La Russia si prepara a una possibile nuova escalation della guerra in Ucraina, dopo il fallimento dei tentativi diplomatici per arrivare a un accordo di pace. Secondo quanto riferito da Bloomberg, citando fonti vicine al Cremlino, Mosca starebbe valutando un’intensificazione degli attacchi con missili balistici convenzionali contro Kiev, compreso il centro della capitale, e contro infrastrutture strategiche in altre città ucraine.

Lo scenario arriva in una fase di forte irrigidimento del conflitto, con le trattative di pace sostanzialmente ferme e con il Cremlino convinto di avere margini sempre più ridotti per raggiungere i propri obiettivi militari senza un aumento della pressione sull’Ucraina.

Missili balistici su Kiev: il piano russo dopo lo stallo dei negoziati

Le fonti citate da Bloomberg, rimaste anonime per la delicatezza della questione, sostengono che la Russia consideri ormai esaurita la spinta diplomatica. Mosca starebbe quindi valutando di colpire con maggiore intensità la capitale ucraina e le infrastrutture di altre città, usando potenti missili balistici convenzionali.

Secondo questa ricostruzione, al Cremlino si ritiene che l’attuale fase della guerra non rappresenti ancora il livello massimo dell’escalation militare. In assenza di progressi negoziali, la leadership russa vedrebbe nell’aumento degli attacchi l’unica strada per continuare a perseguire i propri obiettivi sul campo.

Il messaggio politico è chiaro: Vladimir Putin non intenderebbe fermare la guerra a causa delle sanzioni occidentali, né per effetto degli attacchi ucraini contro raffinerie, reti logistiche e infrastrutture russe.

Putin avverte Kiev: “Ha aperto il vaso di Pandora”

Lo stesso presidente russo ha lasciato intendere la possibilità di una risposta più dura nel corso di alcune dichiarazioni rilasciate nel fine settimana a un giornalista della televisione di Stato russa. Putin ha minimizzato l’impatto degli attacchi ucraini sull’economia nazionale e ha accusato Kiev di aver innescato una dinamica destinata a produrre conseguenze.

L’Ucraina ha aperto questo vaso di Pandora”, ha affermato il leader russo, aggiungendo che Mosca sarebbe pronta a colpire i settori più sensibili dell’economia ucraina.

Nel ragionamento del Cremlino pesa anche la convinzione che gli attacchi ucraini in profondità contro il territorio russo non siano possibili senza il sostegno diretto dei Paesi della Nato. Mosca accusa infatti l’Alleanza di fornire a Kiev non solo armi, ma anche intelligence, assistenza tecnica e supporto militare operativo.

La minaccia di Mosca al Regno Unito: nel mirino anche siti britannici

La tensione si è alzata anche nei confronti del Regno Unito. La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha minacciato possibili attacchi contro installazioni militari britanniche in risposta all’uso di armi fornite da Londra per colpire obiettivi in territorio russo.

Zakharova ha affermato che la risposta di Mosca potrebbe riguardare “qualsiasi installazione militare britannica” non solo in Ucraina, ma anche altrove. Una dichiarazione che conferma il livello crescente dello scontro verbale tra Russia e Paesi Nato, soprattutto sul tema dell’impiego di armamenti occidentali da parte delle forze ucraine.

Per Mosca, l’utilizzo di sistemi forniti dagli alleati occidentali contro obiettivi russi rappresenta una linea rossa politica e militare. Per Kiev, invece, colpire raffinerie, depositi e nodi logistici in Russia è parte della strategia per ridurre la capacità bellica del Cremlino.

Trattative di pace al punto morto: cosa frena l’accordo

I negoziati per porre fine alla guerra tra Russia e Ucraina sarebbero di fatto arrivati a un vicolo cieco. Le posizioni di Mosca e Kiev restano lontanissime, in particolare sul futuro del Donetsk e dei territori occupati.

Secondo le fonti vicine al Cremlino, il processo diplomatico avrebbe riportato le parti alla situazione di partenza. Mosca continua a chiedere concessioni territoriali, mentre Kiev respinge l’ipotesi di cedere alla Russia il controllo di una fascia fortificata di città nella regione orientale di Donetsk, area che le forze russe non sono riuscite a conquistare completamente nonostante anni di combattimenti.

