C’è un numero che, letto in fretta, potrebbe sembrare una buona notizia per la sanità pubblica: 2,4 miliardi di euro. È quanto si ottiene applicando lo 0,1% al valore del Pil italiano (stimando 2.400 miliardi di euro), la percentuale indicata nel Documento programmatico di bilancio 2027 per l’impatto delle misure riferite alla sanità. Ma fermarsi a quel calcolo rischia di trasformare una stima in una promessa. Perché quei soldi, almeno per come sono descritti nel documento, non sono un nuovo stanziamento già assegnato al Servizio sanitario nazionale.
È questa la prima cautela da tenere presente leggendo il documento diffuso dal ministero dell’Economia e delle finanze guidato da Giancarlo Giorgetti e trasmesso alla Commissione europea. La sezione dedicata alla sanità richiama le raccomandazioni europee e le misure che l’Italia intende attuare, ma non definisce un incremento del Fondo sanitario nazionale pari a 2,4 miliardi. La differenza non è soltanto contabile: è la distanza tra una stima dell’impatto economico di una serie di interventi e risorse effettivamente disponibili per assumere personale, acquistare farmaci, finanziare prestazioni e ridurre le liste d’attesa.
I 2,4 miliardi associati allo 0,1% del Pil sono una stima d’impatto, non nuovi fondi già assegnati al SSN
«Non bisogna assolutamente pensare che quei 2,4 miliardi di euro saranno nuovi investimenti tout court», chiarisce Simone Ghislandi, professore associato di Economia pubblica all’Università Bocconi di Milano, riferendosi all’ipotesi di considerare questa somma come risorse aggiuntive per il Ssn. Il numero, spiega, deriva dall’impatto complessivo delle raccomandazioni, non da un aumento già deliberato del Fondo sanitario nazionale. E il saldo può comprendere effetti di segno opposto: maggiori spese da una parte, risparmi potenziali dall’altra.
Lo 0,1% del Pil non è un assegno alla sanità
Il punto è capire che cosa ci sia dentro questa percentuale. Tra le misure richiamate dal documento figurano il rafforzamento dell’assistenza territoriale, le Case della Comunità, la formazione e la presenza dei medici, la sanità digitale, l’aggiornamento dei Livelli essenziali di assistenza e il monitoraggio delle liste d’attesa. Interventi che possono richiedere risorse, ma che, almeno in teoria, possono anche produrre recuperi di efficienza.

È il caso della digitalizzazione. Telemedicina, condivisione dei dati e strumenti di monitoraggio potrebbero contribuire a ridurre prestazioni inappropriate, ricoveri evitabili e duplicazioni. Ma quantificare oggi questi risparmi è un’altra cosa. «Ci si può aspettare qualche risparmio», osserva Ghislandi, riferendosi alla digitalizzazione, «ma comunque i 2,4 miliardi dovrebbero includere anche gli effetti positivi di alcuni di questi potenziali interventi». Il saldo, dunque, non è un importo da spendere: è una previsione costruita sommando costi e benefici attesi.
Il problema, aggiunge il docente, è che «non si sa abbastanza», per capire nel dettaglio come si arriverà a quel risultato. La tecnologia può rendere più efficiente il sistema, ma non sostituisce automaticamente le risorse necessarie a farlo funzionare. E soprattutto non paga, da sola, gli infermieri, i medici, i farmacisti ospedalieri o le strutture che devono erogare le prestazioni.
Ghislandi invita anche a non aspettarsi che il passaggio dal documento programmatico alla legge di Bilancio – che come è stato più volte ventilato dalla politica sarà “conservativa”, per usare un eufemismo, per quasi tutti i capitoli di spesa fuorché per la “difesa” – si traduca in un incremento superiore a quello indicato: «Se si tratta di aspettarsi di più, non credo proprio. Aspettarsi di meno, questo è sempre possibile». La sua lettura è quella di un quadro prudente, con un contributo alla sanità «molto marginale». Non un taglio esplicito, precisa, ma neppure una svolta finanziaria. Certo è, invece, che tra le voci collegate al capitolo sanità del documento di Giorgetti una su tutte sembra collimare con le richieste fatte a gran voce non solo dalle associazioni e dai sindacati, ma anche dallo stesso ministro della Salute e dalle Regioni: occorre potenziare il personale medico e infermieristico in forze al SSN.
Schillaci chiede 5,5 miliardi, le Regioni oltre 18
È qui che il documento incontra le richieste del sistema sanitario. Il 6 ottobre il ministro della Salute Orazio Schillaci ha indicato in almeno 5,5 miliardi le risorse necessarie per il 2027, citando tra le esigenze i contratti del personale, le Case della Comunità, i farmaci e l’aumento delle bollette. La Conferenza delle Regioni, a fine settembre, aveva invece messo sul tavolo una richiesta di oltre 18 miliardi aggiuntivi nel triennio 2027-2029, insieme al superamento dei vincoli alla spesa per il personale e a un fondo da 1,5 miliardi per l’innovazione terapeutica.
Spesa corrente e investimenti rispondono a esigenze diverse: strutture e tecnologie richiedono anche personale e risorse per funzionare
Il confronto con i 2,4 miliardi ricavati dallo 0,1% del Pil può essere utile per misurare la distanza politica e finanziaria, ma non va trasformato in una sottrazione automatica: le cifre non hanno la stessa natura e non sono direttamente comparabili. Da una parte ci sono richieste di finanziamento; dall’altra una stima dell’impatto netto delle misure collegate alle raccomandazioni europee. Il documento, in ogni caso, non contiene un impegno esplicito a soddisfare le richieste di Schillaci o delle Regioni, sottolinea il professore della Bocconi.
