Perugia – Giovedì sera l’Assemblea legislativa dell’Umbria ha approvato una legge che stabilisce come il servizio sanitario regionale debba gestire le richieste di suicidio medicalmente assistito. La proposta era di iniziativa popolare, promossa dall’associazione Luca Coscioni e sottoscritta da 4.801 cittadini umbri. È passata con 11 voti favorevoli, quelli di Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra, 6 contrari (Fratelli d’Italia, Donatella Tesei della Lega, Andrea Romizi di Forza Italia e Bianca Maria Tagliaferri della lista Umbria Domani) e 3 astensioni (Laura Pernazza di Forza Italia, Enrico Melasecche della Lega e Nilo Arcudi di Tp-Uc).
La presidente della Regione Umbria, Stefania Proietti, si è più volte dichiarata cattolica e ha rivendicato pubblicamente la propria fede anche durante la campagna elettorale del 2024, quando è stata eletta con il sostegno del centrosinistra dopo otto anni da sindaca di Assisi. Proietti ha scelto di non partecipare al voto sulla legge che disciplina il suicidio medicalmente assistito, definendo la propria decisione «meditata» e «sofferta». Con l’approvazione della legge, l’Umbria è diventata la quinta regione italiana, dopo Toscana, Sardegna, Emilia-Romagna e Veneto, a dotarsi di una disciplina in materia.
Oggi i vescovi della Conferenza episcopale umbra hanno diffuso una nota in cui dicono di aver appreso dell’approvazione «con amarezza e delusione». La legge, scrivono, «anziché promuovere e difendere la vita come dono inestimabile, intende legalizzarne la soppressione». Secondo i vescovi «la risposta umana e cristiana alle esigenze delle persone anziane, malate e sole è l’accompagnamento e la prossimità solidale», e la Regione dovrebbe piuttosto dare «piena attuazione alla legge che ha introdotto le cure palliative». La nota si chiude con una frase pronunciata da papa Leone XIV a Lourdes il 27 settembre scorso: «La tentazione di togliere la vita con il pretesto di una falsa compassione deve essere fermamente respinta. Ciò che è legale non è necessariamente morale». Abbiamo fatto alcune domande al presidente dei vescovi umbri, l’arcivescovo di Spoleto-Norcia, Mons. Renato Boccardo.
Cosa c’era prima
In Italia non esiste una legge nazionale sul suicidio assistito: le regole le ha scritte la Corte costituzionale. Con la sentenza 242 del 2019, sul caso di Marco Cappato, che aveva accompagnato in una clinica svizzera Fabiano Antoniani, conosciuto come dj Fabo, la Corte ha stabilito che non è punibile chi agevola il suicidio di una persona affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che lei stessa ritiene intollerabili, tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale e capace di prendere decisioni libere e consapevoli. Le condizioni devono essere verificate da una struttura pubblica del servizio sanitario, sentito il comitato etico. Nel 2024, con la sentenza 135, la Corte ha dato un’interpretazione più ampia di che cosa siano i trattamenti di sostegno vitale. In entrambe le occasioni ha chiesto al Parlamento di approvare una legge, cosa che non è mai avvenuta.
Senza una legge, chi chiede il suicidio assistito si rivolge alla propria azienda sanitaria, che però non ha procedure né scadenze da rispettare. Laura Santi, giornalista perugina malata di sclerosi multipla progressiva, secondo l’associazione Coscioni ha aspettato due anni e otto mesi prima di ottenere tutte le verifiche. È morta il 21 luglio 2025 a casa sua, somministrandosi da sola un farmaco letale. Era stata lei a guidare in Umbria la raccolta firme per la proposta di legge, e pochi giorni prima, il 9 luglio, aveva annunciato che la soglia necessaria era stata superata. Le firme sono state depositate a Palazzo Cesaroni, sede dell’Assemblea legislativa, il 17 settembre 2025.
