#Finsubito news dalla rete – Come Meloni. Schlein punta Chigi con una retorica da underdog e un grosso problema sull’Ucraina


Come Meloni. A settembre 2022 la premier si ergeva a capo di una coalizione faticosa e si raccontava come underdog, leader e donna sottovalutata nonché intralciata da uno status quo pronta a rigettarla. Nell’ottobre 2026 anche Elly Schlein indossa gli stessi panni e affronta le stesse difficoltà con gli alleati. “Sono pronta a essere candidata alla presidenza del Consiglio, con o senza primarie”, formalizza la leader del Partito democratico. All’assemblea dem Schlein ripercorre il copione della sua nemesi. Come Meloni, anche la segretaria si offre come novità mal digerita da “un pezzo di establishment che non vuole una persona di sinistra a Palazzo Chigi”. Ma a differenza di Meloni, per arrivare a Palazzo Chigi, Schlein non ha ancora preso le misure col suo Matteo Salvini, quel Giuseppe Conte finora irremovibile sulla fine del sostegno militare all’Ucraina.

Il nastro della campagna elettorale del Pd viene tagliato a Roma, zona Eur, dove il 12 marzo 2023 era stata incoronato leader Schlein. I tre anni successivi sono ruotati attorno al credo sacro, ritratto oggi nel cartellone che campeggia sulla Nuvola di Fuksas: “Unità”. Una sicurezza che il sorriso sfoggiato da Schlein cerca di rinvigorire nonostante le crepe. L’antipasto, in una domenica tutta a sinistra, arriva dalla festa di Alleanza verdi e sinistra: “Non faremo mai più alle destre il favore di dividerci”.

Davanti ai 960 deputati dell’assemblea nazionale dem, per la prima volta Schlein lo ammette senza equivoci. Dopo un’altra estate di veleni nel campo largo, la segretaria si offre come “candidata” a Palazzo Chigi, “con o senza primarie”. Il discorso, lungo un’ora e venti, parte da un presupposto: “È il governo più longevo e più inconcludente, gli italiani sono più poveri e più incazzati”. Poi, snocciola tutti i temi essenziali: dalla difesa europea alla sanità, dall’emergenza abitativa alle manifestazioni dove “è inaccettabile usare i violenti per coprire chi protesta pacificamente”. L’ambizione di Schlein traspare alla fine, momento in cui tradisce la sua fonte, paradossale, di aspirazione.

Sinistra e destra, bianco e nero. La segretaria del Pd non condivide nulla con Meloni. Anche i toni sono diversi. Ma la retorica qua e là combacia. La premier ha costellato la sua immagine con pennellate di vittimismo contro quel Deep State che la disarciona senza sosta. Schlein aveva già mostrato di voler specchiarsi in una piega simile nelle scorse settimane, in direzione e nelle feste diffuse per l’Italia: “Hanno provato a farmi fuori, ma sono ancora qui”. Oggi, è ancora più sentito l’allarme dal sapore meloniano: tra gli avversari, Schlein indica anche “un pezzo di establishment che non vuole un’alleanza progressista al governo del Paese” e “una persona di sinistra a Palazzo Chigi”.

È la sindrome Calimero tanto cara alla premier. Sull’orlo della sfida elettorale anche Schlein si dipinge underdog, svantaggiata, eppure alla guida di un partito difficile per quasi quattro anni di fila (“Non era mai successo nella storia del Pd”) e pronta al grande salto: a chi la giudica inadeguata “posso solo offrire le mie ‘aggravanti’ personali: essere donna, avere quarant’anni, essere libera e non essere proprio conforme a tutti gli standard”. Di più: “Se qualcuno non accetta che il Pd sia libero, autonomo e che risponde soltanto alla sua base, se ne farà una ragione”. Il nemico non è in questa stanza, non è definibile. Schlein svuota le scarpe dei “sassolini” contro chi “vuole galleggiare”, contro chi “tifa pareggio e vuole le larghe intese”, ancora contro chi “aveva scommesso che non duravo sei mesi”. 

I delegati si spellano, la missione è compiuta. Ma come la Meloni del 2022 anche la Schlein del 2026 per arrivare a Chigi è costretta a indorare la pillola al suo Salvini. Per un leghista che sgomita anche contro la sua stessa coalizione, c’è un Giuseppe Conte in odore di primarie: il leader 5 Stelle condanna l’invio di armi all’Ucraina e preme sulle ferite interne al Pd. Schlein ancora non ha trovato le definitive contromisure, accorcia il respiro: “Dobbiamo continuare a sostenere l’Ucraina” che “ha il diritto di difendersi dall’aggressione russa, ma l’Ue deve assumere un’iniziativa politica e diplomatica per fermare i combattimenti e aprire un negoziato”.

Il passaggio, atteso, ruba un paio di minuti. I riformisti incassano – oggi la vera spaccatura, leggera ma indelebile, è sulla mancata candidatura di Giorgio Gori alle primarie, bocciata da un ordine del giorno con 26 astenuti e 3 contrari. Su Kiev l’importante era tenere il punto, Schlein lo fa. “Elly ha ribadito che la pace non è resa… intendeva dire sostegno anche militare all’Ucraina? Sì, però è vero che non l’ha detto”, sottolinea a Huffpost Graziano Delrio. Ancora più netto Piero Fassino: “È un errore contrapporre il rilancio della diplomazia al sostegno anche sul piano militare”. Per Filippo Sensi “il Pd su Kiev resta dove è sempre stato, anche se io auspico più forza”. 

I pompieri sono Marco Furfaro e Peppe Provenzano. Quest’ultimo, da responsabile esteri dem, nel foyer della Nuvola ricorda che nel campo largo “sul 99% dei temi internazionali andiamo d’accordo” ma “resta il nodo Ucraina” che “va affrontato e risolto” senza una resa “alle ragioni dell’aggressore”. “Nel Pd c’è unità sull’Ucraina, abbiamo sempre votato il sostegno militare ma ora l’Europa deve rilanciare il suo ruolo negoziale”, scandisce Furfaro: “E con Conte si va verso una convergenza, vedrete”. 

Una speranza, per ora, che trova forza nella promessa di Conte: “Non ci ritroveremo mai in una situazione così surreale per cui l’altro giorno Meloni esponeva una politica estera in Parlamento e nelle stesse ore Salvini da Bruxelles esponeva una politica estera completamente opposta”. Una coccola per gli schleiniani: “Non succederà mai – giura Conte – siamo persone serie”. 

La politica estera è il bandolo di questo “ultimo miglio”, come Schlein chiama la stagione che si concluderà nel 2027, con le elezioni. Per arrivarci la leader del Pd predica il rito del “testardamente unitari”, sposa le battaglie movimentiste anti-governo (ha accolto l’invito di Fratoianni&Bonelli per una manifestazione unitaria sul carovita) e studia da premier. Il più fresco manuale per scalare Palazzo Chigi l’ha scritto Meloni. Schlein oggi ne ha interpretato, dalla barricata opposta, alcuni passaggi salienti.


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