Gli sforzi degli Stati Uniti per favorire una soluzione non hanno finora prodotto una svolta. L’amministrazione del presidente Donald Trump è impegnata anche sul fronte del conflitto con l’Iran, mentre il Cremlino avrebbe smesso di puntare su un’intesa maturata dopo il vertice tra Putin e Trump ad Anchorage, lo scorso agosto.

Il nodo Donetsk e il ruolo degli Stati Uniti

L’ipotesi diplomatica al centro delle discussioni avrebbe previsto pressioni statunitensi sull’Ucraina affinché accettasse la cessione della regione orientale di Donetsk nell’ambito di un accordo per mettere fine alla guerra. Kiev ha però rigettato in modo costante questa richiesta, considerandola una concessione inaccettabile.

Il segretario di Stato americano Marco Rubio aveva già chiarito a giugno che Washington non condivideva la lettura russa degli accordi. Dopo un incontro con il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov nelle Filippine, a luglio, Rubio aveva parlato della necessità di elaborare “nuovi concetti” per sbloccare la situazione.

Nel frattempo, gli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner dovrebbero tornare a Mosca dopo una pausa di otto mesi e potrebbero recarsi per la prima volta anche a Kiev. Al momento, tuttavia, non è stata fissata una data ufficiale per le missioni.

L’allarme Usa: Putin potrebbe testare la Nato

La possibile escalation in Ucraina si inserisce in un quadro di crescente preoccupazione anche sul fronte Nato. Secondo il Wall Street Journal, nuove valutazioni dell’intelligence statunitense indicano che Putin potrebbe tentare di mettere alla prova la determinazione dell’Alleanza con un’azione limitata contro un Paese alleato nei prossimi anni.

Gli scenari ipotizzati spaziano da un attacco cyber a un’incursione terrestre su piccola scala, probabilmente contro una nazione baltica. L’obiettivo, secondo i funzionari statunitensi citati dalla testata, sarebbe quello di verificare la coesione politica e militare della Nato e la reale disponibilità degli alleati a reagire in modo compatto.

Nel calcolo russo potrebbe pesare anche la carenza di munizioni occidentali, definita critica da alcuni funzionari Usa, dopo il largo impiego di armamenti nel sostegno all’Ucraina e nel conflitto con l’Iran.

Il dibattito sulle armi nucleari tattiche resta sullo sfondo

La nuova spirale di attacchi avrebbe riacceso a Mosca anche il dibattito sull’eventuale impiego, come extrema ratio, di armi nucleari tattiche. Secondo le fonti citate da Bloomberg, tra i falchi russi sarebbero aumentate le discussioni su questa possibilità.

Al momento, tuttavia, non esiste alcun segnale concreto che la Russia si stia preparando a utilizzare armi nucleari in Ucraina. L’ipotesi resta sullo sfondo e viene considerata una soglia estrema, molto lontana dalle opzioni militari attualmente più probabili.

Alexander Gabuev, direttore del Carnegie Russia Eurasia Center, giudica il rischio “estremamente basso”. Secondo la sua valutazione, finché Mosca avrà margini per intensificare gli attacchi con armi convenzionali, avrà pochi incentivi a oltrepassare la soglia nucleare.

Una fase più pericolosa della guerra

Il quadro che emerge è quello di una guerra entrata in una fase più incerta e pericolosa. Da un lato, la diplomazia appare bloccata; dall’altro, la Russia sembra orientata ad aumentare la pressione militare sull’Ucraina, mentre cresce il confronto diretto con i Paesi Nato sul sostegno a Kiev.

La possibilità di nuovi attacchi balistici su Kiev e sulle infrastrutture ucraine, le minacce contro siti britannici e le valutazioni dell’intelligence Usa su un possibile test della Nato confermano che il conflitto non è vicino a una stabilizzazione.

Per il Cremlino, l’unica alternativa peggiore del proseguimento della guerra sarebbe perderla. Ed è proprio questa convinzione, secondo le fonti citate, a rendere possibile una nuova escalation convenzionale nei prossimi mesi.

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 Laura Bianchi

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