Il testo depositato era lo stesso che la Coscioni ha presentato in molte regioni con il nome «Liberi subito»: fissava requisiti e scadenze precise per ogni passaggio. La Toscana lo aveva approvato per prima, nel 2025, e il governo lo aveva impugnato. Con la sentenza 204 del 2025 la Corte costituzionale ha chiarito che le regioni possono organizzare il percorso sanitario ma non stabilire per conto loro le condizioni di accesso, e ha dichiarato illegittime alcune parti della legge toscana. Per evitare la stessa sorte, in Umbria la proposta è stata riscritta.
Cosa prevede la legge
Rispetto al testo firmato dai cittadini, quello approvato è molto più breve. In commissione è sparita la parola «suicidio», sostituita ovunque dall’espressione «morte volontaria medicalmente assistita», ed è sparito il richiamo alle sentenze della Corte. Sono stati eliminati l’elenco dei requisiti, la frase che definiva il diritto ai trattamenti «individuale e inviolabile», la possibilità di presentare la domanda tramite un delegato e, soprattutto, i tempi: la proposta originaria voleva che l’intera verifica si chiudesse in 25 giorni, 30 al massimo. Il testo approvato dice soltanto che il procedimento deve concludersi «senza ritardi» e «secondo una tempistica compatibile con le condizioni cliniche del paziente».
Entro sessanta giorni dall’entrata in vigore, ciascuna delle due Usl umbre dovrà istituire una Commissione multidisciplinare permanente formata da un medico palliativista, uno psichiatra, un anestesista rianimatore, uno psicologo, un medico legale e un infermiere, a cui di volta in volta si aggiunge uno specialista della malattia di chi fa richiesta. I componenti sono dipendenti che si offrono volontari e non ricevono compensi. Il malato presenta la domanda alla propria Usl insieme alla documentazione sanitaria; la Commissione verifica i requisiti e manda la sua relazione al Comitato etico regionale, che esprime un parere. Se l’esito è positivo, la Commissione stabilisce come il malato si somministrerà il farmaco, oppure approva un protocollo scritto dal suo medico di fiducia. Un medico deve comunque assisterlo: quello che ha scelto o, se non ne ha indicato nessuno, uno individuato dal servizio sanitario, «preferibilmente anestesista». Tutte le prestazioni sono gratuite.
Giovedì in aula il testo è cambiato ancora. Con gli emendamenti della consigliera del PD Maria Grazia Proietti è stato tolto dal primo articolo il riferimento alla «fase terminale della vita», che avrebbe potuto essere letto come un requisito ulteriore rispetto a quelli fissati dalla Corte, ed è stato ribadito che i dettagli attuativi spettano a ciascuna Usl. Sono passati anche diversi emendamenti di Pernazza, che pure non ha votato a favore della legge: le condizioni di accesso andranno verificate secondo la disciplina statale e la giurisprudenza costituzionale, il malato dovrà essere informato sulle cure palliative e potervi accedere senza che la procedura rallenti, potrà sospendere o revocare la propria richiesta, e una clausola valutativa imporrà di controllare come la legge viene applicata. Sono stati respinti invece gli emendamenti che chiedevano di cambiare il titolo della legge, di garantire un sostegno psicologico, di informare il malato, se lo desidera, sulle associazioni che si occupano di tutela della vita e di modificare la composizione della Commissione.
Cosa non c’è
Nel testo mancano due cose di cui si è parlato poco. La prima è l’obiezione di coscienza, che non viene mai nominata, come avevano fatto notare Eleonora Pace di Fratelli d’Italia in commissione e la stessa Pernazza in aula. Entrare nella Commissione è una scelta volontaria, ma la legge tace su chi, tra medici e infermieri, non vorrà avere parte nella procedura, a cominciare dall’anestesista che il servizio sanitario dovrà individuare quando il paziente non ha un medico di fiducia.
La seconda riguarda la persona che chiede di morire. Nel testo arrivato in aula il percorso è descritto in ogni passaggio, dalla domanda al parere finale, ma nessun articolo prevede che qualcuno la incontri e ascolti le ragioni della sua richiesta. Quando hanno calcolato i costi, gli uffici regionali hanno messo in conto anche una visita, eventualmente a domicilio, del valore di 300-600 euro; nella legge, però, la visita non compare. «Questa proposta di legge prevede solo una verifica documentale e non un colloquio diretto con la persona», ha detto in aula Tagliaferri che ha votato contro. L’emendamento che chiedeva di garantire un sostegno psicologico è stato respinto.
