La circolare che chiarisce la linea dell’Arma

Il Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, Gen. C.A. Salvatore Luongo, interviene in prima persona sul tema della disponibilità al servizio, dopo le disposizioni emanate nei giorni scorsi sull’utilizzo dei recapiti telefonici mobili da parte dei militari che ricoprono incarichi di comando o responsabilità.

Lo fa con una circolare datata 25 agosto 2026, indirizzata ai Comandanti dipendenti fino a livello Stazione compreso e paritetici, dal titolo eloquente: “Ruolo dei Comandanti. Disponibilità al servizio e senso di responsabilità”.

Un documento che non si limita a ribadire una disposizione organizzativa. Va oltre. Entra nel merito delle perplessità emerse, anche da parte delle Associazioni Professionali a Carattere Sindacale tra Militari, e sceglie una strada precisa: non il silenzio, non la distanza, non la burocrazia fredda.

Luongo legge, valuta, risponde. E lo fa con parole nette.

“Ho letto con molta attenzione”: il Comandante Generale non si sottrae

Nella circolare, il Generale Luongo parte proprio dalle reazioni suscitate dalle recenti indicazioni sulla reperibilità telefonica.

Alcune mere disposizioni emanate recentemente per regolare l’utilizzo della telefonia mobile di servizio hanno suscitato commenti e talvolta perplessità, con connesse interpretazioni di natura tecnico-giuridica anche da parte delle Associazioni Professionali a Carattere Sindacale tra Militari”, scrive il Comandante Generale.

Poi il passaggio centrale, quello che chiarisce il senso dell’intervento:

Ho letto con molta attenzione le considerazioni formulate e desidero chiarire anzitutto un punto che ritengo essenziale”.

È qui che la circolare cambia passo. Perché Luongo non liquida le osservazioni come fastidi laterali. Non fa finta che il dibattito non esista. Prende atto, entra nel merito, risponde.

Ed è questo, piaccia o no, il tratto che emerge ancora una volta: il Comandante Generale non teme il confronto.

“Il senso del dovere e della responsabilità è la forza più autentica”

Il cuore del documento è nella distinzione tra imposizione burocratica e cultura del servizio.

Luongo scrive che alcuni indirizzi organizzativi “non nascono dalla sfiducia nei confronti dei Carabinieri, né dalla volontà di mettere in discussione il senso del dovere e della responsabilità che costituisce la forza più autentica della nostra Istituzione”.

Le disposizioni, chiarisce il Comandante Generale, “nascono, semmai, dalla convinzione opposta”: quei valori sono così radicati nell’Arma che “dobbiamo avere il coraggio di riaffermarli ogni volta che l’organizzazione lo richiede”.

Il messaggio è chiaro: non si tratta di controllare chi comanda, ma di ricordare cosa significhi davvero comandare.

La precedente circolare del 18 agosto: recapiti mobili e rintracciabilità

Il riferimento è alla circolare del 18 agosto 2026, firmata dal Capo del II Reparto Int., Gen. B. Marco Guerrini, avente a oggetto la “Disponibilità recapiti telefonici mobili per i militari che ricoprono le posizioni d’impiego associate a SIM di servizio”.

In quel documento si sottolineava che la complessa realtà operativa e organizzativa dell’Arma determina la necessità di “flussi comunicativi rapidi e certi”, essenziali per la gestione delle emergenze, per assicurare la continuità dell’azione di comando e per garantire tempestività negli aggiornamenti informativi.

La circolare spiegava che ciò presuppone che il personale impiegato in incarichi di comando e responsabilità sia “agevolmente rintracciabile” quando emergano “improrogabili e rilevanti esigenze”, non solo operative e “a prescindere dall’orario di servizio”, fatti salvi i periodi di assenza in cui l’incarico venga formalmente ceduto a chi esercita funzioni vicarie.

Il punto operativo era altrettanto chiaro: in alcune circostanze non era stato possibile raggiungere telefonicamente in tempi utili il personale interessato.

