trasparenza nella filiera

La questione delle materie prime è strettamente legata alla gestione dei fornitori e alla trasparenza lungo la catena del valore. Meno del 19% dei marchi dispone di una piena visibilità sulla propria filiera, mentre il 52% dei principali brand pubblica l’elenco dei fornitori di primo livello.

Anche i consumatori chiedono maggiori informazioni. Secondo l’indagine citata nel paper, il 40% degli appartenenti alla generazione Z e dei Millennials dichiara di non ricevere informazioni sufficienti sulle modalità di produzione dei capi acquistati. Allo stesso tempo, oltre il 60% degli intervistati afferma che i criteri ambientali, sociali e di governance (Esg) influenzano le proprie decisioni di acquisto.

La trasparenza, dunque, riguarda sia la gestione dei rischi industriali sia il rapporto con il mercato. Conoscere meglio i fornitori e i processi produttivi può consentire alle imprese di individuare inefficienze e dipendenze, ma anche di rispondere alle richieste di informazioni da parte dei clienti.

Il prezzo resta decisivo per i consumatori

La ricerca evidenzia i limiti di una strategia che punti esclusivamente sulla sostenibilità come valore aggiunto, soprattutto quando viene utilizzata a fini di marketing per giustificare prezzi più elevati.

Di fronte a un capo sostenibile più costoso, secondo uno studio della Scuola Superiore Sant’Anna citato nel paper, soltanto il 24% dei consumatori sceglie l’opzione ecologica. Il 40% preferisce l’alternativa convenzionale più economica, mentre il restante 36% continua la ricerca di un prodotto diverso.

I criteri tradizionali mantengono infatti un peso rilevante nelle scelte di acquisto. Prendendo come esempio un cappotto, il prezzo influenza il 74% delle decisioni, seguito dal comfort, indicato dal 69% degli acquirenti, e dalla qualità e durata, che raggiungono il 64%. Gli attributi ambientali incidono invece per una quota compresa tra il 15% e il 30%.

Questi dati indicano la necessità di integrare la sostenibilità in una proposta di valore più ampia, legandola a caratteristiche già riconosciute dai consumatori: qualità e durata del capo, provenienza e artigianalità. L’obiettivo è superare l’idea della sostenibilità come vantaggio autonomo, dimostrando come possa contribuire anche alle prestazioni e alla qualità del prodotto.

In questo scenario assume rilievo anche il mercato dell’usato, stimato in circa 50 miliardi di euro e in crescita a una velocità da due a tre volte superiore rispetto alle vendite di prodotti nuovi.

Emissioni e inquinamento, il peso del tessile

La dimensione ambientale resta centrale. All’industria tessile viene attribuita una quota compresa tra il 2% e l’8% delle emissioni globali di gas serra, mentre le attività di tintura e finissaggio rappresentano circa il 20% dell’inquinamento globale delle acque pulite.

La gestione dell’impatto ambientale richiede quindi interventi che coinvolgano materiali, lavorazioni e processi produttivi. La fase di progettazione, in particolare, rappresenta un passaggio strategico perché consente di orientare in anticipo le scelte che condizioneranno il prodotto lungo il suo ciclo di vita.

Greenwashing, servono dati verificabili

Un ulteriore elemento riguarda la comunicazione ambientale e il rischio di greenwashing, cioè la diffusione di dichiarazioni sulla sostenibilità non adeguatamente dimostrate o fuorvianti.

Un’analisi della Commissione europea citata nella ricerca, relativa a 15 Stati membri dell’Unione europea, evidenzia che l’80% delle pubblicità di prodotto esaminate contiene almeno un’affermazione ambientale. Di queste dichiarazioni, il 53% è risultato vago, fuorviante o privo di fondamento.

Il passaggio dalla comunicazione a un “valore del prodotto verificabile” diventa quindi centrale. Dimostrare attraverso dati e metodologie riconosciute le caratteristiche ambientali dichiarate non risponde soltanto alle esigenze normative, ma può assumere un’importanza crescente anche sul piano commerciale, soprattutto nei confronti delle nuove generazioni.

La ricerca di Tecno, Scuola Superiore Sant’Anna e Istituto Marangoni pone così l’accento sulla necessità di integrare la sostenibilità nelle decisioni industriali, nella gestione della filiera e nella valorizzazione dei prodotti. La competitività del settore fashion passa anche dalla capacità di trasformare le informazioni ambientali in strumenti concreti di gestione e di misurazione delle prestazioni.



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