#Finsubito news dalla rete – Padova e Rovigo, allarme artigiani: il Fisco contesta i redditi del 2020 e chiede migliaia di euro in più


Il 2020 torna a pesare sui bilanci delle imprese artigiane. A distanza di anni, l’Agenzia delle Entrate sta inviando nuove contestazioni sui redditi dichiarati durante l’anno della pandemia, chiedendo ad alcune attività di versare ulteriori imposte, contributi previdenziali, sanzioni e interessi. Una situazione che, secondo la Confederazione nazionale dell’artigianato (Cna) di Padova e Rovigo, coinvolgerebbe almeno un’impresa su dieci tra quelle seguite dall’associazione in queste settimane, con richieste economiche che in alcuni casi possono raggiungere importi a cinque cifre.

Al centro della controversia ci sono i ricavi dichiarati dalle aziende, giudicati troppo bassi rispetto al numero di lavoratori impiegati e alle ore di attività potenzialmente disponibili. Partendo da questi elementi, il Fisco avrebbe ricostruito ricavi e redditi superiori a quelli indicati nelle dichiarazioni, chiedendo quindi il pagamento delle somme ritenute dovute.

La contestazione di Cna riguarda soprattutto il metodo utilizzato per valutare un anno che, secondo l’associazione, non può essere trattato come un normale periodo d’esercizio. Nel 2020, infatti, la pandemia aveva modificato profondamente l’organizzazione del lavoro, tra restrizioni, procedure di sicurezza e tempi più lunghi per svolgere le attività. Per questo la Confederazione sta contestando gli accertamenti e affiancando le imprese nelle procedure per ridurre gli importi richiesti.

I casi segnalati nel Padovano mostrano come le ricostruzioni del Fisco possano incidere in maniera significativa sui conti delle aziende, anche quando gli accertamenti vengono successivamente ridimensionati attraverso il confronto con l’amministrazione finanziaria.

Un’officina dell’Alta Padovana, gestita dal titolare con un apprendista, aveva dichiarato 109mila euro di ricavi e un reddito d’impresa di 15mila euro. L’Agenzia delle Entrate ha contestato ulteriori 48mila euro di ricavi e 46mila euro di reddito. La trattativa ha permesso di ridurre l’accertamento di circa la metà, ma il caso evidenzia comunque la distanza tra i valori dichiarati e quelli ricostruiti dall’ente.

Più consistente la contestazione nei confronti di una società di autoriparazione di Cadoneghe, con due soci e un apprendista. A fronte di 180mila euro di ricavi dichiarati, il Fisco ha ricostruito altri 134mila euro di ricavi e 117mila euro di reddito aggiuntivo. Anche in questo caso l’importo iniziale è stato ridotto, con una diminuzione di circa il 46%. L’impresa ha tuttavia dovuto sostenere oneri fiscali e previdenziali calcolati su una base di circa 72mila euro.

A Monselice, un’altra officina che aveva dichiarato ricavi per 240mila euro si è vista contestare ulteriori 80mila euro sia sul fronte dei ricavi sia su quello del reddito. La conciliazione ha consentito di ridurre l’accertamento di circa il 41%.

Le verifiche non riguardano soltanto il settore della riparazione automobilistica. A Tribano, un elettricista che lavorava con due operai e un dipendente part-time ha ricevuto una contestazione di ulteriori 160mila euro di ricavi rispetto ai 480mila dichiarati. Dopo il confronto con il Fisco, la riduzione è stata di circa il 67%, ma gli oneri sono stati comunque calcolati su circa 55mila euro.

Una situazione analoga ha coinvolto un’impresa di rivestimenti di Trebaseleghe, composta dal titolare e da un operaio. A fronte di 118mila euro di ricavi dichiarati, l’Agenzia ha contestato altri 50mila euro. La trattativa ha portato a ridurre a circa 30mila euro la base sulla quale sono stati calcolati gli oneri.

Numeri che, secondo Cna, mostrano quanto possano essere pesanti le conseguenze economiche degli accertamenti, anche quando le richieste iniziali vengono ridimensionate. Per le piccole imprese, infatti, non si tratta soltanto di affrontare una controversia fiscale, ma di reperire risorse per pagamenti che possono incidere sulla gestione ordinaria dell’attività.

A sollevare il problema è Matteo Rettore, segretario di Cna Padova e Rovigo, che riconosce la necessità di contrastare l’evasione fiscale, ma contesta l’applicazione automatica di parametri standardizzati a un periodo eccezionale come quello della pandemia. Secondo Rettore, il numero di dipendenti non può essere considerato da solo una misura attendibile del lavoro effettivamente svolto e dei ricavi che un’impresa avrebbe dovuto produrre in quell’anno.

Il segretario porta come esempio proprio le officine meccaniche, dove le procedure introdotte per contenere i contagi avevano modificato i tempi di lavorazione. La sanificazione degli ambienti, l’utilizzo dei dispositivi di protezione e la necessità di limitare la presenza contemporanea degli operatori avevano reso più complesso intervenire sulle automobili, arrivando, secondo quanto riferito da Cna, anche a raddoppiare i tempi necessari per alcune attività.

Per l’associazione, questi fattori avrebbero dovuto essere considerati nella valutazione dei redditi e dei ricavi dichiarati. Cna riferisce di aver chiesto all’Agenzia delle Entrate una revisione dei parametri utilizzati, senza però ottenere, finora, il riscontro auspicato.

Il nodo resta quindi il rapporto tra i controlli fiscali e le condizioni eccezionali in cui le imprese hanno operato nel 2020. Da una parte c’è l’esigenza di verificare la correttezza delle dichiarazioni e recuperare eventuali imposte non versate; dall’altra, la richiesta delle associazioni di categoria di valutare i singoli casi tenendo conto delle restrizioni e delle difficoltà che hanno segnato quell’anno.

Per gli artigiani coinvolti, la questione non è soltanto stabilire se i conti siano corretti, ma anche evitare che ricostruzioni basate su parametri ritenuti poco aderenti alla realtà producano richieste economiche difficili da sostenere. Un confronto che, per Cna Padova e Rovigo, resta aperto e che potrebbe avere conseguenze importanti per numerose piccole attività del territorio.




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