Da qui l’invito rivolto ai militari che avevano rinunciato all’utenza mobile associata alla posizione d’impiego prevista, e che non avevano reso disponibili altri recapiti nell’area intranet, ad aggiornare tempestivamente la sezione My Perseo, indicando un numero di cellulare valido e raggiungibile.

Reperibilità o responsabilità? Luongo rimette ordine

La risposta del Comandante Generale non elude il nodo più sensibile: la differenza tra reperibilità permanente e disponibilità legata al ruolo.

Essere raggiungibili, per chi riveste una posizione di comando o di responsabilità, non è un semplice fatto di connessione telefonica”, scrive Luongo.

E ancora:

Non è una formalità amministrativa. È una manifestazione concreta di disponibilità al servizio e, prima ancora, di rispetto verso i propri militari”.

Chi comanda, scrive Luongo, deve sapere che può essere chiamato “quando un uomo ha bisogno di una decisione, quando un’emergenza si appalesa improvvisamente, quando il servizio impone una scelta”.

E deve sapere, soprattutto, che gli obblighi morali del ‘Comandante’ non si interrompono semplicemente perché è terminato l’impegno orario del servizio”.

Una frase destinata a far discutere. Ma anche a fissare un principio: comandare non è una fascia oraria. È un’assunzione di responsabilità.

“Non trasformare la nostra vita in una permanente reperibilità”

Luongo, però, evita l’equivoco più pericoloso: quello di trasformare la disponibilità in una pretesa illimitata.

La circolare precisa infatti che tutto questo “non significa, naturalmente, trasformare la nostra vita in una permanente reperibilità”.

E aggiunge che non bisogna “confondere i vincoli formalmente previsti dall’ordinamento con l’apertura emotiva, il supporto materiale e l’inclinazione valoriale che appartengono alla nostra professione”.

Da una parte ci sono le regole, i vincoli, gli istituti previsti dall’ordinamento. Dall’altra c’è qualcosa che non si può scrivere in una tabella di servizio: la cultura del comando.

Luongo lo sintetizza in una frase che suona come una consegna:

Significa qualcosa di molto più semplice e, per me, molto più importante: un Carabiniere deve sapere che il proprio Comandante c’è!”.

“Il Comandante c’è”: la frase che diventa manifesto

In poche parole, il Comandante Generale costruisce il nucleo della circolare: il Comandante c’è.

C’è quando serve una decisione.
C’è quando un militare ha bisogno di un riferimento.
C’è quando la catena di comando deve funzionare non solo sulla carta, ma nella realtà.
C’è quando il servizio impone lucidità, presenza e coraggio.

Non è un richiamo banale. È un messaggio rivolto a tutta la catena di comando, dai livelli più vicini al territorio fino agli incarichi di maggiore responsabilità: dalle Stazioni, presidio quotidiano dello Stato e primo volto dell’Arma per i cittadini, agli Ufficiali chiamati a garantire direzione, presenza e coerenza nei reparti.

E proprio qui la circolare tocca un nervo scoperto: perché il comando non è una medaglia da esibire, ma un peso da portare. Anche quando è scomodo. Soprattutto quando è scomodo.

Comandare non è impartire ordini

Luongo richiama la propria idea di comando, maturata lungo la vita militare.

È questa, in fondo, l’idea di comando in cui credo fortemente e che ho cercato di trasmettere nella mia ormai lunga vita militare”, scrive.

Il comandare non si esaurisce nell’impartire ordini, significa principalmente esserci, assumersi responsabilità, dare l’esempio e non chiedere mai agli altri ciò che non si è disposti a fare per primi”.

È un passaggio che ha il sapore di una linea etica. E anche di una stilettata elegante a chi pensa che comandare significhi solo firmare disposizioni, pretendere obbedienza, occupare una posizione.

No. Per Luongo, il comando è esempio. È presenza. È responsabilità personale.

E soprattutto è coerenza: non chiedere agli altri ciò che non si è pronti a fare per primi.

