#Finsubito news dalla rete – Great Taste in Italy, Unicredit punta sulle Pmi agroalimentari: oltre 300 candidati nella prima edizione


Unicredit scende in campo per le Pmi dell’agroalimentare insieme a Great Taste in Italy (GTI). Obiettivo: diffondere GTI, modello di valutazione indipendente delle eccellenze alimentari, rendendolo un alleato non solo dei produttori ma anche e soprattutto dei consumatori. L’evento di presentazione di quest’alleanza si è tenuto lunedì 26 ottobre presso l’Unicredit Tower di Milano, ma GTI (arrivato alla seconda edizione e le iscrizioni per l’edizione 2027 si apriranno il 1° dicembre) nasce dall’esperienza della casa editrice inglese Guild of Fine Food Ltd.

L’editore britannico, che edita riviste dedicate al mondo del cibo gourmet, nel 1994 ha ideato i Great Taste Awards che oggi Oltremanica sono una realtà riconoscibilissima e reputata di grande prestigio dai consumatori: secondo i sondaggi locali, infatti, al 58% degli adulti nel Regno unito è noto il logo Great Taste e, in particolare, in esso i consumatori ripongono fiducia. Il 73% di chi riconosce il logo lo ritiene una raccomandazione affidabile e il 74% sostiene che la sua presenza sulla confezione di un prodotto lo renda più invitante, mentre il 54% se ne serve per individuare nuovi prodotti.

Il metodo di valutazione e il successo del Made in Italy

A certificare l’affidabilità del bollino è il metodo utilizzato: i prodotti vengono assaggiati in forma anonima da giurie di chef, buyer, retailer e critici che prima di tutto devono valutare il gusto, per poi passare alle proprietà organolettiche (punteggio finale: da una a tre stelle). I giurati si esprimono in modo unanime e decidono se promuovere o meno il candidato. E i dati parlano di grande severità: nell’edizione britannica del 2026, su 15.038 prodotti da 115 Paesi di tutto il mondo per un totale di 3.919 aziende, il 58,9% non ha ricevuto alcuna stella, il 28,5% una sola, il 10,6% due e solo il 2% (ossia appena 306 prodotti) tre stelle.

Chi arriva alle tre stelle si gioca poi i Golden Fork, i premi ai migliori prodotti dell’anno. I prodotti italiani vanno fortissimo: il 6,5% delle tre stelle assegnate nel mondo, ossia 20 su 306, è tricolore. La quota italiana dei prodotti in gara quest’anno Oltremanica è stata pari a 352 su 15.038, ossia il 2,3%. E il Golden Fork quest’anno è italiano: lo ha vinto l’Apicoltura Marangon, dalla provincia di Rovigo, per il miele di barena.

Il ruolo di Unicredit per la crescita dell’agribusiness

Se queste sono le premesse, in Italia c’è spazio per crescere ancora. L’edizione italiana dei Great Taste Awards, ossia i premi GTI, si trovano davanti un tessuto produttivo nel quale l’85% delle imprese alimentari con dipendenti ha meno di 10 addetti. E in totale sono 60mila. Valutarli alla cieca permette di fare una graduatoria di merito che offre grande visibilità: i GTI sono partiti da noi nel 2025, con oltre 300 candidati. Adesso vogliono crescere ancora, ed è per questo che Unicredit è scesa in campo. L’idea è sfruttare le grandi capacità di un grande gruppo bancario, che ha diviso l’Italia in sette macroaree, per rispondere ad un settore che rappresenta il 15% del Pil, il prodotto interno lordo nazionale.

Lo spiega bene Luca Caldera, responsabile Territorial development Lombardia Unicredit: «In Lombardia, prima regione agricola del Paese, abbiamo scelto di rafforzare questo impegno attraverso una struttura interamente dedicata all’Agribusiness, per accompagnare le imprese agroalimentari nei loro percorsi di crescita, innovazione e internazionalizzazione, trasformando il valore del Made in Italy in opportunità concrete di sviluppo e competitività».

D’accordo con lui Riccardo Caravita di Fiere di Parma, per il quale «il futuro dell’agroalimentare italiano non dipenderà soltanto dalla nostra capacità di produrre bene, ma sempre di più dalla nostra capacità di vendere, distribuire e affermare il valore dei nostri prodotti nel mondo».

