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Negli ultimi anni diverse regioni italiane hanno approvato leggi e delibere su questioni che il governo e il parlamento non hanno affrontato a livello nazionale. Il caso più noto è il suicidio assistito, la pratica con cui ci si autosomministra un farmaco per morire; ma è successo anche con il cosiddetto social freezing, il congelamento degli ovuli per ragioni non mediche, e prima con la contraccezione gratuita, il salario minimo negli appalti e le limitazioni agli affitti brevi nelle regioni più frequentate dai turisti.
Sono questioni sociali e di diritti civili che riguardano moltissime persone, al di là dei confini regionali, e che proprio per questo di norma dovrebbero essere regolamentate in maniera uniforme in tutto il paese: le regioni sono intervenute perché lo Stato, per varie ragioni, non lo ha fatto.
Corrado Caruso, professore ordinario di diritto costituzionale all’università di Bologna, dice che la tendenza si è accentuata con questo governo, che in quattro anni ha fatto poco, rinviando le riforme più importanti e limitandosi ad approvare provvedimenti di portata minore o più concentrati sulla sicurezza. «Di fronte all’immobilismo conservatore di questo governo le regioni hanno utilizzato i propri margini di autonomia per dare una serie di risposte progressiste», dice Caruso.
Il suicidio assistito è l’esempio più evidente. In Italia è legale dal 2019, grazie a una storica sentenza della Corte costituzionale che l’ha decriminalizzato in casi precisi: da allora la Corte ha chiesto più volte una legge per regolamentarlo, stabilendo criteri, modalità e tempi per l’accesso, ma il parlamento non l’ha mai approvata. La mancanza di una norma ha accumulato problemi e sofferenze per chi chiedeva di ricorrere alla pratica e portato a una serie di disobbedienze civili, fino a quando le regioni hanno iniziato a dotarsi in maniera autonoma di leggi: finora lo hanno fatto in cinque.
Il governo ha risposto impugnando le leggi regionali di fronte alla Corte costituzionale per chiedere di annullarle, sostenendo che la regolamentazione del suicidio assistito sia di competenza statale e non regionale (ma sempre in mancanza di una legge nazionale). Per ora ha impugnato tre leggi regionali su cinque (Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna), tutte a parte l’unica approvata da una regione di centrodestra, il Veneto, e l’ultima appena approvata, quella dell’Umbria del 22 ottobre.
Nel caso della Toscana e della Sardegna, la Corte ha respinto i ricorsi del governo contro le leggi nel loro complesso, stabilendo che le regioni possono organizzare l’assistenza sanitaria al suicidio assistito, ma ha dichiarato incostituzionali alcune parti di quelle leggi indicando alcune modifiche da fare (l’Umbria invece ha già adeguato la sua proposta a queste indicazioni). Nel frattempo anche l’ultima proposta di legge che era in discussione in parlamento è stata affossata.
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Sui diritti riproduttivi, da alcuni anni le regioni hanno iniziato ad approvare provvedimenti per distribuire gratuitamente contraccettivi nei consultori alle persone più giovani: lo hanno fatto tra le altre Puglia, Emilia-Romagna, Piemonte, Lazio e Toscana (qui c’è una mappa completa). Di nuovo le regioni hanno colmato una mancanza a livello nazionale: a differenza del suicidio assistito, però, in questo caso la legge esiste ma non viene applicata.
Sia la legge 405 del 1975, quella che ha istituito i consultori, che la legge 194 del 1978, quella sul diritto all’aborto, prevedono la contraccezione gratuita, che però non è mai stata garantita in tutta Italia. Negli anni ci sono state proteste, petizioni, raccolte firme e incontri con le istituzioni portate avanti da movimenti femministi, comitati o associazioni per riuscire a ottenere l’applicazione della legge, senza risultati a livello nazionale.
Ultimamente le regioni hanno iniziato a muoversi anche sul sostegno economico al congelamento degli ovuli per ragioni non mediche. Congelare gli ovuli – tecnicamente “crioconservarli” – serve a preservare la loro capacità riproduttiva in un momento in cui è ancora alta, per poterli utilizzare anche anni dopo per una gravidanza. Attualmente in Italia questa pratica può essere rimborsata dal Servizio sanitario nazionale solo per ragioni mediche, per esempio se la persona deve sottoporsi a chemioterapia, radioterapia o altri trattamenti che indeboliscono la riserva ovarica. Chi lo fa per ragioni personali, per esempio per posticipare una gravidanza per motivi economici o di lavoro, spende dai 2mila ai 4mila euro.
A livello nazionale sono state depositate due proposte di legge per dare un sostegno economico a chi congela gli ovuli per ragioni personali, una dal Movimento 5 Stelle e una dal Partito Democratico: sono entrambe ferme, e nel frattempo le regioni hanno iniziato a muoversi da sole. La prima a farlo era stata la Puglia con una legge alla fine del 2024, seguita dalla Toscana: sono state fatte proposte simili anche in Umbria, in Liguria, in Emilia-Romagna e in Veneto.
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Le regioni si sono mosse prima dello Stato anche sullo psicologo di base, un servizio psicologico pubblico da integrare nel Servizio sanitario nazionale. La prima regione a introdurlo fu la Campania nel 2023: anche in quel caso il governo impugnò la legge sostenendo che la regione non potesse agire autonomamente, e anche in quel caso la Corte costituzionale respinse il ricorso.
Dopo la Campania hanno adottato provvedimenti simili molte altre regioni. Alla fine del 2025 governo e regioni hanno approvato un piano per la salute mentale che introduce la figura dello psicologo di base, ma per ora il servizio continua a essere finanziato dalle regioni che lo hanno attivato.
Lo scontro tra Stato e regioni è frequente, su questo genere di provvedimenti. Oltre che col suicidio assistito e con lo psicologo di base, è successo anche con la limitazione degli affitti brevi, per esempio con la Puglia e l’Emilia-Romagna: in entrambi i casi le leggi regionali sono finite alla Corte costituzionale, che ne ha dichiarato illegittime le parti più importanti, nel caso della Puglia proprio per ragioni di competenza territoriale.
C’è stato uno scontro anche sulle norme che Puglia e Toscana avevano introdotto sul salario minimo negli appalti pubblici. Anche in questo caso il governo aveva fatto ricorso alla Corte costituzionale: la Corte aveva dichiarato inammissibile il ricorso contro la legge pugliese, e aveva invece accolto quello sulla Toscana.
L’autonomia delle regioni su temi e questioni così rilevanti ha varie ragioni. In parte dipende dalla forma di governo delle regioni, che hanno presidenti eletti in maniera diretta e maggioranze più solide e coese di molti governi nazionali: «Un decisionismo così rapido e risoluto sarebbe impensabile in un governo nazionale, che deve mediare molti più interessi», dice Caruso.
Un’altra ragione è il non aver mai chiarito, fin dalla loro istituzione, quale fosse esattamente il raggio d’azione delle regioni: è un’incertezza che si è ulteriormente accentuata con la riforma, nel 2001, del titolo V della Costituzione, quello che regola i rapporti tra Stato e regioni. «Quella riforma ampliò molto i poteri delle regioni senza stabilire con chiarezza dove finissero quelli dello Stato», dice Caruso: da allora i conflitti tra i due livelli sono stati risolti quasi sempre caso per caso dalla Corte costituzionale.
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