L’uniforme “non è un orpello da esibire”

La circolare insiste poi sul tema dell’identità dell’Arma.

Questa certezza è parte della nostra identità”, scrive il Comandante Generale. È la stessa identità che ha insegnato al Carabiniere a non misurare il proprio impegno “sulla comodità del momento”.

La nostra uniforme non è un orpello da esibire, ma un onore da rendere funzionale alle esigenze della comunità”.

Parole dure, forse scomode. Ma difficili da ignorare.

Perché dentro c’è una visione precisa: l’uniforme non è immagine, non è status, non è cornice. È servizio. È responsabilità. È disponibilità verso la comunità e verso i propri uomini.

E questo, per Luongo, è “il modello di Carabiniere e di Comandante che dobbiamo continuare a difendere e a trasmettere”.

Il richiamo alla cultura del dovere

Il Comandante Generale definisce la disposizione oggetto di discussione come un richiamo “illuminante” alla cultura del dovere.

Per questo ritengo che la disposizione in parola contenga un richiamo illuminante a quella cultura del dovere che ha permesso all’Arma di conquistare, nei secoli, la fiducia degli italiani”.

La fiducia degli italiani non nasce da formule astratte. Nasce da una presenza concreta, quotidiana, spesso silenziosa. Nasce dalla capacità di essere raggiungibili quando il servizio chiama e quando una decisione non può aspettare il giorno dopo.

“Cerchiamo di essere onesti”: la parte più pungente

La circolare contiene anche un passaggio schietto, quasi ruvido.

Cerchiamo di essere onesti: se ciascuno facesse sempre, fino in fondo, ciò che il proprio ruolo richiede, molte prescrizioni non sarebbero necessarie”.

È forse la frase più pungente dell’intero documento.

Perché dice una cosa semplice, ma non accomodante: le regole diventano necessarie quando il senso del ruolo non basta più. Quando serve ricordare ciò che, in teoria, dovrebbe essere naturale.

Luongo però non si limita a bacchettare. Dopo aver messo il dito nella piaga, apre anche una prospettiva positiva:

Ma questo non è un limite dell’Arma, anzi è un’opportunità per continuare a metterci in gioco e per alimentare senza indugio quel peculiare sentimento collettivo di appartenenza”.

Un’appartenenza che, nella circolare, viene legata a una parola precisa: dovere.

“Nella nostra Istituzione il dovere è qualcosa di innato e di intimo”

Il Comandante Generale chiude il ragionamento con un’affermazione identitaria:

Nella nostra Istituzione ‘il dovere’ è qualcosa di innato e di intimo”.

E subito dopo richiama la storia dell’Arma:

È ciò che siamo da 212 anni”.

Il punto, per Luongo, è molto più profondo: che cosa significa essere Carabiniere, e ancora di più che cosa significa comandare Carabinieri.

Chi comanda porta un patrimonio da salvaguardare

La conclusione della circolare è un richiamo diretto a chi ha responsabilità di comando:

Chi ha l’onore di comandare anche un solo Carabiniere porta con sé, più di ogni altro, un patrimonio inestimabile di ideali da salvaguardare!”.

È una chiusura solenne, ma non retorica. Perché arriva dopo un documento costruito su un equilibrio preciso: ascolto delle perplessità, chiarimento delle finalità, distinzione tra obblighi formali e responsabilità morali, riaffermazione del ruolo del comandante.

Il messaggio finale è netto: la disponibilità non è servilismo organizzativo, non è reperibilità selvaggia, non è annullamento della vita privata. È, per chi comanda, una forma concreta di responsabilità verso i propri militari e verso l’Istituzione.

E in un tempo in cui ogni disposizione rischia di trasformarsi in polemica, Luongo sceglie la via più difficile: metterci la faccia, prendere carta e penna, rispondere punto per punto.

Con un’idea di fondo che attraversa tutta la circolare: il Comandante non è tale solo quando firma, ordina o presiede. Il Comandante è tale quando serve.

E quando serve, deve esserci.

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 Andrea Valenti

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