Pedro Sánchez, il leader socialista che governa la Spagna dal giugno del 2018, è uno dei campioni della sinistra europea, e il suo “no” ad aumentare al 5% la spesa militare come ha preteso Donald Trump nel vertice Nato di Madrid del giugno 2025 lo ha di fatto etichettato quasi come pacifista. “Passare dal 2% al 5% – aveva dichiarato Sanchez – ci costringerebbe a oltrepassare le nostre linee rosse, ci costringerebbe o ad aumentare drasticamente le tasse sulla classe media, o a ridurre drasticamente le dimensioni del nostro Stato sociale. Una spesa al 2,1% è sufficiente, realistica e compatibile con lo stato sociale”. E così è stato, anche se questo non ha salvato il suo governo che è caduto sull’emergenza abitativa.
Ma in realtà Sanchez è tutt’altro che pacifista e, convinto della necessità di incrementare la spesa Nato in seguito alla minaccia stretegica che viene dalla Russia, ha mantenuto la promessa di innanzare la spesa militare del suo paese sopra il 2%, con un aumento che nel 2025 è stato monstre. Secondo il centro di ricerca svedese SIPRI la spesa militare della Spagna nel 2025 è stata di 40,2 miliardi di dollari, con un aumento reale del 50% rispetto al 2024. È stato l’incremento più forte tra i principali Paesi e ha portato Madrid al 15° posto mondiale. La Spagna ha così superato per la prima volta dal 1994 la soglia del 2% del PIL destinata alla difesa, attestandosi al 2,1%. L’aumento è stato associato soprattutto a crediti straordinari e al Piano industriale e tecnologico per la sicurezza e la difesa, che ha previsto circa 10,5 miliardi di euro aggiuntivi.
La Spagna, va ricordato, spende in Difesa meno dell’Italia (che è 12° nella classifica Sipri, con 48,1 miliardi di euro) ma a Madrid il tasso di crescita del 2025 è stato più che doppio (50% invece che 20%). E l’incremento non è stato solo nel 2025, ma è parte di un trend. Tra il 2022 e il 2025 – dati NATO del 2026 – la crescita del bilancio vero e proprio della difesa è stata del 94%, da 15 a 33 miliardi. Mentre dal 2018 al 2025 – cioè gli anni del governo Sánchez – è stata del 196%. Colpa certo del basso livello di investimenti della difesa che storicamente si registrava in Spagna, che era dello 0,92% del Pil nel 2018 (confermando il dato grossomodo stabile dal 2014), ha varcato la soglia dell’1% nel 2020 e ha raggiunto l’1,16% nel 2023 per poi salire ancora.
Secondo il Centre Delàs d’Estudis per la Pau, un centro studi catalano campione di antimilitarismo “la spesa militare reale dello Stato spagnolo è peraltro molto più elevata di quella solitamente dichiarata e, di fatto, sommando tutte queste altre voci militari, la spesa militare effettiva per il 2025 è stata addirittura superiore a quella annunciata dal governo spagnolo, raggiungendo la cifra di 39,5 miliardi di euro, pari al 2,42% del PIL spagnolo”. E il trend nei prossimi anni è quello di continuare a investire grandi quantità di risorse nella Difesa. Per raggiungere l’obiettivo della NATO, e nell’ambito dei più recenti piani di riarmo dell’UE, sottolinea Delàs, “sono stati approvati 42 importanti progetti di armamento, i cosiddetti Programmi Speciali di Modernizzazione (PEM), da sviluppare nei prossimi 15 anni e che, alla fine dell’anno, hanno raggiunto la cifra colossale di 33 miliardi di euro”. Per sviluppare questi PEM, il Ministero dell’Industria ha concesso crediti per la ricerca e sviluppo ad aziende del settore militare per un importo di 22 miliardi. “Complessivamente, gli attuali programmi di armamento – osserva il centro studi – ammontano a 82 miliardi, il che rappresenta un enorme impegno di spesa per le casse pubbliche da sostenere nei prossimi tre decenni”.
“La maggior parte degli appalti nel settore della difesa in Spagna – sottolinea un studio di BBVA Research – viene aggiudicata a produttori nazionali o dell’Unione Europea, con una presenza molto limitata di fornitori provenienti da paesi terzi, come gli Stati Uniti”. Ma per gli antimilitaristi si spende comunque troppo. “Anche se prendessimo in considerazione il calcolo del governo spagnolo di 33 miliardi – sottolinea Pere Ortega, ricercatore presso il Centro Delàs ed esperto di spesa militare – mantenendo la spesa militare al 2% del PIL spagnolo quest’anno, il 2026, richiederà senza dubbio un nuovo esercizio di ingegneria di bilancio, in attesa dei nuovi bilanci generali e tenendo conto delle enormi difficoltà che una spesa militare così ingente comporterà nell’ottenere il sostegno necessario, a maggior ragione in un momento in cui sono evidenti esigenze più urgenti per la popolazione, quali l’alloggio, la sanità, istruzione, pensioni e servizi sociali in generale”.
Un documento del Ministero della Difesa del 2026 afferma che la Spagna ha raggiunto il 2% nel 2025 e lo manterrebbe nel 2026, con una spesa difensiva “core” stimata da 22,6 miliardi di euro nel 2024 a 35,4 miliardi nel 2026. Quindi la spesa rimarrà alta, sopra il 2,1/2,2% del PIL. E il governo Sánchez difende pienamente le sue scelte. “La Spagna – è scritto in un documento ufficiale della Moncloa, la Palazzo Chigi spagnola, del luglio 2026 – è un alleato che rispetta i propri impegni, assume un ruolo guida e interviene quando necessario, rafforza le capacità chiave dell’Alleanza, e lo fa senza compromettere i propri principi, la sostenibilità fiscale né le priorità di spesa e di investimento sostenute da un ampio consenso sociale. La Spagna è passata dallo stanziare lo 0,9% del PIL alla difesa nel 2018 al raggiungimento e al consolidamento di livelli di investimento pari al 2% del PIL nel 2025 e nel 2026. Nello stesso periodo, la spesa nominale per la difesa è più che triplicata, passando da 11,172 miliardi di euro a 35,419 miliardi di euro nel 2026. Dal 2020, la Spagna ha registrato il quarto aumento più consistente della spesa per la difesa all’interno dell’Alleanza, con una crescita della spesa reale del 146%, al netto dell’inflazione. E abbiamo anche speso meglio”. “Questo impegno – prosegue il governo spagnolo – non ha impedito l’espansione dello Stato sociale, invertendo la tendenza ai tagli dopo un decennio di austerità in risposta alla Grande Recessione. In questo periodo, gli investimenti nella protezione sociale, nell’edilizia abitativa, nella sanità e nell’istruzione sono aumentati di 145 miliardi di euro. La Spagna ha inoltre affrontato altre sfide importanti, tra cui l’emergenza climatica, con oltre 30 miliardi di euro stanziati per la transizione verde, e la sfida demografica, quadruplicando i finanziamenti destinati al sistema di assistenza a lungo termine. Tutto ciò è stato realizzato preservando la disciplina di bilancio. Aumentare l’obiettivo di spesa al 5% del PIL avrebbe alterato in modo sostanziale questo equilibrio”.
E così è arrivato il No a Trump. Non un No per pacifismo, visto il forte aumento comunque deliberato delle spese militari, ma politico. Legato al modello di paese e di società che aveva Sánchez, certo molto lontano da quello del presidente Usa. Un modello che comunque non ha convinto fino in fondo: il Governo è caduto, la palla passa agli elettori.
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