#Finsubito news dalla rete – Buoni pasto per partita IVA senza dipendenti: quando convengono


Buoni pasto, dal 1°gennaio 2026 la soglia esentasse è salita da 8 a 10 euro al giorno per quelli elettronici, mentre per i cartacei resta a 4 euro. La modifica è disposta dal comma 14 della legge di Bilancio 2026, che interviene sull’articolo 51, comma 2, lettera c) del TUIR.

Quella norma, però, riguarda il reddito di lavoro dipendente: stabilisce entro quale importo il buono pasto non concorre a formare il reddito del lavoratore. Per chi ha una partita IVA senza dipendenti il meccanismo fiscale è un altro.

Quando conviene allora acquistare buoni pasto per sé? Una spesa fiscalmente deducibile, infatti, non coincide con un risparmio d’imposta dello stesso importo. Partitaiva.it ha intervistato Antonio Procida, dottore commercialista, per capire quando i buoni pasto possono risultare realmente convenienti per un professionista.

Buoni pasto e partita IVA: il regime fiscale fa la differenza

I buoni pasto non sono riservati alle aziende con dipendenti: anche i titolari di partita IVA senza dipendenti possono acquistarli per sé. Le regole, però, sono diverse.

Chi lavora in regime forfettario non deduce analiticamente alcun costo, quindi nemmeno quello dei buoni pasto: il reddito si determina applicando ai compensi percepiti il coefficiente di redditività previsto per l’attività esercitata, che tiene già conto forfettariamente delle spese.

Diverso il caso del professionista in regime ordinario. L’articolo 54-septies, comma 1 del TUIR stabilisce che le spese relative a prestazioni alberghiere e a somministrazione di alimenti e bevande sono deducibili nella misura del 75% e, in ogni caso, per un importo complessivamente non superiore al 2% dell’ammontare dei compensi percepiti nel periodo d’imposta.

Deducibilità e risparmio fiscale non sono la stessa cosa

La norma individua quindi due limiti distinti: la percentuale della spesa che concorre alla deduzione, cioè il 75%, e il tetto massimo rapportato ai compensi, cioè il 2%.

Una volta determinata la quota che rientra nei limiti previsti, questa riduce il reddito sul quale il contribuente calcola l’imposta. Il beneficio effettivo dipende quindi dalla situazione fiscale complessiva e dall’aliquota applicabile.

In altre parole, una spesa deducibile non è una spesa rimborsata dal Fisco. Il professionista sostiene il costo e, nei limiti previsti, può ridurre il reddito imponibile.

Un esempio concreto

Il dott. commercialista Antonio Procida

“Per un professionista che opera in regime ordinario, le spese relative alla somministrazione di alimenti e bevande possono rientrare tra le spese deducibili dal reddito professionale, secondo le condizioni e i limiti previsti dalla normativa – spiega Procida –. In linea generale, la deduzione è pari al 75% della spesa, nel limite complessivo del 2% dei compensi percepiti nel periodo d’imposta. La disciplina può quindi interessare anche i buoni pasto acquistati dal professionista per sé stesso. Il primo errore, tuttavia, è considerarli come una sorta di soluzione fiscale per ridurre automaticamente le imposte”.

Il commercialista propone un esempio semplice. “Un professionista che percepisce 50.000 euro di compensi ha un limite complessivo di deducibilità pari a 1.000 euro, cioè il 2%. Se sostiene 1.500 euro di spese di vitto, il 75% della spesa è pari a 1.125 euro, ma la deduzione effettiva sarà comunque limitata a 1.000 euro. Il risparmio fiscale effettivo dipenderà poi dalla situazione fiscale complessiva del professionista e dall’aliquota marginale applicabile”.

È quindi importante ricordare che una spesa deducibile non significa una spesa rimborsata dal Fisco, sottolinea. “La deduzione serve a ridurre il reddito imponibile e quindi produce un risparmio d’imposta soltanto in funzione della posizione fiscale del contribuente. La convenienza va pertanto valutata considerando sia la spesa che il professionista avrebbe comunque sostenuto per il proprio vitto, sia i limiti fiscali applicabili. Non avrebbe senso sostenere una spesa soltanto perché fiscalmente deducibile”.