Il dibattito in aula
Il relatore Fabrizio Ricci, di Alleanza Verdi e Sinistra, ha presentato la legge come un intervento sulle procedure: «La morte volontaria medicalmente assistita è un diritto che non introduciamo noi oggi. Questo compito spetterebbe al Parlamento, che però non si è mosso». Il vicepresidente della giunta Tommaso Bori, del PD, ha scelto di parlare dai banchi del Consiglio e ha definito il voto «una conquista di civiltà, di libertà, di dignità». Luca Simonetti, del Movimento 5 Stelle, presidente della commissione che ha esaminato il testo, si è scusato con i promotori per l’attesa: tredici mesi, più del doppio del termine previsto.
Dall’opposizione, Tesei, che ha preceduto Proietti alla guida della Regione, ha detto che «la vita è sacra e noi abbiamo il dovere di difenderla» e ha contestato proprio la cancellazione delle parole sulla fase terminale: «Fino a che punto arriva l’autodeterminazione?». Tagliaferri ha sostenuto che «il servizio sanitario dovrebbe garantire le cure piuttosto che accompagnare alla morte».
Proietti ha parlato per ultima. Tre giorni prima, in commissione, aveva detto che si tratta di «questioni di importanza assoluta, che non andrebbero affrontate a livello regionale» e che sarebbe stato più opportuno un regolamento che una legge. In aula ha annunciato che non avrebbe votato: «Nel rispetto delle sfumature presenti nella coalizione annuncio la mia non partecipazione al voto. Una scelta meditata e sofferta».
Il presidente dei vescovi umbri
A Boccardo abbiamo chiesto se, mentre si discute tanto di come garantire una procedura per morire, non si parli troppo poco di come garantire assistenza, cure e compagnia a chi vuole continuare a vivere. «Quello del fine vita è un tema al quale bisogna accostarsi con grande rispetto perché tocca il mistero più intimo della persona e si riferisce a individui concreti, famiglie, domande spesso drammatiche», ci ha risposto. «Mentre si discute ai diversi livelli su come aiutare a morire, non si può non rilevare l’assenza di altrettanta attenzione alla questione dell’ascolto. Persone, istituzioni e società dobbiamo domandarci se sappiamo ascoltare il grido di chi soffre, l’anziano che si sente diventato un peso, il malato che ha paura del futuro, chi vive una sofferenza che non riesce più a sopportare, chi forse non domanda nemmeno aiuto perché è convinto che nessuno possa fare più nulla per lui».
Per l’arcivescovo «la dignità di una persona non diminuisce quando diminuiscono le sue forze; una persona non vale perché è efficiente, perché lavora, perché è autonoma o perché non ha bisogno di nessuno. Vale perché è una persona, creata e amata da Dio. Non sempre possiamo eliminare il dolore, ma possiamo curare, alleviare, sostenere, accompagnare; possiamo impedire che la sofferenza diventi anche solitudine e abbandono».
Gli abbiamo poi fatto notare che nessun articolo della legge prevede che qualcuno incontri il malato e ascolti le sue ragioni. Boccardo ha risposto: «Ricordando con ammirazione e gratitudine le molteplici e diversificate iniziative con le quali la comunità cristiana si prende cura di tante fragilità, spesso nella discrezione e nel silenzio, mi piace citare quanto mi ha scritto proprio oggi la mamma di una ragazza gravemente disabile: “C’è da lottare sempre per noi, nonostante le difficoltà che abbiamo incontrato. Dobbiamo sempre temere che qualche folle ci proponga la fine di queste creature meravigliose”».
Infine gli abbiamo chiesto che cosa si aspetterebbe la Chiesa da un politico cattolico chiamato a votare leggi come questa. «Dai cattolici impegnati in politica mi aspetto, su questa e su altre questioni fondamentali, il rispetto della verità che professano con la parola ogni volta che partecipano alla celebrazione eucaristica», ha detto. «La coscienza illuminata dal Vangelo dovrebbe valere sempre più della poltrona».
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