Le storie di successo: Oleaviva e il mercato estero

E c’è chi trae beneficio dai Great Taste Awards. Chiara Rizza è fondatrice e amministratrice di Oleaviva, una realtà con 12 ettari e mille piante secolari a Chiaramonte Gulfi (Ragusa) e spiega come aver vinto gli Awards le abbia cambiato la vita: partita a gennaio 2025, oggi deve il 30% del proprio fatturato ai consumatori sudditi di re Carlo III. «I clienti all’estero si informano tantissimo sulla qualità del prodotto. Hanno capito che l’olio d’oliva è come il vino e viene trattato allo stesso modo. Capiscono che l’olio delicato va sul pesce, quello forte può andare sulla zuppa, che nelle case bisogna avere almeno 2-3 tipi di oli e vanno a vedere quali sono proprio le cultivar. L’italiano medio non sa cos’è la cultivar, mentre all’estero sanno come conservare l’olio e che i suoi nemici sono la luce, l’aria e il calore. Da noi si mette la bottiglia accanto ai fornelli e ciao».

Poi Rizza osserva: «Il made in Italy sfonda la porta facilmente, ma purtroppo non siamo supportati quindi è tutto molto molto faticoso per la burocrazia, per i finanziamenti. I piccoli fanno veramente fatica, però poi hanno grandi soddisfazioni quando ce la fanno». La burocrazia, già, e i dazi americani imposti da Donald Trump. Dice ancora la fondatrice di Oleaviva: «Volevo fare anche il B2C, anche negli Stati Uniti, ma praticamente prima di Trump per esportare un qualsiasi prodotto sotto gli 800 euro di valore c’era zero dazio. Adesso no: una bottiglia da mezzo litro costa, solo di spedizione, 120 dollari. Il B2C negli Stati Uniti è stato eliminato, faccio degli ordini che sono un minimo d’ordine per 12-24 bottiglie, non meno perché il gioco non vale la candela. È molto meglio in Corea così come in Giappone». E domani «spero che la cultura dell’olio cresca velocemente perché ce n’è bisogno, perché se lo merita, perché è un prodotto eccezionale».

Dall’apicoltura locale ai riconoscimenti internazionali

Gina Imperatrice, insieme a suo marito Alessio Marangon, otto anni fa, invece, si è lanciata nell’apicoltura in provincia di Rovigo, seguendo l’esempio di un anziano signore trevigiano che faceva l’apicultore nel terreno attiguo a quello del nonno (e quest’anno ha pure vinto il Golden Fork in Inghilterra). Da qui l’idea condivisa con Alessio: «ma se questo signore così anziano ricava un miele così buono, e pensa di venire a fare un miele così buono nel nostro territorio, perché non iniziamo a farlo noi, per noi, per la famiglia? Abbiamo iniziato per la famiglia, però poi abbiamo iniziato anche a darlo in regalo ad alcuni amici, parenti, e tutti hanno apprezzato la qualità. Con un concorso italiano che abbiamo fatto e vinto,  abbiamo capito che poteva diventare un lavoro. E quindi ci siamo subito aperti la partita IVA e siamo diventati professionisti».

Gli Awards sono stati un punto di svolta: «Abbiamo conosciuto l’edizione inglese da un nostro cliente, che aveva partecipato con un suo prodotto, che è il caffè, e aveva vinto una stella. Con il suo consiglio abbiamo iniziato a partecipare agli Awards e abbiamo iniziato a vincere ogni anno con un miele diverso». Per dire: «non abbiamo mai partecipato una volta al Great Taste senza portare a casa una stella, sempre una ogni anno con mieli tutti diversi». E aggiunge: «Anche noi puntiamo al mercato della Gran Bretagna adesso, perché effettivamente se là apprezzano il nostro miele, se là ti danno il valore che meriti, sicuramente questo mercato sarà da provare». Ma con una linea guida chiara: «Vogliamo rimanere piccoli perché vogliamo distinguerci e vogliamo che il nostro miele finisca. Noi non ne abbiamo una quantità industriale, non ci vogliamo legare alla grande distribuzione, non vogliamo svenderlo». Se questi sono i risultati dei primi due anni dell’edizione italiana, pensate a cosa succederà in futuro.

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