Il pagamento deve essere tracciabile

Il comma 6-bis dell’articolo 54-septies prevede che la deducibilità delle spese sostenute nel territorio dello Stato relative a vitto, alloggio, viaggio e trasporto mediante taxi e noleggio con conducente sia ammessa a condizione che i pagamenti siano eseguiti con versamento bancario o postale o mediante altri sistemi di pagamento tracciati.

Il buono pasto, in quanto strumento documentato e riconducibile a un’operazione registrata, non pone di per sé problemi sotto questo profilo. Resta però essenziale conservare la documentazione dell’acquisto e dell’utilizzo.

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Come scegliere il fornitore

La scelta dipende dalle condizioni del servizio: rete degli esercizi convenzionati, modalità di utilizzo, gestione digitale e costi applicati.

Il trattamento fiscale, invece, non dipende dal marchio scelto, ma dal regime fiscale del professionista e dalle condizioni previste dalla normativa. Non esiste quindi un buono pasto più vantaggioso di altri sul piano della deducibilità.

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Dove passa il confine con la spesa personale

Procida richiama l’attenzione sulla natura della spesa e sulla sua inerenza rispetto all’attività professionale. Il buono pasto è anzitutto un mezzo di pagamento: se il professionista lo utilizza, per esempio, per fare la spesa al supermercato, quel costo resta personale e il buono non lo rende deducibile.

“L’errore principale è confondere il buono pasto con la deducibilità della spesa. Il fatto che il pagamento avvenga attraverso un buono pasto non trasforma automaticamente la spesa in un costo professionale. Il professionista deve comunque rispettare le condizioni previste dalla normativa, i limiti di deducibilità e il principio generale di inerenza della spesa rispetto all’attività esercitata”, specifica.

“Un caso concreto può essere quello del professionista che acquista un quantitativo elevato di buoni pasto e li utilizza indistintamente per i propri pasti quotidiani, senza alcuna attenzione alla corretta documentazione e alla natura delle spese sostenute. In una situazione del genere, la semplice fattura di acquisto dei buoni pasto non dovrebbe essere considerata, da sola, sufficiente a dimostrare la natura professionale dell’intero costo”.

Cosa valutare prima della deduzione

Ai fini fiscali rilevano altri fattori, secondo l’esperto. “Il punto, quindi, non è stabilire se il buono pasto sia in assoluto deducibile o non deducibile, ma verificare quale sia la natura effettiva della spesa, se sia inerente all’attività professionale e se siano rispettate tutte le condizioni richieste dalla normativa fiscale. La regola più semplice da ricordare è questa: il buono pasto può essere uno strumento fiscalmente utile, ma non è una scorciatoia per trasformare una spesa personale in una spesa professionale”.

In altre parole, prima di chiedersi quanto posso dedurre, sarebbe sempre opportuno chiedersi perché questa spesa dovrebbe essere considerata fiscalmente inerente alla mia attività. “È questo, a nostro avviso, il modo corretto di affrontare il tema, soprattutto in un momento in cui sui social vengono spesso presentate soluzioni fiscali molto semplici a fronte di questioni che, invece, richiedono una valutazione più attenta”, conclude l’esperto.

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Domande frequenti

Un professionista senza dipendenti può acquistare buoni pasto per sé?

Sì. Le regole di deducibilità sono però diverse da quelle previste per i dipendenti.

Quanto si deduce?

Il 75% della spesa, entro il limite complessivo del 2% dei compensi percepiti nel periodo d’imposta.

Chi è in regime forfettario può dedurre i buoni pasto?

No. Nel forfettario il reddito si determina applicando un coefficiente di redditività e i costi effettivi non si deducono.

La soglia di 10 euro riguarda anche i professionisti?

No. L’innalzamento da 8 a 10 euro disposto dalla legge di Bilancio 2026 riguarda la soglia entro cui il buono pasto non concorre a formare il reddito di lavoro dipendente.

Quanto si risparmia davvero?

Il risparmio dipende dall’aliquota marginale applicabile e dalla situazione fiscale complessiva: la deduzione riduce il reddito imponibile, non restituisce l’importo speso.

Serve un pagamento tracciato?

Sì. Per le spese di vitto sostenute in Italia la deducibilità è ammessa solo se i pagamenti sono eseguiti con strumenti tracciati.

Il buono usato al supermercato è deducibile?

No, se la spesa è personale. Il buono è un mezzo di pagamento e non trasforma una spesa privata in un costo professionale.


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