La conseguenza è che il nodo del finanziamento resta aperto. E non si tratta soltanto di stabilire quanti miliardi assegnare al Fondo sanitario nazionale, ma di capire se la crescita delle risorse sia sufficiente a coprire la dinamica della spesa e i bisogni assistenziali.
Il divario che Gimbe vede nel triennio
Il nono Rapporto della Fondazione Gimbe, presentato il 7 ottobre, offre una misura di questa distanza. Secondo l’analisi, il Fondo sanitario nazionale è salito da 125,4 miliardi di euro nel 2022 a 142,9 miliardi nel 2026: 17,5 miliardi in più in termini nominali. Ma se la quota di Pil destinata al Ssn fosse rimasta al livello del 2022, il finanziamento cumulato nel periodo 2023-2026 sarebbe stato superiore di 18,8 miliardi. È il fenomeno che Gimbe definisce dei «tagli invisibili»: non una diminuzione nominale del Fondo, ma una perdita relativa rispetto alla ricchezza prodotta dal Paese.
Per il triennio 2027-2029 la Fondazione stima inoltre un divario cumulativo di 32,3 miliardi tra le previsioni di spesa sanitaria e l’entità del finanziamento pubblico: 7,6 miliardi nel 2027, 10,7 nel 2028 e 14 nel 2029. Nello stesso periodo, secondo il quadro esaminato da Gimbe, la spesa sanitaria si attesterebbe al 6,3% del Pil, mentre la quota di ricchezza destinata al finanziamento pubblico resta più bassa.
Sono stime elaborate su basi contabili differenti, da leggere con attenzione, ma il segnale è chiaro: l’aumento nominale delle risorse non basta a dimostrare che il sistema sia finanziato in misura adeguata. E se il divario non viene colmato, avvertiva Gimbe, il peso rischia di ricadere sui bilanci regionali, con il rischio di nuove imposte o di una riduzione dei servizi.
Spesa corrente e investimenti: due problemi diversi
Del resto, nel dibattito pubblico i termini «spesa» e «investimento» vengono spesso usati come sinonimi. Per la sanità, invece, la distinzione è decisiva. La spesa corrente serve a garantire il funzionamento quotidiano del sistema: stipendi, acquisto di farmaci e dispositivi, contratti, utenze, prestazioni e servizi. Gli investimenti finanziano invece beni e capacità destinati a durare nel tempo: edifici, apparecchiature, infrastrutture digitali e ammodernamento tecnologico.
Le due voci si sostengono a vicenda, ma non sono intercambiabili. Una Casa della Comunità può essere realizzata con risorse per gli investimenti; per aprirla e mantenerla operativa servono poi medici, infermieri, personale amministrativo, servizi e fondi correnti. Lo stesso vale per la telemedicina: acquistare una piattaforma non significa aver finanziato il personale che deve utilizzarla né garantire che i dati siano accessibili e integrati nei percorsi di cura.
Il monitoraggio dei divari territoriali deve tradursi in interventi concreti per migliorare l’accesso e la continuità delle cure
È un passaggio importante anche per interpretare le richieste delle Regioni e di Schillaci. Quando quest’ultimo parla di risorse per contratti, farmaci e assistenza territoriale, il problema non riguarda soltanto nuove opere o tecnologie: si riferisce soprattutto alla capacità di erogare prestazioni in modo continuativo. E quando si invocano investimenti, bisogna chiedersi quale spesa corrente sarà necessaria per renderli produttivi.
Ghislandi insiste proprio su questo punto: «È difficile far funzionare una macchina senza benzina». Le regioni che hanno attraversato anni di piani di rientro, aggiunge, hanno bisogno di poter utilizzare la ritrovata solidità organizzativa per tornare a investire. Ma se mancano strutture e personale, «bisogna pagarli, non c’è una scorciatoia».
La cartina di tornasole è il divario territoriale
Il documento richiama strumenti che potrebbero migliorare il monitoraggio della spesa e l’organizzazione dei servizi, ma non offre, secondo Ghislandi, le condizioni per aspettarsi una rivoluzione nella riduzione delle disuguaglianze regionali. «Proprio così», risponde quando gli viene chiesto se queste misure rischino di cristallizzare i divari esistenti. Per il docente, gli interventi indicati sono necessari, ma non sufficienti.
Un indicatore da osservare è la mobilità sanitaria interregionale: se un paziente deve spostarsi dal Sud al Nord per ricevere una prestazione, il sistema non sta garantendo lo stesso accesso alle cure su tutto il territorio. Accanto alla mobilità, servono dati su liste d’attesa, copertura degli screening, presa in carico dei pazienti cronici e qualità degli esiti.
La tecnologia per monitorare questi fenomeni esiste, sostiene Ghislandi. La condivisione dei dati, anche a fini di ricerca, potrebbe essere migliorata; università e centri di ricerca possono contribuire a leggerli e a valutare l’efficacia delle politiche. Ma il monitoraggio non deve diventare un alibi: conoscere un problema non equivale a risolverlo.
Il Documento programmatico di bilancio, dunque, non chiude la partita delle risorse sanitarie. La rinvia alla discussione parlamentare della Manovra e alle scelte che seguiranno. Lo 0,1% del Pil è una stima, non un assegno; le richieste di Schillaci e delle Regioni restano sul tavolo; i numeri di Gimbe mostrano la dimensione del divario da colmare. La vera prova non sarà il numero dei miliardi annunciati, ma quanti di quei miliardi arriveranno davvero ai servizi, al personale e ai pazienti.
Perché una sanità può anche non subire tagli sulla carta. Ma se le risorse crescono meno dei bisogni, il conto arriva lo stesso: sotto forma di attese più lunghe, cure rinviate e cittadini costretti a pagare di tasca propria.
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